sabato, Novembre 27

A rischio la notizia

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Osservando il modo in cui i quotidiani hanno trattato, con cronache e commenti, il tremendo sisma che ha messo in ginocchio il Nepal, sorge spontanea una riflessione sul ruolo e l’importanza dei media a livello mondiale.
A quanto pare, si teme una catastrofe di dimensioni apocalittiche, le previsioni parlano di addirittura diecimila vittime, più le devastazioni che hanno colpito il cuore architettonico di una cultura da sempre cara a tutti coloro, nel mondo, che hanno curiosità e apertura intellettuale, oltre a una mentalità incline alla non violenza e alla pace tra i popoli. Ma lo spazio riservato dai media in generale a questa tragedia immane, pur ampio e circostanziato tenendo anche conto delle difficoltà logistiche, non appare proporzionato, commisurato all’evento.
A poche ore dalla catastrofe, il ‘New York Times‘ versione digitale ha aperto con i gravi disordini di Baltimora, accaduti subito dopo i funerali di un giovane afroamericano arrestato e morto in carcere,  sull’inglese ‘The Indipendent‘, sempre versione web, il terremoto in Nepal scivola addirittura al terzo posto nella home page.
Come si spiega tutto ciò? A cosa è dovuto il corto circuito, a volte clamoroso, tra la realtà e la percezione di essa che i mezzi di comunicazione  trasmettono?
Nella parte finale del secolo scorso si è diffusa tra gli intellettuali la convinzione, espressa col gusto del paradosso provocatorio, che un fatto, un accadimento, addirittura una persona non esistano se non sono citati e mostrati in televisione, moloch e cattiva maestra del tempo. Provocazioni a parte, l’affermazione  conteneva e contiene un nucleo di verità agghiacciante. Nel caso delle persone, all’evidenza delle conseguenze concretamente letali di questa tesi per chi vive di spettacolo e di visibilità, si somma la crisi d’identità e di autostima in cui rischia di precipitare la cosiddetta gente comune, esclusa per definizione dal circo mediatico e sempre più bisognosa almeno dei famosi quindici minuti di gloria profetizzati da Andy Warhol.
Dunque, la lotta per apparire sempre di più sui media si è fatta serrata e non riguarda solo lo show business (che nel frattempo si è ampliato a dismisura fino a comprendere perfino la comunicazione politica), ma la maggior parte delle attività umane. Questo condiziona ormai le basi del lavoro giornalistico e lo svolgimento di qualunque funzione legata al mondo dell’informazione.
Al di là delle spiegazioni di tipo socio-antropologico, c’è, infatti, la cruda realtà dei media come industria, delle notizie come prodotto commerciale da vendere al più alto numero di persone possibile per ricavarne il maggior profitto possibile, esattamente come accade per tutte le imprese con fini di lucro. Quindi, al netto dei problemi etici e deontologici del caso, chi opera nel campo dell’informazione è costretto a tenere in gran conto il gradimento e il livello d’interesse che l’opinione pubblica, da lui stesso in qualche modo orientata e plasmata in un perverso giro di valzer, manifesta o prevedibilmente manifesterà verso questo o quell’altro avvenimento, e a calibrare lo spazio concesso alle varie informazioni secondo i parametri che abbiamo appena citato.
Qualcuno riteneva che lo sviluppo dell’informazione via web, offerta gratis et amore dei all’utente moderno, ormai connesso h24 con i media, avrebbe cambiato le carte in tavola. Invece, grazie all’incessante tambureggiare dei social network, la notizia sta diventando un entità sempre più camaleontica, sfilacciata in mille interpretazioni più o meno funzionali a interessi di parte. Fino al minaccioso affermarsi della bufala, la panzana a tutto tondo, serissima pretendente al trono di regina dell’universo 2.0. e chissà, dell’informazione prossima futura. O per meglio dire, della sua morte certificata.

 

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