sabato, Maggio 8

A quando la ricostruzione di Gaza? 40

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Gaza

Ciò che ieri era preoccupazione, oggi è diventato realtà: la speranza diffusa per la conferenza dei Paesi donatori, tenuta il 12 ottobre a Il Cairo e in cui si è deciso di raccogliere 5 miliardi e mezzo di dollari per la ricostruzione della Striscia di Gaza, si affievolisce di giorno in giorno, perché le promesse fatte tardano a concretizzarsi. La ricostruzione si fa attendere, e lo status quo catastrofico prevalente da anni è sempre attuale e immutato. Ancora peggio, la vita quotidiana degli abitanti è sempre più ardua per via dell’offensiva israeliana di quest’estate, e peggiorata dalla ricerca interminabile di punizioni collettive. Senza dubbio, i bombardamenti si sono interrotti, e gli aerei da guerra israeliani che solcavano i cieli di Gaza non sono tornati alla carica per seminare morte dall’inizio del cessate il fuoco, ma la vita è comunque difficile. La sensazione di aver toccato il fondo si è impadronita degli abitanti, sfiniti da una situazione che è durata fin troppo. Per questo motivo, le loro aspirazioni sono incredibilmente modeste: una vita normale, la dignità, mezzi di sussistenza, sicurezza e un tetto sotto il quale allevare sereni i propri figli. Nonostante l’urgenza, i lavori non possono ancora iniziare, e le restrizioni imposte dalle autorità israeliane all’entrata dei materiali necessari nella Striscia di Gaza rappresentano il principale ostacolo alla sua ricostruzione.

L’esigenza imposta dagli israeliani come assolutamente indispensabile per l’apertura dei punti di passaggio è il controllo delle importazioni di materiali grezzi come il cemento. Israele afferma infatti di essere preoccupato per la possibile deviazione di parte di questi materiali da parte di Hamas, che potrebbe usarli per costruire missili o scavare tunnel. Secondo il piano di Robert Serry, coordinatore speciale dell’ONU in Medio Oriente, centinaia di osservatori internazionali dovrebbero essere impiegati per vigilare i carichi. «Questo piano non farà altro che ritardare il calendario proprio quando abbiamo bisogno di azioni rapide – spiega Jamal Al Khodary, presidente del comitato popolare contro il blocco – Gaza e il suo popolo sono ostaggi di Israele con la connivenza della comunità internazionale che appoggia il paese col proprio mutismo e il proprio rifiuto di fare pressione».

Tutto ciò suona a déjà-vu. La popolazione di Gaza ha infatti già vissuto la stessa situazione nel 2009, nel pieno dell’operazione militare israeliana “Piombo Fuso”, quando, nonostante una conferenza internazionale simile, gli impegni presi erano caduti nel dimenticatoio. A parte qualche progetto che ha potuto vedere la luce del giorno, la maggior parte delle infrastrutture distrutte da una guerra sanguinosa e feroce non è mai stata ricostruita nonostante Gaza ne avesse estremo bisogno. La riedificazione delle abitazioni, degli ospedali, delle scuole, ma anche la rimessa in sesto del sistema idraulico, della rete fognaria e delle centrali elettriche non sono mai avvenute. Ciò non è stato comunque dovuto a una cancellazione degli impegni da parte dei donatori, ma a un veto imposto da Israele, un veto che potrebbe essere usato nuovamente stavolta con gli stessi pretesti. Questi ostacoli rendono qualsiasi riabilitazione praticamente impossibile.

La Striscia di Gaza era quindi già in ginocchio anche prima dell’operazione “Confine protettivo”, subendo, oltre agli attacchi, anche il blocco, con conseguenze tragiche sulla vita quotidiana dei palestinesi, dall’assenza di gas per cucinare o per il riscaldamento, a quella del carburante per far funzionare i veicoli e alimentare le centrali elettriche. A ciò si aggiunge la mancanza di innumerevoli derrate alimentari di base come il latte e la farina, ma anche di medicine per curare i malati, in particolare quelli cronici.

Come se non bastasse, a ciò bisogna anche sommare la distruzione di migliaia di case, aziende e scuole, fatto che rende la prospettiva di un avvenire prospero poco o per nulla probabile. Per il momento, la situazione è ancora tra le più disastrose: ospedali, scuole, infrastrutture, tutto da rifare ancora una volta. La portata dei danni è tale da rendere incommensurabili i costi per la ricostruzione. Quasi 60mila abitazioni sono state interamente distrutte, 16mila parzialmente, 1500 aziende tra fabbriche, uffici e locali commerciali ridotti in polvere, privando tra 70mila e 100mila persone di un tetto sulla testa. Sono cifre esorbitanti.

Sebbene alcune famiglie abbiano potuto essere ospitate da vicini e amici, migliaia d’altre si trovano ancora sotto le tende messe a disposizione dalla Mezzaluna Rossa palestinese con l’appoggio delle organizzazioni umanitarie internazionali. È una situazione disastrosa che rischia di aggravarsi con l’avvicinarsi dell’inverno. Secondo le ultime statistiche, il 90% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e dipende dagli aiuti umanitari, e un abitante su due non ha un lavoro; sono cifre catastrofiche, che non erano più state raggiunte dalla guerra del 1967.

Oltre alla ricostruzione, tutta l’attività economica è soffocata dalle misure coercitive imposte dalle autorità israeliane da quasi un decennio. Oggigiorno, a Gaza, non esiste quasi più un settore privato o industrie. La macchina da guerra israeliana ha distrutto decine di fabbriche, devastato intere zone industriali, preso a bersaglio persino allevamenti di pollame e bovini e porti di pesca, assestando un duro colpo all’economia della zona assediata, riportandola al livello zero.

Gli agricoltori, per esempio, non possono, fino a oggi, accedere ai propri campi, e non hanno quindi potuto preparare i prossimi raccolti. Le coltivazioni di fiori e fragole, un tempo prospere, sono ora inesistenti, ed erano attività che generavano guadagni ingenti e contribuivano alla creazione di posti di lavoro. Secondo il portavoce del ministero dell’agricoltura, Fayez Cheikh, il settore ha subito perdite per 251 milioni di dollari: «Abbiamo stimato in 131 milioni di dollari le perdite per le fabbriche di produzione, in 56 milioni per il suolo e l’irrigazione, in 55 milioni per il bestiame e in circa 8 milioni per la pesca. Stavolta, l’economia è piatta, e perde da sola più di tre miliardi di dollari. Israele vuole ridurci a essere consumatori che dipendono da lui per tutto».

Il settore dell’agricoltura, come quello dell’industria, dell’agro-alimentare, della confezione del prêt à porter, dell’arredamento, per citarne solo alcuni, erano già vittime di condizioni disastrose ancora prima dell’attacco lanciato quest’estate. Le autorità israeliane controllano le quantità e i tipi di prodotti che entrano ed escono dall’enclave, sempre all’interno delle stesse restrizioni, autorizzando, tra l’altro, solo un punto di passaggio e chiudendo tutti gli altri. All’improvviso, le esportazioni sono quasi cessate, fino a rappresentare, al momento, meno del 2% del volume che avevano prima del blocco, perché le spedizioni di prodotti agricoli e di qualsiasi altra merce verso l’estero o verso i mercati palestinesi della Cisgiordania sono quasi proibite da Tel Aviv. Risultato: anche le imprese che sono sfuggite alla macchina da guerra non riescono più a sopravvivere e rischiano presto o tardi di chiudere se il blocco arbitrario persiste.

Altro fatto che suscita rabbia, domande e inquietudine nella popolazione è l’immobilismo del nuovo governo di unione nazionale. Molti pensano che realmente non faccia lo sforzo necessario per far partire il processo di ricostruzione, e un buon numero di osservatori crede che questa stagnazione si debba alla mancanza di consenso. Per Mkhimer Abou Saada, professore di scienze politiche all’università Al Azhar di Gaza, «la vera consacrazione della riconciliazione tra Fatah e Hamas, di cui questo governo è il frutto, è il problema, ed è la causa di questo immobilismo e di questa mancanza d’iniziativa. È un governo di tecnocrati indipendenti e senza appartenenza politica, ma in una situazione così complicata e delicata servono un potere e una volontà politici per smuovere le cose. Sono i responsabili di Fatah e Hamas a muovere i fili; se non lo incoraggiano, il governo non potrà fare nulla da solo».

Tutto ciò la dice lunga sulla realtà dell’accordo di riconciliazione firmato con grande ostentazione appena due settimane fa. Le relazioni restano fredde nonostante le rassicuranti dichiarazioni e le apparenze, e questo si deve, in parte, al mancato pagamento dei salari di 45000 funzionari contrattati dal movimento Hamas dopo il colpo di mano del 2007. Per richiedere il pagamento, il sindacato dei lavoratori ha organizzato una riunione di protesta per mercoledì 22 ottobre davanti alla residenza del presidente Abbas a Gaza, che è da poco diventata anche la sede del nuovo governo.

Gettando benzina sul fuoco, il movimento Hamas, in un servizio pubblicato questa settimana sul proprio giornale, ‘Al Rissala’, ha affermato che il braccio armato era impegnato nella ristrutturazione dei tunnel danneggiati dall’offensiva israeliana denominata “Confine protettivo”. Sono rivelazioni che rischiano non solo di avvelenare maggiormente le relazioni con l’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas, ma anche di dare improvvisamente agli israeliani un pretesto solido per rimandare alle calende greche la tanto attesa ricostruzione.

Tuttavia, la stampa israeliana e alcuni mezzi di comunicazione arabi, basandosi su fonti israeliane, stimano che il governo Netanyahu potrebbe beneficiarsi del 65% dei 5,4 miliardi di dollari destinati alla ricostruzione di Gaza. Sono guadagni colossali che riceverebbe per il fatto di essere la potenza occupante, e di concedersi il diritto di essere il fornitore esclusivo del territorio per quanto riguarda materiali e macchinari necessari alla ricostruzione di ciò che è stato distrutto dal suo stesso esercito.

«Invece di essere sanzionato e partecipare alle spese, Israele è addirittura ricompensato», si indigna Jamal Al Khodary, presidente del comitato popolare contro il blocco, e denuncia ciò che chiama «l’indifferenza dei donatori verso le autorità occupanti israeliane che, con le proprie bombe, distruggono continuamente ciò che le donazioni hanno contribuito a costruire».

La prospettiva di vedere Israele ricavare un guadagno dalle somme ricevute è stato definito scandaloso nella Striscia di Gaza, in cui la protesta e l’inquietudine continuano a guadagnare terreno. Un sentimento condiviso dagli investitori di Gaza, che sono unanimi nel dire che, senza un’implicazione significativa della comunità internazionale per sollevare il blocco, per poi arrivare a una soluzione politica del conflitto israelo-palestinese, il viaggio all’inferno della popolazione rischia di durare ancora molto a lungo, e bisognerà prepararsi per una ripresa delle ostilità in qualsiasi momento.

 

Traduzione di Emma Becciu

 

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