martedì, Maggio 11

A Gaza … l'incubo continua! La vita nelle Striscia di Gaza e la posizione palestinese nella trattativa

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razzi gaza hamas

Gaza – Nella Striscia di Gaza la popolazione vive un vero e proprio incubo, permanente e continuo, che non finisce. Certo, una calma precaria regna, i bombardamenti sono diminuiti nelle imminenze dei colloqui del Cairo, ma la tregua è stata momentanea e già si sapeva come sarebbe andata a finire. Si lavorerà di nuovo per una tregua? Lo scontro riprenderà?

Nuovi negoziati al Cairo fanno sperare in un cessate il fuoco tra la parte palestinese che include i partiti politici del fronte unito (compreso Hamas) e Israele. Ma al Cairo sembra che continuino a svolgersi dialoghi tra sordi. Nella mancanza di chiarezza che ha prevalso per giorni su una continuazione della discussione e che non permetteva di fare alcuna previsione di scenario resta in campo la questione su quali siano i punti del dialogo, già che Hamas e Israele si mantengono intransigenti sulle loro posizioni.

La parte palestinese, che include l’Autorità Palestinese, nei colloqui al Cairo, aveva posto -al principio del negoziato- le seguenti condizioni per il cessate il fuoco con Israele:

1 – immediata sospensione delle ostilità, ritiro delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza e garanzie per la cessazione di omicidi e attentati mirati;
2 – fine dell’assedio imposto a Gaza con l’apertura dei valichi di frontiera e una garanzia di libera circolazione per le persone e le merci;
3 – la fine del blocco economico e finanziario;
4 – la creazione di un passaggio sicuro tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza;
5 – il libero accesso dei pescatori palestinesi nelle acque territoriali palestinesi fino alla distanza di 12 miglia;
6 – la riapertura dell’aeroporto e la costruzione di un porto marittimo a Gaza;
7 – l’eliminazione delle cosiddette zone-cuscinetto lungo i confini;
8 – il rilascio di tutti i detenuti che -rilasciati nella transazione Shalit- sono stati di nuovo imprigionati, insieme con i membri del Consiglio legislativo;
9 – l’immediata ricostruzione della Striscia di Gaza, da parte del governo di unità nazionale in cooperazione con le Nazioni Unite e le sue istituzioni;
10 – La convocazione di una conferenza internazionale dei paesi donatori (comitato di collegamento ad hoc – AHLC), presieduto dalla Norvegia e con la partecipazione di Europa, Paesi arabi, Stati Uniti, Giappone, Turchia, Stati islamici, Russia, Cina e altri membri, al fine di fornire i fondi necessari per la ricostruzione in un arco di tempo prefissato.

Queste richieste avevano ricevuto il sostegno di tutta la popolazione di Gaza, martoriata da anni di embargo, ma sono risultate inaccettabili per lo Stato ebraico, che ha posto come requisito assoluto che Hamas e gli altri gruppi armati deponessero le armi in vista di una completa demilitarizzazione della Striscia di Gaza. Una prospettiva che il movimento islamista rifiuta, fino a che prosegue l’occupazione.

Le condizioni di entrambe le parti per una tregua duratura a Gaza, con i colloqui al Cairo che sono ripresi in queste ore, restano difficili da conciliare.
Per i palestinesi è chiaro che nell’operazione ‘margine protettivo’, il Governo Netanyahu vorrebbe isolare Gaza e staccarla dal resto dei territori palestinesi, rifiutando di aprire un passaggio di sicurezza tra Gaza e la Cisgiordania. Questa ipotesi è rafforzata dalla chiamata del Ministro degli Esteri, il falco Avigdor Lieberman, affinché Gaza passi sotto il mandato delle Nazioni Unite.

Per quanto riguarda l’inesorabilità con la quale l’Esercito bombarda e distrugge le infrastrutture di base, mira, ovviamente, a orientare eventuali colloqui verso le future questioni della ricostruzione di Gaza a spese dell’aspetto politico, che a sua volta è l’essenza di negoziati il cui obiettivo finale è la fine dell’occupazione. Di fatto, nella sua strategia e nella sua logica, il Governo israeliano, nonostante la sua politica bellicosa e sanguinaria, mira al fatto che i palestinesi a Gaza si accontentino di avere una ‘pace contro la pace’. In altre parole, un ritorno allo status quo che esisteva prima dell’operazionemargine protettivo’. Il che significherebbe, in cambio della cessazione delle ostilità, l’accettazione dei cittadini di Gaza a continuare a vivere in una prigione aperto, nella miseria, senza acqua, senza carburante, in breve nella resistenza e nella sofferenza … senza dignità, dinanzi all’indifferenza della comunità internazionale.

Per quanto riguarda i palestinesi della Cisgiordania, a loro volta dovrebbero accettare la politica israeliana dei fatti compiuti, accettando di vivere in un ghetto geograficamente frammentato, accettando gli interminabili posti di blocco, con le strade di collegamento riservate ai coloni che ne rendano più facile gli spostamenti, un vero percorso ad ostacoli, e soprattutto accettare le colonie che crescono ogni giorno e costituiscono un grave ostacolo alla creazione di uno Stato palestinese libero e indipendente che possa godere di una vitale continuità territoriale. E questo è l’obiettivo principale che risiede dietro il mortale attacco israeliano. Tutti i mezzi sono buoni per far sì che i palestinesi accettino, anche con la forza, di non avere mai alcuna speranza di costruire un proprio Stato, né un accesso a condizioni di vita decenti.

Per l’attuale Governo israeliano, i palestinesi devono rassegnarsi al loro destino e accettare anche di essere completamente smilitarizzati.

In effetti, Netanyahu e la sua coalizione di destra si sono opposti alla creazione dello Stato palestinese. Il loro obiettivo resta quello di espandere gli insediamenti in Cisgiordania, per continuare a stringere la loro morsa sulla terra palestinese e ad accaparrarsi l’acqua del fiume Giordano e delle falde sotterranee.

Se dobbiamo credere alla versione ufficiale degli eventi, l’attacco sarebbe stato innescato dal rapimento e dall’assassinio di tre giovani studenti di un insediamento in Cisgiordania. Un caso risolto senza prove, che il movimento Hamas, per mano di Netanyahu, ha dovuto pagare a caro prezzo: la sua distruzione, con un pretesto perfetto per lanciare una nuova guerra.

Ma perché adesso? Questa guerra, la terza in sei anni, non è stata attivata in un momento qualunque. È passato un anno dal fallimento dei negoziati tra palestinesi e israeliani sotto l’egida degli Stati Uniti. Un fallimento dovuto alla politica espansionistica degli insediamenti, che ogni giorno ha ridotto di più i territori palestinesi, trasformandoli in isole scollegate tra loro.

Oltre a ciò, Israele, dopo il colpo di mano di Hamas su Gaza, ha fatto passi avanti nei colloqui con l’Autorità palestinese, che però non rappresenta tutti i palestinesi e non controllava Gaza. Un pretesto per screditare l’Autorità Nazionale di Mahmoud Abbas e bloccare i negoziati. L’annuncio della riunificazione palestinese siglata tra tutte le fazioni palestinesi -incluso Hamas- ha avuto l’effetto di una bomba nella politica di estrema destra di Israele. La divisione palestinese, che era la gioia di Israele, non c’è più! In realtà, operazione ‘margine di protezione’ era inizialmente finalizzata a distruggere o smantellare i tunnel e Hamas. Un movimento che lo Stato ebraico vuole certo indebolire militarmente, ma lasciandolo al potere, per consacrare la divisione tra i palestinesi -per vedere l’unità palestinese in pericolo?.

Questo era ed ancora l’obiettivo: rompere l’unione tra Fatah e Hamas, che il 2 giugno 2014 ha formato un Governo di unità, iniziativa bene accolta dalla comunità internazionale, ma che è dispiaciuta a Israele -che ha cercato di fare pressioni negative sulle ambasciate occidentali. Cosa ci poteva essere di meglio, rispetto a una guerra, per fomentare l’odio, rendere la popolazione illividita, incoraggiare l’opposizione alla pace con un vicino sanguinario? Una guerra capace di dividere le organizzazioni politiche palestinesi -di nuovo unite- che stavano per integrare l’OLP allo scopo di riconoscere de facto tutti gli accordi firmati con Israele. Una simile coalizione sarebbe stata capace di formare un fronte unito per rafforzare la credibilità dell’Autorità palestinese nei suoi negoziati, un incubo per il Governo dei falchi israeliani, che volevano riprendere la creazione di uno Stato palestinese nei confini del 1967, con Gerusalemme come sua capitale e a tempo indeterminato. Scopi cinici per i quali la gente di Gaza ha pagato un prezzo pesante.

Mentre questo rimane ancora credibile e profondamente radicato nella sua strategia, oggi la situazione sembra essere cambiata radicalmente per Israele, apparentemente presa alla sprovvista dalle effettive capacità militari del movimento islamista. Gli innocui razzi artigianali di un tempo hanno lasciato il posto a un arsenale importante che può costituire una vera e propria minaccia alla sicurezza di Israele. Questa osservazione probabilmente spingerà il Governo Netanyahu a cercare di sopprimere il potere di Hamas a Gaza, diventato forte, sfidante e minaccioso, in favore del ritorno delle forze dell’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas, che nel 2007 fu sconfitto dal movimento islamista. Il che probabilmente spiega l’improvvisa inclinazione di Israele verso la ripresa del controllo del terminale di Rafah tramite la guardia presidenziale palestinese, un’azione che fino a qualche tempo fa era fuori questione.

In attesa dei risultati dei negoziati, che si svolgono nella consapevolezza che c’è in gioco il futuro palestinese, la vita scorre ancora nella Striscia di Gaza, stretta nella morsa feroce di una crisi umanitaria. Le strade devastate da una guerra spietata, solo rovine e devastazioni per la popolazione. In bilico e scossi dalla violenza inaudita che stanno vivendo, i palestinesi si chiedono per quanto tempo continueranno a pagare con il sangue gli altrui e cinici calcoli politici?

Una sola apprensione gli stringe un nodo in gola: anche se questa guerra dovesse finire, con i suoi tormenti e le sue lacrime, quando arriverà la prossima?
Una domanda che rimane senza risposta per ora.

La ferita di questo conflitto è molto importante e lascerà profonde cicatrici, lunghe da guarire. Questa guerra lanciata contro la Striscia di Gaza è stata una tra le più sanguinose, letali e distruttive. È stata descritta da osservatori e funzionari intergovernativi come una strage e una carneficina.

Come non parlare di massacro e carneficina se assistiamo a orribili uccisioni da parte dell’esercito di occupazione? I residenti dell’enclave ermeticamente sigillata hanno assistito, di volta in volta, a vere scene di orrore. Corpi straziati, giovani uomini e donne mutilati e bambini decapitati.

Un thriller degno dei più grandi film di Hollywood che i palestinesi non avrebbero mai immaginato di dover vedere, nemmeno nei loro incubi peggiori. Come non parlare di carneficina, quando sappiamo che più di settantatre famiglie sono state completamente spazzate via, cancellate dal registro di stato civile con genitori, nonni, figli e nipoti, che i quartieri ad alta densità e già popolari sono stati rasi al suolo da tonnellate di esplosivi, lanciati dagli F16, dai droni o dai carri armati dell’esercito israeliano, e che centinaia di migliaia di persone sono state costrette ad evacuare le loro case con le bombe. Secondo il Ministero della Sanità palestinese, la guerra ha fatto quasi 2.000 morti tra cui 433 bambini e adolescenti e 243 donne e più di 10.000 feriti.

Oltre a ciò, Israele ha bombardato tutte le infrastrutture di base, quasi 25.000 abitazioni con almeno una dozzina di famiglie all’interno, la principale centrale elettrica, ospedali e ambulanze. In molti casi, il personale medico e i pazienti sono stati uccisi o feriti. Raid indiscriminati hanno preso di mira anche un centro per la disabilità motoria, moschee, chiese e istituzioni statali. Quasi un quarto della popolazione è stato de localizzato e si è rifugiato nelle scuole dell’UNRWA Nazioni Unite che Israele, del resto, non ha esitato ad attaccare, causando morti e feriti tra i rifugiati e il personale della istituzione internazionale. Migliaia di persone hanno perso tutto. I loro parenti, amici, vicini, i loro beni e i loro ricordi. Ricordi di una vita. Non gli è rimasto nulla …

La dimensione del disastro, della distruzione e il numero della vittime civili è così importante che il Presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR​​), Peter Maurer, in visita nel campo, si è detto ‘scioccato’. Il Presidente palestinese Mahmoud Abbas, nonostante le pressioni, mostra la ferma intenzione di ratificare il trattato di Roma, per procedere al deferimento alla Corte penale internazionale contro Israele, per crimini di guerra. Ha detto che Gaza ‘è una zona colpita da un disastro umanitario’.

Per giustificare lo spargimento di sangue, Israele -che è una potenza occupante-  continua a ripetere il mantra del ‘diritto legittimoall’autodifesa, che impiegherà tutti i deterrenti in suo possesso per distruggere l’arsenale dei razzi lanciati dai gruppi armati palestinesi e la rete dei tunnel tramite i quali si compiono incursioni nel suo territorio, accusando soprattutto i leader di Hamas.

I suoi responsabili sono arrivati a evidenziare una cosiddetta ‘cultura del martirio’, innata nel popolo palestinese (la volontà di morire da martiri) insistendo dall’altro, il fatto che gli abitanti della vicina enclave palestinese sono impiegati da Hamas come scudi umani. In entrambi i casi, l’Esercito di occupazione sta solo cercando di legittimare i suoi crimini e le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, cercando di esonerare la propria parte e incolpare le vittime. Secondo la loro versione i palestinesi non danno alcuna importanza alla vita, così non cambia molto se vivono o muoiono!

Nelle sue dichiarazioni pubbliche sui media, il Primo Ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha sempre sottolineato che si tratta di un’offensiva volta contro Hamas. Informazioni smentite dal terreno, con fatti e cifre di un bilancio che mostra come l’80 per cento delle vittime siano civili e che si tratta di una guerra contro tutti i palestinesi.

Eppure la soluzione del conflitto israelo-palestinese non è né militare né securitaria. È politica, e può essere raggiunta solo attraverso il rispetto del diritto internazionale, vale a dire con l’attuazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n° 242 del 22 novembre 1967, che prevede un ritiro completo dell’esercito israeliano da Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est, lo smantellamento di tutti gli insediamenti illegali, il rispetto dei confini dei territori occupati nel 1967 e il ritorno dei profughi palestinesi. In altre parole: la fine dell’occupazione.

Solo il dialogo e il negoziato tra le due parti può portare a una soluzione pacifica basata sul riconoscimento di due Stati sovrani e uguali.
Tale prospettiva potrebbe emergere quando le intenzioni saranno buone. Questo non sembra il caso attuale, purtroppo, così l’incubo della popolazione di Gaza continua.

 

Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli

 

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