venerdì, Settembre 24

A processo dopo vent’anni: che giustizia è?

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Italia, patria del diritto, osserva Leonardo Sciascia; ma anche la sua bara. Come insegnano tutti i manuali di diritto e di giurisprudenza, la giustizia, per essere tale, occorre sia imparziale; non soggetta agli umori del singolo, della massa, o del momento. Una legge deve essere comprensibile anche a chi non è un esperto del settore; la pena non necessariamente deve essere severa, ma deve essere, necessariamente certa; la celebrazione del processo deve avvenire in tempi ragionevolmente certi, non biblici. Lo ricorda, lo prescrive proprio un italiano, una di quelle persone di cui l’Italia deve essere fiera, quel Cesare Beccaria, uomo del Settecento, considerato tra i massimi esponenti dell’Illuminismo italiano, autore di quel “Dei delitti e delle pene” che tra i testi più influenti della storia del diritto penale, un testo che ha tra l’altro ispirato i padri fondatori degli Stati Uniti d’America nella stesura di parte della Costituzione di quel paese. Perché questo richiamo, esplicito, a uno dei padri fondatori della teoria classica del diritto penale e della criminologia di scuola liberale?

Perché con quel “Dei delitti e delle pene” l’Italia è, appunto, la patria del diritto. Con storie come quella che si racconta ora, ne è la bara.

Occorre fare uno sforzo di memoria, e andare al 9 maggio 1997, vent’anni fa. Quel 9 maggio, all’alba, i carabinieri del Reparto Operativo Speciale arrestato nove attivisti di un ridicolo movimento separatista veneto battezzato ‘I serenissimi’. I nove la notte dell’8 maggio entrano in piazza San Marco a Venezia, sono sbarcati dal traghetto con un autocarro camuffato da blindato, detto ‘tanko’. In quel carro armato rudimentale avevano anche montato un cannoncino da 12millimetri. Se in grado o no di funzionare, non si sa; e neppure importa saperlo, qui; perché non è questo il problema. Sgomberata la piazza, entra in campo la giustizia; o meglio: la magistratura.

Devono andare a giudizio, i nove occupanti, e altri 39 secessionisti, individuati come complici a vario titolo. All’inizio si parte con l’associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico. Il giudice per l’udienza preliminare però derubrica il reato ad associazione sovversiva. La procura chiede il rinvio a giudizio di 34 persone, e il proscioglimento di 13; il GIP decide che tutti e 48 vanno processati.

Meglio fare un passo indietro. Molti passi indietro: fino all’aprile del 2014, quando su ordine della procura di Brescia vengono arrestati 24 secessionisti veneti, bresciani e sardi. Sono accusati di aver «promosso, costituito, organizzato e finanziato» l’associazione L’alleanza, per occupare piazza San Marco a Venezia, a bordo del Tanko realizzato all’interno di un capannone nel padovano. E’ l’occupazione di cui si parlava prima, quella di vent’anni fa. Quindici anni, prima di arrivare all’arresto dei 24; indagini, è da credere, accuratissime. Uno di quelli finiti nei guai, un bresciano che si chiama Michele Cattaneo (accusato della costruzione del cannoncino), chiede il rito abbreviato. Così tornerà davanti al GIP il prossimo 14 luglio. Gli altri rinviati a giudizio (tra loro l’ex sottosegretario agli Affari Esteri del primo governo Berlusconi, Franco Rocchetta; e uno dei protagonisti dell’occupazione di piazza San Marco, Flavio Conti) si sono visti fissare la prima udienza davanti alla corte d’Assise il prossimo 31 ottobre.

Pensate di aver letto male? Meglio ripetere: ‘l’occupazione’ di piazza San Marco a Venezia è dell’8 maggio 1997. All’alba dl 9 maggio la piazza viene ‘liberata’. Nell’aprile 2014 vengono arrestati 24 ‘secessionisti’. Il  Giudice per l’Udienza Preliminare decide di mandarne a processo 48. Per via del rito abbreviato uno sarà processato il prossimo 14 luglio; gli altri – prima udienza – il 31 ottobre.

Andatelo a raccontare a Beccaria…Su tutti i giornali la storia di Domenico Diele, l’attore che drogato, privo della patente, a bordo di un’automobile priva di assicurazione, ha ucciso investendola, una donna sbalzandola dal suo scooter.

Per Diele sono stati disposti gli arresti domiciliari, e però rimane in carcere perché manca il cosiddetto ‘braccialetto elettronico’. Come? In carcere perché non c’è il ‘braccialetto elettronico’? La cosa ha fatto ‘notizia’.

Che la cosa faccia ‘notizia’, e la faccia solo perché vede coinvolto un attore (peraltro non si sta parlando di un Marcello Mastroianni o di Alberto Sordi), è la cifra di quello che sono e possono essere giornali e giornalisti. Ha ragione il segretario del Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria Donato Capece: «Non c’era bisogno della mancata scarcerazione di un detenuto eccellente per sapere che le dotazioni dei braccialetti per il controllo dei detenuti ammessi ai domiciliari, costati allo Stato fino ad oggi 173 milioni di euro, è largamente insufficiente rispetto alle reali necessità».

La cosa, osserva Capece, è nota e denunciata da tempo: «Ma se riguarda la mancata scarcerazione di migliaia di ‘poveracci’ e di ‘signor nessuno’ la cosa non fa notizia. Il paradosso più evidente è che i Ministeri di Giustizia e Interno hanno speso milioni di euro in 10 anni per pochissimi braccialetti, mentre ora che ve n’é una primaria necessità, con la messa in prova ed il potenziamento del ricorso alla misure alternative alla detenzione non ne sono stati acquistati a sufficienza. E le carceri restano piene di persone che invece potrebbero da subito scontare la pena sul territorio».

E viene in mente Ennio Flaiano: «Situazione grave, ma non seria».

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