martedì, Settembre 21

A Falluja l’Iraq ritrova il suo orgoglio field_506ffbaa4a8d4

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L’attacco iracheno su Falluja, annunciato ed iniziato il 23 maggio, non ha come unico scopo quello di creare attorno a Baghdad una cornice di sicurezza: la riconquista della città aprirebbe alle forze della coalizione anti-jihadista la strada per risalire l’Eufrate, garantendo agli alleati una ulteriore via per risalire lungo gli ormai esigui territori in mano al Califfo fino a Raqqa, il cuore del sedicente Stato Islamico.

Oltre alle motivazioni tattiche e di sicurezza, vi sono anche altri motivi legati alla politica per i quali le truppe irachene preferiscono attaccare Falluja piuttosto che Mosul. Dopo il proliferare delle milizie jihadiste dello Stato Islamico, le forze governative irachene sono state costrette, per imperizia o per debolezza politica statale, a ritirarsi di fronte agli irregolari di Daesh, che hanno, per due anni, incalzato ed attaccato le inadeguate forze di Baghdad. Questo attacco su Falluja potrebbe garantire al Governo il plauso dell’opinione pubblica, ma soprattutto quello dei più preziosi alleati di al-Abadi: gli sciiti dell’Iran.

Il potente vicino iraniano, il quale controlla più o meno indirettamente le falangi sciite dal Libano allo stesso Iran, esercita una forte pressione politica sul Paese mesopotamico, in quanto gli interessi iraniani sull’Iraq non consentono la presenza di un Comando debole dello Stato: per tale motivo è probabile anche la presenza di una spinta persiana dietro questa offensiva.

Gli iracheni hanno ben preparato il campo di battaglia; da mesi, infatti, le Forze irachene stanno tentando di interrompere il flusso di materie prime nella Falluja assediata: dagli acquedotti alle vettovaglie, gli iracheni hanno colpito i rifornimenti di Daesh, affamando la popolazione assediata. Nel frattempo, in città, i combattenti dello Stato Islamico hanno imposto una legge marziale, la quale vieta qualsiasi contatto con l’esterno del centro urbano: molte sono state le esecuzioni effettuate ai danni di civili che tentavano la fuga oppure che avevano provato a contattare conoscenti al di fuori del territorio del Califfato.

Questo genere di militarizzazione delle città sotto assedio risulta essere una vecchia procedura di Daesh: già applicata nella Palmira del Califfato, nonché attualmente a Raqqa, la strategia applicata da IS si basa sull’ottenimento dell’obbedienza ceca da parte della popolazione civile mediante il ricatto e il terrore. A chiunque si rifiuti di collaborare con il Califfo viene negato qualsiasi mezzo di sussistenza ed esposto a ritorsioni sommarie da parte dei miliziani, chi, inoltre, disobbedisce allo Stato Islamico viene torturato e ucciso, mentre la sua famiglia viene destinata ad una vita di miseria e tribolazione.

Il modello jihadista di legge marziale risulta essere particolarmente efficace solo in alcuni sensi: generando terrore nei civili, si ottiene una popolazione estremamente disciplinata e disposta a collaborare, ma, d’altro canto, non leale e non affidabile in caso di battaglia. Se gli iracheni liberassero un quartiere di Falluja, i jihadisti dovrebbero combattere al tempo stesso contro le forze avversarie e contro la popolazione, determinata a vendicare le iniquità subite sotto le insegne della bandiera nera.

Per l’intero popolo iracheno la riconquista di Falluja da parte di sole truppe irachene desterebbe un grandissimo moto di orgoglio e di patriottismo, che garantirebbe al Governo basi più solide e porterebbe ad una rinnovata spinta da parte di alcune tribù di unirsi alla causa nazionale, in quanto, nella cultura araba e islamica, solo il condottiero vittorioso è degno di ricevere i servigi di altri capi tribali.

Falluja potrebbe rappresentare una vera e propria battaglia di un Risorgimento iracheno: tutto dipende dal futuro andamento della battaglia, tutto dipende dalla vittoria.

 

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