mercoledì, Settembre 22

A Parigi si è voluto colpire anche l'Iran field_506ffb1d3dbe2

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La dinamica degli attacchi effettuati a Parigi venerdì scorso è stata interpretata a caldo come una rappresaglia jihadista per il rinnovato impegno di Parigi contro lo Stato Islamico e le altre formazioni jihadiste. La politica estera francese è infatti indicata nelle rivendicazioni dell’Isis proprio come uno dei motivi degli attentati terroristici.

A inizio ottobre le forze aeree francesi hanno iniziato a bombardare in Siria colpendo obiettivi in prossimità di Raqqa, capitale del Califfato, peraltro pesantemente bersagliata ieri sera in reazione ai fatti di venerdì. Negli stessi giorni la portaerei Charles De Gaulle ha raggiunto il Mediterraneo Orientale per partecipare con i suoi cacciabombardieri ai raid contro l’Isis mentre nel Sahel i 3 mila militari francesi dell’Operazione Barkhane hanno colpito duramente i movimenti jihadisti nel Mali. I caccia francesi sono in azione, da tempo, anche nel Sahara. Con il pretesto di lottare contro il terrorismo, Parigi ne approfitta per riprendere il controllo di aree strategiche ricche di oro e di uranio. E con l’inasprimento dell’azione di contrasto verso il Califfato, non poteva che alzarsi anche il rischio di attentati interni.

In realtà, se volessimo azzardare una risposta non convenzionale sulle ragioni dell’11 settembre parigino, ci basterebbe dare uno sguardo all’agenda politica. Nella giornata di oggi, lunedì 16 novembre, era in programma la visita del presidente iraniano Hassan Rouhani, la prima nella capitale francese. In questi giorni è in corso la Conferenza di Vienna sulla Siria, a cui partecipa anche l’Iran. Il 30 novembre è in programma la Conferenza Internazionale sul Clima, per quale la Francia ha già annunciato che ristabilirà i controlli alla frontiere come misura ulteriore di sicurezza. Inoltre, l’attentato di Parigi segue di un giorno quello che giovedì ha insanguinato Beirut (due esplosioni, 50 morti e 200 feriti), il più grave dal 1990, che segna la fine di una tregua durata poco meno di due anni in cui la capitale libanese non è stata coinvolta dal caos che imperversa nella regione. L’ultimo attacco di una certa gravità risale al 19 febbraio 2014, quando un’autobomba piazzata davanti al centro culturale iraniano aveva provocato la morte di undici persone.

Daniel Nisman, analista esperto di Medio Oriente, ha scritto che si tratta del primo attentato suicida che si possa considerare in qualche modo contro Hezbollah. Il quartiere colpito è infatti quello di Burj el Barajneh, dove è molto forte la presenza del ‘Partito di Dio’, che nella guerra siriana appoggia il regime siriano di Bashar al Assad. Lo Stato Islamico (ISIS) – che combatte Assad in Siria – ha in seguito diffuso online in serata un messaggio di rivendicazione. Un’azione ad opera di musulmani (sunniti) contro altri musulmani (sciiti). Le due bombe contro la roccaforte di Hezbollah hanno tutta l’aria di essere un chiaro segnale al movimento sciita da parte di chiunque voglia dimostrare che la sua causa in Siria e nella regione non porta stabilità e sicurezza ma espone la comunità sciita a rappresaglie e nuovi attacchi. Un inasprimento della polarizzazione politico-confessionale che si nutre dei conflitti prolungati in Iraq, Siria e Yemen, rispetto al quale le potenze occidentali sono tutt’altro che estranee.

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