mercoledì, Luglio 28

A cosa serve privatizzare? image

0

Giulio-Sapelli

A poche ore dall’ultima crisi italiana di governo sul tavolo del capo del governo in pectore, Matteo Renzi, c’è già una lista di temi economici urgenti. Renzi dovrà anzitutto scegliere il sostituto del Ministro Saccomanni e poi cercare la soluzione per alcuni ‘dossier’ ancora insoluti sul tavolo di Enrico Letta. Le nomine delle società pubbliche, il rientro dei capitali dalla Svizzera, il piano di privatizzazioni per contrastare il debito pubblico.

La scelta di privatizzare le ultime imprese statali riguarderà prima di tutto Poste e Enav, in misure parziali, con una scelta che non è nuova né originale. La storia della presenza dello Stato italiano nel mercato inizia negli anni Trenta, con la fondazione di IRI. Abbiamo chiesto a Giulio Sapelli, docente ordinario di Storia Economica presso l’ Università degli Studi di Milano, di darci alcuni elementi per inquadrare la situazione delle privatizzazioni italiane su uno sfondo storico.

«Dopo la crisi del ’29 in Italia nasce un’economia mista, che da un lato ha visto nascere un‘economia ‘di salvataggio’ (creazione di IMI e poi IRI) e dall’altro la costruzione ex novo di una presenza pubblica nell’economia (ENI nasce già pubblica)». Con la fondazione di IRI si cercava di salvare il sistema delle banche, messo alla prova dalle conseguenze della Grande Crisi americana. «Tutto il sistema bancario medio grande, con il sistema metallurgico pesante, siderurgico, passò in mano allo Stato. Nel secondo dopoguerra nascono poi imprese pubbliche come l’ENI, il cui compito era fornire energia -specie petrolio- a un prezzo più basso alle imprese».

 

Fino a quando ha funzionato questo meccanismo?

Questo sistema era governato da un complesso gioco di equilibrismi finanziari e ha funzionato bene –per quanto riguarda la crescita- fino alla fine degli anni Ottanta. All’inizio degli anni Novanta le imprese pubbliche nate dai ‘salvataggi’ sentivano però il grande peso della partitocrazia che si era insediata all’interno dei loro gruppi dirigenti, anche se le imprese erano state efficienti. Per esempio l’Italsider di Trapani [in seguito ILVA] o di Bagnoli era visitata da sud coreani e giapponesi, che ci hanno fatto concorrenza dopo aver imparato da noi la siderurgia a ciclo integrale.

Le privatizzazioni iniziano con il ciclo dell’integrazione europea, sotto i ‘dogmi’ liberisti e della questione del debito pubblico.  Le mettiamo in pratica senza avere un’idea industriale di fondo, spinti dalla finanza internazionale e seguendo quell’ondata generale di privatizzazioni e liberalizzazioni dei mercati finanziari., specie dopo il crollo dell’Unione Sovietica (1989) e seguendo le impostazioni di Blair e Clinton in tema di finanza. Così in Italia privatizziamo ma non liberalizziamo.

Si continua a sentir dire che le liberalizzazioni servono ad arginare il debito pubblico.

È una stupidaggine priva di base scientifica e lo vediamo guardando gli studi. Tutta quell’ondata di liberalizzazioni intaccò appena il 4 o 5% del debito pubblico. Se oggi privatizzassimo tutto quello che rimane in mano allo Stato ne ricaveremmo una quarantina di miliardi, a fronte di un debito pubblico di 2 miliardi e 400 milioni. In realtà si è trattato di una scelta politica, non economica, che riflette la subalternità dell’Italia all’economia mondiale e alla divisione internazionale del lavoro. In questo modo abbiamo perso la siderurgia, affidandola a incompetenti, e di alcune componenti essenziali dell’industria moderna. Gran parte della crisi attuale è dunque frutto di quelle privatizzazioni fatte male, che alla fine non sono state altro se non la spartizione di un bottino.

C’è chi sostiene che lo Stato dovrebbe mantenere un controllo sui settori dei cosiddetti ‘beni comuni’

È un errore frequente, nonché una grossa sciocchezza, il modo in cui si parla dei beni comuni. Facciamo l’esempio dell’acqua: può essere privata (a casa mia ho un pozzo), statale (beni demaniali) o può essere un bene comune. È tale se è gestita dalla comunità che risiede nel luogo dove rampollano le sorgenti d’acqua. Bisogna leggere Elinor Olstrom, che prima di morire -a 84 anni- si è vista assegnare il primo Nobel femminile per l’economia (2009). I beni comuni sono frutto di una governance, di una politica di proprietà collettiva da parte di piccoli gruppi. In sintesi: lo stato può fare ciò che preferisce, in presenza di una decisione politica e di una redditività economica. Per esempio il Brasile deve gran parte della sua crescita economica alla presenza di Petrobras, compagnia petrolifera statale a partecipazione privata, e alla presenza della più grande banca pubblica al mondo, che dà crediti alle imprese a tassi agevolatissimi.  Il fatto che lo Stato possa o meno impossessarsi di certi settori è dunque una decisione, ce lo insegna Giovanni Montemartini e i teorici di scienza delle finanze, compiuta dalla classe politica basandosi su possibili calcoli di redditività.

Livello globale e locale: le PMI locali dovrebbero internazionalizzarsi per uscire dalla crisi?

Le nuove tecnologie, dal pc alle stampanti 3d etc. aprono anche alle micro imprese la possibilità di giungere all’internazionalizzazione. Ma l’80% delle imprese (ovunque si trovino) sopravvive grazie al mercato interno. Chi si occupa di politiche economiche dovrebbe dunque anzitutto cercare di agire sulla domanda interna effettiva, aumentando i salari e diminuendo le tasse sui consumi per ampliare i mercati interni. Se non lo faremo soccomberemo al gelo della deflazione tedesca che giungerà a colpire tutta Europa. Abbiamo fatto l’esperienza dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), il cui mercato interno non è cresciuto come pensavano i guru dell’economia mondiale.  Per fare un altro esempio, il fondo Charme ha venduto la poltrona Frau, dunque anche le imprese del lusso hanno bisogno del mercato interno.

La FIAT lascia l’Italia.  Un pezzo importante della nostra economia, che ha beneficiato di ingenti sostegni dello stato italiano, porta via dal nostro Paese un pezzo di storia, identità e cultura. Quanto è vero questo danno?

È indubbiamente un danno. Parliamo di valori, mores, in senso antropologico, ma parliamo anche della grande disciplina che la grande impresa dà al popolo, con l’attitudine al lavoro e l’orgoglio di aver fatto parte (in certi momenti è stato così ) di uno dei gruppi motoristici e aeronautici migliori a livello mondiale. Una cultura che è anche tecnologica, che si perderà con la chiusura degli stabilimenti e causerà un impoverimento anche culturale. L’abbiamo già visto in diversi settori: meccanica pesante, gran parte della siderurgia. Lo possiamo leggere ne La dismissione, di Ermanno Rea, che racconta la fine che fecero fare, pezzo dopo pezzo, allo stabilimento di Bagnoli. Tutti dovrebbero leggere questo libro per vedere quanto sia vero tale smantellamento.  

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->