giovedì, Settembre 23

A Davos i fallimenti della war on drugs field_506ffb1d3dbe2

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In apertura di un significativo e interessantissimo dibattito sulle ‘drug policies’ tenutosi qualche giorno fa nel corso del World Economic Forum di Davos, a cui hanno partecipato alcune delle personalità più illustri del panorama globale come Kofi Annan, Juan Manuel Santos e il Governatore del Texas Rick Perry, le dure parole di Kenneth Roth, Direttore Esecutivo di Human Rights Watch, hanno sintetizzato quello che per un numero crescente di osservatori è il giudizio sugli ultimi cinquant’anni di guerra alle droghe: «Le politiche adottate», ha dichiarato senza mezzi termini, «sono state un disastro».

«È tempo», ha proseguito Roth, «attraverso la regolamentazione, di andare oltre la persecuzionee dell’uso degli stupefacenti, che per troppo tempo è stata la causa di così tanti abusi».

Il moderatore, il giornalista di ‘UnivisiónEnrique Acevedo, aveva chiesto a ciascuno dei presenti di esprimere in poche parole la loro posizione personale sul tema. Tutte le risposte, anche se con prospettive differenti, hanno sistematicamente rimesso in discussione la strategia adottata a livello globale per combattere l’uso e il traffico degli stupefacenti, mettendo in luce, allo stesso tempo, i punti più controversi sui quali si concentrerà nel prossimo futuro la ricerca di un dialogo su scala globale per affrontare questo delicato tema.

Juan Manuel Santos, Presidente della Colombia, uno dei Paesi che più hanno sofferto nel corso di questa lunga battaglia tra Stati e sostanze proibite, ha riconosciuto che, nonostante i parziali successi del suo Paese nel combattere i cartelli, «ci ritroviamo a pedalare su una cyclette, guardiamo alla nostra destra e alla nostra sinistra, e il panorama non è mai cambiato».

Da qualche anno il Presidente colombiano è stato uno dei primi a spingere per una revisione della ‘war on drugs’, sebbene con prudenza e rimarcando come precondizione la ricerca del massimo consenso possibile all’interno della comunità internazionale. Uno dei problemi da affrontare, ha fatto notare Santos a Davos, è la notevole tendenza al ‘free riding’ da parte degli Stati.

In effetti, la nuova consapevolezza che la war on drugs, iniziata sotto l’egida degli USA di Richard Nixon, non abbia dato i risultati sperati ha spinto le classi politiche dei Paesi più coinvolti dalla violenza del narcotraffico a tentare nuove ricette, con o senza l’approvazione di Washigton. Il fatto che alcune Nazioni abbiano deciso di dedicarsi ad esperimenti legislativi all’avanguardia, depenalizzando o addirittura legalizzando l’uso di stupefacenti come la cannabis, è un segnale del cambiamento in atto. D’altro canto, porta con sé l’esigenza di un nuovo confronto su scala globale per creare un framework entro cui elaborare nuove strategie d’azione.

Basti pensare alla variegata situazione nelle Americhe, con l’Uruguay di Pepe Mujica che è da poco diventato il primo Stato sovrano a gestire interamente la coltivazione, la distribuzione e la regolamentazione della marijuana. Un percorso avanguardistico e, come hanno sottolineato diverse volte gli esponenti del Governo, sperimentale. Nel senso che, dato che nessuno aveva mai compiuto un passo simile in precedenza, soltanto una valutazione a posteriori potrà confermare la bontà dell’iniziativa. Sulla stessa linea d’onda, ma con notevoli incertezze dato il difficile contesto politico e istituzionale caraibico, anche Otto Pérez Molina, Presidente del Guatemala che già dinnanzi all’ONU, nel 2012, si era unito al coro riformatore. Comunque, qualcosa si muove anche da quelle parti.

A raggiungere però livelli dirompenti sono stati i referendum che hanno portato alla legalizzazione della cannabis per uso ricreativo negli Stati di Colorado e Washington, nel 2013. Ora gli USA sono, almeno per quanto riguarda i due Stati citati, nel novero dei progressisti, e difficilmente potranno imporre la continuazione della linea dura che qualche decennio fa essi stessi avevano adottato e implementato giuridicamente a livello continentale e globale.

Santos ha descritto molto bene l’impatto di questo approccio differenziato nei Paesi che, come il suo, sono i principali produttori mondiali di droga. «Come faccio a dire a un contadino colombiano che coltiva un ettaro di marijuana che potrebbe andare in carcere per questo, quando in Colorado o a Washington tutto ciò è legale?».

Tanto che a Davos persino Rick Perry, repubblicano doc, ha dovuto prendere atto dell’esigenza di un rinnovamento del dibattito sul tema. «Vengo qui con la mente e le orecchie aperte a nuovi stimoli e nuove idee». Un atteggiamente conciliante impensabile fino a un decennio fa da parte del conservatorismo americano, che però comincia a radicarsi anche tra i repubblicani. Perry, pur opponendosi fortemente alla legalizzazione, ha tentato, con risultati piuttosto discussi, di riformare la legge del Texas per ridurre l’incarcerazione di piccoli consumatori di stupefacenti, aprendo con timidezza a un possibile percorso verso la depenalizzazione.

Lapidario è stato invece Kofi Annan, che da anni insiste per riformare i trattati in sede ONU. «Le droghe hanno distrutto molte persone, ma le politiche da parte dei Governi ne hanno distrutte molte di più».

Davos non è la prima occasione in cui statisti e personalità influenti come Annan hanno portato avanti un disegno di ripensamento della war on drugs. Da diversi anni si sono moltiplicati gli stimoli a ridiscutere le politiche globali di lotta alle droghe. L’ex Segretario dell’ONU, insieme a Fernando Henrique Cardoso, già Presidente del Brasile, aveva firmato un celebre articolo apparso sulla CNN, in cui sottolineavano quelli che sono i punti focali della loro critica al vecchio sistema, e le strategie alternative attuabili.

Annan e Cardoso sottolineavano come i dati statistici mostri impietosamente come l’approccio repressivo non abbia modificato né i consumi né la portata dei commerci illegali, che continuano a rimanere immutati. In aggiunta, la lotta al consumo ha portato a violenze e violazioni di diritti umani sempre più frequenti, riempiendo le carceri di detenuti trovati in possesso di stupefacenti, senza peraltro ripercuotersi in maniera efficace sui traffici illeciti ed anzi imponendo un grave peso tributario sulle tasche dei contribuenti.

Il ‘policy change’ che viene proposto da Annan e Cardoso, uniti al variegato fronte riformista su queste politiche, si basa principalmente sulla depenalizzazione, cioè il ricorso solo a sanzioni amministrative e non penali, e sull’abbandono di metodi repressivi in favore di cure sanitarie.

In realtà nell’articolo si propulsa chiaramente la legalizzazione e regolamentazione, sulla falsariga di quanto avviene comunemente con altre sostanze nocive ma permesse, come alcolici e tabacco. La differenza di vedute che contrappone depenalizzatori e legalizzatori sarà probabilmente oggetto di futuri dibattiti. Anche in questo caso è chiaro come non vi sia, a livello ideologico ancor più che a livello scientifico, una linea condivisibile da parte di tutti gli attori coinvolti.

Non è un caso che Santos sia recentemente tornato a battere con forza sul tasto della depenalizzazione. In questi giorni, infatti, i rappresentanti dello Stato colombiano e delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) si stanno confrontando proprio sul tema delle droghe, nel corso dei dialoghi di pace in corso da più di un anno a Cuba. In un comunicato, i ribelli hanno elaborato la loro proposta programmatica di riforma della politica nazionale, che prevede l’abbandono dell’attuale persecuzione da parte dei militari e il sostegno statale per i piccoli produttori di coca e canapa. Su questo punto, date le recenti dichiarazioni del Presidente, non sarà forse così difficile mettersi d’accordo.

Resta ora da vedere quali saranno i prossimi sviluppi del percorso riformista della war on drugs, che avanza lentamente, ma dopo le vicende uruguayane e statunitensi potrebbe accelerare ulteriormente.
Nel 2016 è prevista una riunione in sede ONU su questo specifico argomento, un’occasione in cui Santos (se rieletto) e gli altri capi di Stato favorevoli a una revisione faranno certamente sentire la propria voce. Se entro allora, come è ipotizzabile, altri Stati degli USA seguiranno l’esempio di Colorado e Washington, questa voce potrebbe essere ascoltata con molta più attenzione anche dall’amministrazione Obama.

 

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