venerdì, Ottobre 22

Abbecedario italiano

0

Il significato dei verbi è più o meno identico in tutti i dizionari del globo. Il problema è che ciascun popolo li usa e ne abusa a seconda della propria indole. Questi che seguono sono molto italiani, e forse non smetteremo mai di servircene…

Arrangiarsi
«Non ti preoccupare, che in un modo o nell’altro ci arrangiamo!» Siamo campioni del mondo in questo campo. Non sapendo né funzionare né tantomeno amministrarci, a noi italiani non resta che arrangiarci. In ogni settore e a qualsiasi sfida cui siamo chiamati (una strada da riasfaltare o l’Expò) vi arriviamo rigorosamente impreparati. Sicché, nelle ultime sei ore che ci separano dal colossale fiasco, arrangiamo la nostra performance in modo tale che sembri programmata con un anticipo di sei mesi. Il successo sarà probabile, quanto immediato sarà lo sfacelo di ogni struttura statica e mobile servita all’effimera riuscita dell’operazione. Il che vale anche per la vita. Noi italiani, infatti, non deperiamo, crolliamo.

Benedire
«Che Dio ti benedica!» Esercizio da ultima spiaggia. Quando fatti e misfatti si sono ormai rivelati del tutto superflui, quando l’intera gamma dell’operare l’umano è già stata improduttivamente messa in gioco, ecco l’intercedere del divino e, con esso, una serie di ritualità che a null’altro servono se non a commiserare i protagonisti di una vicenda che il destino ha voluto avversa. In ultima analisi, si tratta di una forma di scaramanzia organizzata, alla quale combuttano elementi clericali e forze laiche vicine alla criptomanzia. In ogni caso, se il vostro interlocutore vi approccia con l’espressione «Ma benedetto figliolo!», date per scontato l’irreversibile fallimento delle vostre aspirazioni.

Chiacchierare
«Dài che ci facciamo una bella chiacchierata!» La prolusione sottintende: «Hai mica voglia di perder tempo?» In Francia si discute, in Germania si specula, in America si dichiara, in Russia si litiga… Soltanto in Italia si chiacchiera. Del più e del meno, se non quando del nulla, il che accade in tutti i canali televisivi, e in un crescendo di amenità messe a condire argomenti superficiali e questioni di lana caprina. È una sorta di teatrino a più voci, i cui atti si susseguono in un vertiginoso scambio di ruoli. Via via si è esperti o novizi, smaliziati o sorpresi. Quello che bisogna evitare come la peste è il rischio che qualcosa venga dialetticamente risolto, e dunque per sempre archiviato. Per definizione la chiacchierata italica è un’opera aperta, e perciò inutile, che in genere termina con la seguente postilla consolatoria: «Beh! Almeno ci siamo fatti una bella chiacchierata!»

Dietrologare
«Forse diamo fastidio a qualcuno!» Neologismo politico, che ha invariabilmente origine dalla solita domanda, posta a mascherare l’assoluta impotenza di chi era stato incaricato di svelare un arcano mistero: a chi giova? Ossia, chi c’è dietro? Da un punto di vista metodologico, lascia sconcertati il fatto che l’interrogativo venga regolarmente anteposto a una questione ben più ovvia e diretta: «Chi c’è davanti?». Davanti ai misteri italiani, infatti, non c’è mai anima viva, perché a quest’anima (morta) sono state offerte tante di quelle garanzie di protezione che, se un brutto giorno vuotasse il sacco, accadrebbe una decapitazione di massa o, più probabilmente, l’autodenunciante finirebbe in manicomio sotto la voce mitomane-psicotico. Pertanto si dietrologa che è un piacere, tanto non ci va mai di mezzo nessuno e per di più si suggeriscono argomenti di discussione a tutti i bar del Paese.

Esentarsi
«Pertanto si richiede l’esenzione dai seguenti servizi:…» Altro sport nazionale, che un tempo si praticava sin dall’adolescenza, e precisamente dalla chiamata di leva. Ricevuta la cartolina, il foruncoloso giovanotto attivava la famiglia in vista dell’esenzione dal servizio militare. In pieno post-sessantottismo, tale abitudine poteva farsi risalire alla prima infanzia, allorché due genitori rincitrulliti dal loro stesso integralismo si agitavano per esentare il pargoletto dall’ora di religione. Su tali basi è scontato che ogni esperienza personale si svilupperà per scappatoie successive, sino all’ultima, decisiva: quella di essere esentati dal Giudizio Universale, impresa che è riuscita a Giulio Andreotti.

Fregarsene
«Dài retta a me: fregatene!» In questa attività rasentiamo il capolavoro. L’italiano non se ne frega, se ne strafrega. Un’attitudine a tal punto radicata, che il fascismo se ne appropriò per mutarla in slogan politico. Dal «Me ne frego!» mussoliniano, si è approdati al sarcastico e democratico «Non me ne può fregare di meno!», che rappresenta l’epitome della nostrana indifferenza. Il commento chiarisce che la partecipazione alla notizia appena ricevuta sarà al di sotto della considerazione mediamente spettante allo starnuto di una zanzara, o a un commento politico di Gasparri.

Giocare
«Ragazzi, ce la dobbiamo giocare bene!» Per molti è il primo lavoro. Che si vinca o si perda, che si rischi o si bluffi, si gioca comunque. Date una palla a un paio di italiani e se la passeranno al volo anche in sala operatoria, persino se i due in questione sono l’anestesista e il narcotizzando. Ma non solo, rendiamoci conto di cosa compare sulle spiagge nazionali: racchettoni, pallettine, frisbie, fuciloni ad acqua… Sembra di stare in una scuola materna differenziale, con alti dirigenti capaci di nuotare fino in Croazia per la smesciata vincente. Per non parlare del gioco d’azzardo: dacché avevamo quattro casinò, dove per puntare alla roulette occorreva essere olimpionici di piastrelle, ormai una strada su quattro conta una sala-giochi provvista di macchine divora-soldi, le cui tare risultano indecifrabili.

Impapocchiare
«Dammi tempo per impapocchiare qualcosa!» Dalle coalizioni di Governo ai contratti, da un’opera pubblica a una processione di Paese, tutto o quasi in Italia si impapocchia. Il verbo sussume forme di inoperosa collaborazione tra partner fatiscenti, in genere legati a doppio filo da interessi specifici, tipo la sopravvivenza. A differenza dall’arrangiamento, il papocchio è destinato all’ignominia, esito che in Italia è comunque considerato dignitoso. Tra la morte e il disonore, l’italiano non ha alcun dubbio: e sopravvive.

Legiferare
«Ma è una legge nuova?» Attiene alla sovranità del Parlamento, che è detto sovrano in quanto legifera su qualsiasi regale cazzata. Il mondo intero sa che l’Italia è il Paese dove si produce il maggior numero di decreti. Ciò è dovuto anche al fatto che un parlamentare, qualora non presenti almeno un paio di progetti di legge entro la fine del suo mandato, viene oppresso da strani sensi di colpa e si chiede: «Sono forse un essere socialmente inutile?». Quel che è inutile è spiegargli in cosa consista una domanda retorica. Lui non lo ha mai capito. E perciò si ripresenterà alle elezioni successive.

Mediare
«Riteniamo vi sia ancora spazio per una mediazione…» Esercizio professionistico di lobbisti e centristi, che finiscono per incartarsi e mediare con loro stessi. A livello dilettantistico la figura del mediatore è presente in ogni settore, dal famigliare al condominiale. C’è sempre uno che sta in mezzo, insomma, a cercar di comporre le famose fratture. Che nessuno gli abbia chiesto di farlo, non sembra cosa che lo riguardi. Lui le compone lo stesso. Perché è buono? No, perché ci vuol guadagnare in considerazione.

(seguire, anzi segue…)

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->