giovedì, Maggio 6

A cosa stava pensando il generale?

0

Chiunque conosca un po’ la realtà della Colombia sa che il fiume Atrato è un territorio conteso, lungo le coste di queste acque nel Paese di Bojayá 12 anni fa c’è stato uno dei peggiori massacri perpetuati dai guerriglieri delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), che controllano in parte la zona del Chocó. Il pilota dell’imbarcazione sapeva che la zona era pericolosa e che non dovevano navigare in quelle acque, ma come recita un famoso proverbio “dove comanda il capitano non comanda il marinaio”, e in questo caso, portavano a bordo uno dei generali più anziani dell’esercito colombiano: poco importa che fosse in abiti civili, i gradi vanno rispettati.

Sappiamo che è andata così, non solo perché chi manovrava la barca lo ha comunicato quando ha lanciato l’allarme del sequestro che, da domenica 16 novembre ha messo in pericolo i negoziati di pace in Colombia. Ma perché Claudia Farfán, la sposa del generale Rubén Darío Alzate, lo ha divulgato pubblicamente. Secondo la testimonianza della donna, suo marito non solo era in abiti civili, ma le confessò anche che si recava senza la sua scorta a un appuntamento per coordinare un programma sociale. Il sequestro non è stato violento, secondo quanto ha raccontato la gente del posto a un giornalista del quotidiano ‘El Tiempo’, sono giunti altri tre uomini in abiti civili, hanno discusso con il generale e i suoi tre accompagnatori quindi se ne sono andati via insieme.

In maniera quasi contemporanea alla notizia ufficiale di questo fatto, l’ex presidente Alvaro Uribe Vélez, che è considerato di estrema destra e che l’opposizione accusa di avere legami con le realtà dei paramilitari, ha divulgato su Twitter una sorta di bollettino di guerra, la qual cosa dimostra lo stretto rapporto che ha con le forze militari, soprattutto con quelle che, come lui, ritengono che la guerriglia vada sterminata e non si debba negoziare. Per alcuni il suo odio è giustificato, Alberto Uribe Sierra, suo padre, è stato assassinato a sangue freddo da alcuni membri della guerriglia nel 1983.

Per il dottor Rubén Sánchez David, professore della facoltà di scienze politiche e governo dell’Universidad del Rosario, in Colombia, l’azione contro il generale è stato un sequestro e non un atto di guerra, giacché secondo il Diritto Internazionale Umanitario affinché sia considerato come tale, dovrebbe essere svolto in uniforme o con armi. Sebbene le Farc abbiano dichiarato in un comunicato che il generale «è a capo di una Fuerza de Tarea Conjunta, una struttura concepita da comandi militari del Pentagono per la guerra frontale contro il popolo della Colombia e la sua ribellione armata». Nonostante ciò garantiscono che rispetteranno la vita e l’integrità del generale e dei suoi accompagnatori.

Di fronte a tale scenario il presidente Juan Manuel Santos, ha dichiarato sospesi i negoziati di pace fino a quando non saranno liberati i militari catturati. Un’eventualità che, secondo diversi mezzi d’informazione colombiani, potrebbe accadere nei prossimi giorni. A differenza di altri negoziati di pace in Colombia e nel mondo, quelli che si stanno svolgendo con le FARC avvengono in assenza di un cessate il fuoco, ma nel bel mezzo di una guerra. Difatti lo stesso Santos la sera di lunedì 17 ha dichiarato che, sebbene non sia convinto del fatto che negoziare durante il conflitto sia il modo migliore di ottenere la pace, ciò non significa che nel corso dei negoziati non si possano compiere i primi passi per far cessare il conflitto.

«I membri delle FARC hanno detto tante menzogne che ormai nessuno crede loro», aggiunge Sánchez David rammentando che in altre situazioni la guerriglia si è servita della tregua solo per rafforzarsi o per avere il tempo di preparare un attacco. «Il progetto delle FARC di arrendersi, ma senza gettare le armi è vecchio», spiega l’accademico, anche se riconosce che ha la sua giustificazione storica. Nel 1984, come risultato dei negoziati di pace condotti dal presidente Belisario Betancur, fu fondata l’Unión Patriótica (UP), un braccio politico della FARC, che ottenne qualche trionfo elettorale, tuttavia oltre 3.000 dei suoi membri e candidati furono massacrati prima che la UP fosse cancellata dalle liste nel 2003.

In questo 2014 le FARC hanno compiuto 50 anni di guerra, per cui costituiscono la guerriglia attiva più datata del pianeta, mentre quello colombiano è uno dei conflitti più lunghi della storia. Il narcotraffico come fonte di entrate, l’estrazione mineraria illegale e l’estorsione sono stati il combustibile per alimentare a ampliare il conflitto, anche se non tutto è sotto il segno dell’accaparramento, giacché la povertà, il classismo e le diseguaglianze sociali hanno contribuito notevolmente al sorgere della violenza. Non per nulla, le élite con appoggio governativo hanno creato i gruppi paramilitari, che hanno finito per essere dannosi quanto il male che avrebbero dovuto sradicare, poiché se sommiamo le stragi perpetuate da tutti i gruppi armati del Paese –legali e illegali– dal 1982 a oggi abbiamo, secondo il sito Verdad Abierta, 700 massacri in tutto il Paese.

Con tale livello di violenza esistono in Colombia molto risentimento e molti interessi contrapposti. All’interno della società colombiana e dell’esercito esistono settori che esercitano pressioni sul governo di Santos, perché non desiderano la pace, spiega il dottor Sanchez David, ma chiarisce che anche dalla parte delle Farc, esistono soggetti che preferiscono la guerra, perciò, al tavolo siedono rappresentanti di vari fronti di una guerriglia che, come chiarisce il professore, da molto tempo ha cessato di essere ideologizzata.

Per il momento, quindi, non resta altro da fare che aspettare che le FARC decidano di cooperare e liberare il militare, il quale secondo l’opinione di tutti (compresa sua moglie) deve chiarire cosa faceva in abiti civili, disarmato e senza scorta in territorio nemico, e che, dall’altra parte, il governo riapra la porta di un dialogo per il momento sospeso.

 

Traduzione di Marco Barberi

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->