domenica, Agosto 1

Abe mantiene la maggioranza: più vicino il riarmo del Giappone L'analisi di Lorenzo Mariani (IAI) sulla riforma costituzionale giapponese e le sue possibili conseguenze

0
1 2


Il Primo Ministro del Giappone Shinzo Abe vince la scommessa per restare alla guida del Paese. Le elezioni legislative del 22 ottobre hanno infatti consegnato alla coalizione di Governo uscente, il Partito Liberaldemocratico di Abe e l’alleato Komeito, una maggioranza parlamentare vicina ai due terzi dei 465 seggi in palio.

Numeri molto vicini a quelli con cui Shinzo Abe aveva governato negli ultimi cinque anni. Il Primo Ministro aveva convocato le elezioni anticipate per sfruttare la favorevole congiuntura economica, la frammentarietà delle opposizioni e la crescente tensione con la Corea del Nord. Un azzardo politico che diventa oggi un’occasione preziosa per Shinzo Abe di diventare il premier di più lunga durata dall’intero dopoguerra e di proseguire il suo cammino di riforme economiche per lo sviluppo del Paese. Ma soprattutto, la forza del voto popolare di domenica consente al Primo Ministro di portare avanti l’ambizioso progetto di riforma dell’articolo 9 della Costituzione nipponica, norma che sancisce la rinuncia del Giappone ad una politica militare che non sia una semplice autodifesa del proprio territorio.

Quello che rappresenta il segno più tangibile dell’influenza dell’occupante statunitense durante la scrittura della Costituzione giapponese potrebbe essere cancellato nei prossimi mesi. Con conseguenze imprevedibili sui delicati equilibri regionali: certamente superpotenze quali gli Stati Uniti o la Cina non resteranno alla finestra senza fare le proprie mosse. Su tale riforma costituzionale e sugli scenari che potrebbe aprire abbiamo sentito Lorenzo Mariani, analista presso lo IAI (Istituto Affari Internazionali)

 

Il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe punta a sfruttare questa vittoria elettorale per portare avanti il suo progetto di riforma costituzionale per superare il principio pacifista esistente sin dal dopoguerra, in cosa consiste, nel dettaglio, questo progetto di riforma?

La riforma si incentra soprattutto sull’articolo 9 della Costituzione, la norma che di fatto proibisce al Giappone di avere un esercito offensivo. La Costituzione nipponica entrò in vigore nel 1947, alla fine della seconda guerra mondiale, l’articolo 9 può essere considerato un residuato di quelle che erano le imposizioni statunitensi al Giappone nel momento in cui finì il conflitto. Dal punto di vista giuridico, la norma sancisce la rinuncia da parte del Giappone allo sviluppo di forze armate offensive. Questa rinuncia ha portato a delle conseguenze importanti sulle relazioni bilaterali fra Giappone e Stati Uniti in quanto questi ultimi si sono fatti carico della sicurezza nazionale dello Stato nipponico dal dopoguerra sino ad oggi. Questo status quo è rimasto a lungo immutato, fino a una quindicina di anni fa nessuno avrebbe pensato di rimetterlo in discussione. Dal 2007 invece, quando Abe ha iniziato il suo primo mandato, è stato più volte ripetuto il tentativo di modificare la Costituzione nel senso di superare il principio pacifista appena delineato. In particolare vi sono state due iniziative, una nel 2014 e l’altra nel 2015, finalizzate a dare una nuova interpretazione all’articolo 9, iniziative che non andarono a buon fine. Il problema è dato dall’esistenza di una certa resistenza, tanto interna quanto internazionale, ad una riforma volta a sancire la fine del principio pacifista. Oggi la questione viene nuovamente cavalcata da Abe soprattutto in chiave difensiva con la Corea del Nord, l’apertura della crisi con Pyongyang conferisce oggi una maggiore legittimazione alla riforma proposta dal Primo Ministro.

Se davvero questa riforma diventasse legge come potrebbe cambiare l’attuale assetto delle forze armate giapponesi?

Nel distinguere fra una forza armata meramente difensiva ed una propriamente offensiva l’interpretazione gioca un ruolo cruciale. Nel 2014 fu approvata una legge con cui si preferì reinterpretare il testo dell’articolo 9 piuttosto che modificarlo totalmente. Questa legge permise al Giappone di intervenire in difesa di un proprio alleato ove attaccato. Questo risultato ovviamente non è sufficiente per Abe perché il superamento del principio pacifista non è percepito soltanto come una questione di interpretazione, ma deve essere tale da comportare dei cambiamenti alle dotazioni militari della Nazione che siano effettivamente percepibili. Dal punto di vista militare, infatti, esistono delle differenze, per quanto a volte percepite come labili, fra una dotazione difensiva ed una offensiva. Si pensi ad esempio al settore missilistico: un sistema di tipo difensivo sarebbe finalizzato esclusivamente a intercettare eventuali attacchi di missili verso il proprio Paese, un sistema offensivo, al contrario, metterebbe in campo vettori atti a colpire un bersaglio nemico. Pertanto la riforma comporterà sicuramente cambiamenti anche dal punto di vista logistico alle forze armate del Paese.

Si può dire che vi sia anche un elemento di retorica nazionalista in questo progetto di riforma?

Certamente la retorica di Abe ha una chiave nazionalista importante. E la riforma dell’articolo 9 ricade in questa corrente nazionalista cavalcata dal Primo Ministro. L’urgenza di riproporre la questione costituzionale è data, tuttavia, anche dall’incertezza derivante dalle future posizioni dell’Amministrazione Trump. Il Giappone, dipendendo dagli Stati Uniti per quanto riguarda la propria sicurezza, vede con un certo timore le posizioni di Trump nel Nord-est asiatico, sia per quanto riguarda l’escalation con Pyongyang che per quanto la volontà statunitense di revisionare la politica di difesa nei confronti di Giappone e Corea del Sud. Pertanto tale riforma presenta una finalità certamente più pratica che retorica. Una finalità che può essere rinvenuta tanto nelle continue provocazioni da parte di Pyongyang quanto nella maggiore assertività della Cina, in particolar modo nell’area del Mar Cinese Meridionale. Infine, non bisogna dimenticare le dispute territoriali con la Corea del Sud, dispute che potrebbero avere grande rilevanza per la sicurezza della regione.

L’approvazione della riforma come cambierebbe gli attuali rapporti con la Corea del Nord?

I rapporti con la Corea del Nord in realtà non cambierebbero molto laddove le maggiori reazioni alla riforma giapponese arriverebbero dalla Corea del Sud e dalla Cina, Paesi che hanno sempre visto con un certo allarmismo la volontà giapponese di cambiare l’assetto del proprio esercito. E’ infatti difficile per Abe affrontare la situazione nordcoreana da solo, così come analoghe difficoltà si presentano quando sono gli Stati Uniti a tentare di approcciarsi alla questione da protagonisti. Quella nordcoreana è una questione molto complessa che coinvolge numerosi attori importanti con un grande peso nell’area. Certamente non è un’emergenza unilaterale che può essere risolta da una sola nazione.

La riforma, per diventare legge, necessiterebbe di una doppia maggioranza in entrambe le Camere e di un voto favorevole in un referendum popolare. Ritiene che la popolazione sia pronta per una riforma oppure la necessità di questo voto popolare si tradurrà in un ostacolo alla sua approvazione?

Shinzo Abe dovrebbe avere tutti i numeri per far passare la proposta alla Camera dei Rappresentanti, la Camera Bassa. Far passare la proposta alla Camera alta, invece, sarà la prima difficoltà da superare perché in tale camera la coalizione di Governo non ha una maggioranza sufficiente. Vi è poi la questione del referendum popolare con cui si chiederà l’approvazione della riforma. L’esito di tale consultazione costituisce la maggiore incertezza. Tutto dipenderà da come Abe imposterà la campagna elettorale per il referendum. Possiamo tuttavia almeno in parte aspettarci termini analoghi a quelli con cui è stata organizzata la campagna per queste elezioni legislative. Il Primo Ministro ha chiamato la popolazione alle urne chiedendo ai cittadini di dare al Paese un Esecutivo forte, con alle spalle un’ampia maggioranza parlamentare, per far fronte alle principali minacce alla sicurezza internazionale. Sarà necessario vedere, quando la decisione sulla riforma si troverà nelle mani degli elettori, quanto il messaggio di Abe abbia fatto presa nell’elettorato. La vittoria alle recenti elezioni, infatti, forse è legata più alla dissoluzione delle opposizioni che al merito del programma politico di Abe.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->