martedì, Giugno 22

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califfato

Si è dunque istituzionalizzato l’esito dell’avanzata dell’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), l’organizzazione islamista che nelle scorse settimane ha inflitto severe perdite all’esercito iracheno e, soprattutto, al territorio controllato da Baghdad. Grazie anche al recente accordo col Fronte siriano Al Nusrah, un ampio corridoio fra i due Paesi mediorientali è stato dichiaratoCaliffato e, secondo lo stesso gruppo militare, non si tratterebbe che del nucleo di un dominio destinato ad estendersi dalle coste atlantiche fino all’Asia centrale. Per questo, lo stesso ISIS si è rinominato ‘Stato Islamico’ ed ha conferito il titolo di Califfo «per i musulmani di ogni dove» al proprio leader Abu Bakr al-Baghdadi.
La notizia giunge mentre le stesse forze armate del Governo iracheno stanno tentando di riconquistare la città di Tikrit, incontrando però una forte resistenza che potrebbe indebolire ulteriormente il consenso per il Primo Ministro Nouri al-Maliki.

Da Baghdad, però, si levano voci perché venga riconosciuta la «minaccia globale» costituita dallo Stato Islamico. Questo è, infatti, quanto affermato dal portavoce dell’Esercito iracheno, Qassim Atta, e non è difficile riconoscere la portata della situazione. Da un lato, lo Stato Islamico sta divenendo un temibile concorrente di al-Qa’ida, che pure l’aveva inizialmente sostenuto, specialmente sul fronte siriano. Dall’altro lato, il progetto geopolitico di un’unica entità islamica nella regione mina direttamente i confini stabiliti nel 1916 dalle potenze coloniali con l’accordo Sykes-Picot. Accordo che, comunque, si fonda su un equilibrio sempre più fragile. Mentre in Siria, nella provincia settentrionale di Raqqa, la dichiarazione è stata celebrata da una parata di miliziani islamisti, le resistenze di al-Maliki a rispondere con un Governo di unità nazionale potrebbe esacerbare anche gli animi dei possibili alleati.

Si è detto, ad esempio, che i curdi avrebbero approfittato della crisi irachena per occupare la città di Kirkuk,  «ignorando completamente l’esistenza dell’articolo 140 della nuova Costituzione irachena che avrebbe dovuto decidere il destino di questa città entro il 31 dicembre 2007, cosa che non è stato fatto de parte del Governo centrale, rimandando di anno in anno», sottolinea il nostro opinionista Shorsh Surme.
«La città di Kirkuk  è una città multietnica di quasi un milione di abitanti -curdi, arabi sciiti e sunniti, turcomanni,e assiri-caldei- è però ancora esclusa dal Governo regionale del Kurdistan, ad amministrazione autonoma. Per i curdi, Kirkuk è  la ‘Gerusalemme curda’, una parte essenziale del Kurdistan iracheno, anche se dal punto di vista demografico ha avuto continui mutamenti, causa la politica di arabizzazione e  la pulizia etnica che tutti i regimi che si sono succeduti in Iraq hanno condotto. Nel giugno 1963,  il regime baathista di Ali Saleh al-Sa’adi che aveva appena preso il potere in Iraq, distrusse tredici villaggi curdi vicino a Kirkuk ed espulse i curdi  di altri trentaquattro villaggi nel distretto Dubz, sostituendoli con gli arabi provenienti dal centro e dal sud dell’Iraq.  Nel 1973, Saddam varò una vera e propria politica di arabizzazione delle aree petrolifere  della regione curda, politica che è andata avanti con la creazione di nuovi villaggi interamente arabi, fattorie gestite da arabi e soprusi vari nei confronti della popolazione curda».
Ora Kirkuk è governata da un curdo, «che nelle ultime elezioni provinciali del marzo scorso ha ottenuto quasi 80% dei voti, non solo dei curdi ma anche dei turcomanni e degli arabi. Il Presidente della regione del Kurdistan, Massuod Barzani, in una sua improvvisa visita alla città di Kirkuk, ha proposto l’organizzazione di un referendum per consentire alla Provincia di Kirkuk, contesa tra le autorità di Erbil e quelle di Baghdad, di decidere se rimanere  o no sotto la giurisdizione del Governo centrale e ha anche affermato che la presenza delle forze Peshmerga in città non significa che i curdi vogliano imporsi con la forza».

La causa del Kurdistan si pone, del resto, nella complessa rete degli equilibri mediorientali: ne è un esempio il richiamo effettuato dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che pone l’indipendenza curda tra le condizioni per evitare la diffusione dell’estremismo islamico. La dichiarazione è giunta in seguito all’ennesimo sviluppo delle tensioni sorte tra il Governo di Gerusalemme e Ḥamās in seguito allo storico accordo raggiunto da quest’ultima con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Oggi sono stati, infatti, 16 i razzi lanciati dalla Striscia di Gaza verso la parte meridionale dello Stato ebraico: nessun ferito, dal momento che si trattava di zone disabitate, ma ciò non ha impedito a Netanyahu di intimare il cessate il fuoco al movimento palestinese. «Se questi lanci proseguono», ha dichiarato il Primo Ministro, «ci sono due possibilità: o Ḥamās li ferma quale autorità responsabile dell’area, oppure li fermeremo noi».

Non si fermano, intanto, neanche le violenze in Egitto, dove due ufficiali della Polizia sono rimasti vittime dell’esplosione di due ordigni posti davanti al palazzo presidenziale di Heliopolis, al Cairo. L’attentato sembra poter rientrare nella serie di attacchi lanciati da gruppi islamisti in seguito alla destituzione del Presidente Mohamed Morsi, avvenuta il 3 luglio dello scorso anno. Non è stato reso noto se l’attuale Presidente, ‘Abd al-Fattāḥ al-Sīsī, fosse all’interno dell’edificio al momento dell’accaduto.

Ai margini della regione mediorientale, continua anche l’offensiva del Governo del Pakistan contro i Talebani del Waziristan settentrionale. Successivamente al lancio dell’operazione ‘Zarb-e-Azb, le forze armate agli ordini del Primo Ministro Nawaz Sharif hanno avviato un’offensiva terrestre che, una volta effettuata l’evacuazione della popolazione locale, prevede «una ricerca casa per casa nella città di Miranshah» (capitale della regione) effettuata dalle truppe di fanteria e dai servizi speciali.

Né si fermano le violenze di Boko Haram nella zona settentrionale della Nigeria (anch’essa ricompresa nel progetto dello Stato Islamico per il proprio Califfato). Sono infatti almeno cinquanta i morti lasciati dagli attacchi dell’organizzazione terroristica nei villaggi di Kautikari, Kwada e Neuragali. L’operazione ha avuto luogo durante la mattinata, mentre gli abitanti cristiani dei villaggi erano a messa. A pochi chilometri, nell’area di Chibok, erano state rapite due mesi fa oltre 200 studentesse.

Al contrario dei Paesi toccati finora, la Regione Autonoma cinese dello Xinjiang non sembra rientrare nei progetti di dominio dello Stato Islamico. Ciononostante, la minoranza musulmana che la abita rimane tra le maggiori preoccupazioni del Governo di Pechino, le cui intenzioni di reprimere l’estremismo religioso ed i separatismi si sono oggi concretizzate nella condanna a pene detentive per 113 persone di etnia uighura. Le imputazioni riguardano atti terroristici. Inoltre, la Procura di Kunming ha accusato quattro persone per le stragi compiute in marzo nella stazione ferroviaria della stessa città.

Un procedimento penale potrebbe invece complicare ulteriormente i rapporti tra Corea del Nord e Stati Uniti. Le autorità di Pyongyang hanno infatti confermato di voler processare due cittadini statunitensi per ‘atti ostili allo Stato’, «confermati dalle prove e dalle loro stesse testimonianze». Jeffrey Fowle è in stato di arresto per aver lasciato una Bibbia nella propria stanza d’albergo, mentre Matthew Miller è nella stessa situazione per ‘comportamento avventato’ all’arrivo nel Paese. Frattanto, però, sempre da Pyongyang sembra giungere un gesto di distensione, con la Commissione Nazionale di Difesa Nordcoreana che avrebbe comunicato a Seul di voler sospendere ogni attività militare al confine dal 4 luglio, qualora la Corea del Sud cessi le proprie esercitazioni congiunte con le truppe statunitensi.

Stati Uniti che staranno probabilmente seguendo con maggior attenzione lo sviluppo degli eventi in Ucraina. Il Governo di Arsenij Jacenjuk deciderà infatti entro le 22 di stasera (le 21 in Italia) se prorogare il cessate il fuoco nelle oblast’ orientali. La tregua è infatti in scadenza e, in realtà, presenta ancora numerose criticità: ne sia la prova la morte di un giornalista televisivo russo, ucciso da colpi di arma da fuoco mentre seguiva un gruppo di separatisti nell’autoproclamata Repubblica di Donetsk. Non è chiaro se ciò possa complicare ulteriormente i rapporti con la Russia, certo è che la Ministra degli Esteri italiana, Federica Mogherini, ha espresso la propria speranza che nelle prossime ore possa avere buon esito il «lavoro comune portato avanti questi mesi» da UE ed USA lungo «la strada della soluzione politica».

Mogherini è peraltro tra i candidati alla successione di Catherine Ashton al posto di Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione Europea. Tuttavia, già la recente nomina a Presidente della Commissione di Jean-Claude Juncker non cessa di causare polemiche. La minaccia del Regno Unito di lasciare l’UE in seguito alla nomina è stata definita oggi «assolutamente inaccettabile» dal Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che ha definito la presenza di Londra «indispensabile all’Europa». Intanto, dall’attuale Commissione – per la precisione dal Commissario agli Affari Interni Cecilia Malmström – viene comunicato il tentativo di «contribuire maggiormente» agli sforzi dell’Italia nella gestione dei flussi migratori, ma rigorosamente «nell’ambito delle risorse esistenti»: in altre parole, bisognerà trovare una soluzione coi fondi già stanziati.

 

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