domenica, Agosto 14

A Colonia è caccia all'immigrato field_506ffbaa4a8d4

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«Saremo a fianco dell’Arabia Saudita se si manifestasse una minaccia alla sua integrità territoriale». Lo ha detto ufficialmente Nawaz Sharif, primo ministro pakistano, a margine dell’incontro avuto a Islamabad con il vice premier e ministro degli Esteri saudita Muhammad bin Salman. Il premier non ha parlato della tensione che c’è tra Arabia e Iran dopo la morte dell’imam Nimr al Nimr, ma il riferimento era chiaro. E proprio per ribadire la posizione, il comandante dell’esercito pakistano, Raheel Sharif,  ha parlato di “decisa risposta” di fronte a qualsiasi tentativo destabilizzazione nella penisola arabica. Decisamente contro l’Arabia si è schierata, invece, al Qaeda, che ha minacciato Riad per l’esecuzione di 47 persone accusate di terrorismo. Con una dichiarazione pubblicata sui social network e datata 10 dicembre, il braccio yemenita di al-Qaeda e quello nordafricano ricordano che avevano avvertito l’Arabia di rinunciare alle esecuzioni, ma così non è stato. «Ora i sauditi si aspettino il giorno in cui Dio libererà il cuore delle famiglie dei martiri, dei loro fratelli e di quelli che li amano dagli infedeli arroganti». L’avvertimento di al-Qaeda fa seguito a quello di dicembre, quando minacciò di ‘spargere il sangue di tutti i soldati della dinastia al-Saud’.

Ancora orrore in Siria. Da due giorni, sui social media arabi  girerebbe un video che mostra la decapitazione di un uomo, per mano dei membri di “Ahrar al Sham”, gruppo islamista dell’opposizione siriana. Le immagini mostrano un uomo inginocchiato su una strada e circondato da militanti armati. Uno degli aguzzini legge in arabo un comunicato nel quale afferma che «nel nome di Allah il misericordioso, il movimento di Ahrar al Shaam (“Gli uomini liberi della Grande Siria”) eseguirà al Qassas (“Punizione con la morte”) di uno dei mercenari di Mahmoud Jamal». Mahmoud Jamal è il capo di “I Ribelli della Siria”, un gruppo minore che fa parte della Coalizione nazionale siriana dell’opposizione moderata al governo di Bashar al Assad. Poi, al grido di Allah akbar, Dio è il più grande, l’uomo con le mani legate dietro la schiena viene brutalmente fatto sdraiare per terra e tenuto fermo da un militante con il volto coperto. Le sequenze del filmato vanno avanti con il disumano rito del taglio della gola, fino a quando non viene staccata la testa dal corpo, innalzata dall’assassino come un trofeo.

Sia Ahrar al Sham sia i ribelli della Siria lo scorso mese di dicembre avevano sottoscritto la Dichiarazione di Riad, in occasione della riunione voluta dall’Arabia saudita. L’obiettivo era formare una delegazione che dovrebbe intavolare i colloqui con il regime del presidente Bashar al Assad verso una soluzione politica del conflitto, in corso in Siria da quasi 5 anni. In realtà, la collocazione di Ahrar al Sham fuori dalle liste delle organizzazioni radicali con cui la Comunità internazionale non può interloquire ha sollevato varie polemiche, perché la Russia, per esempio, li considera terroristi. E proprio quando è stata diffusa la notizia dell’ennesima decapitazione, Vladimir Putin ha rilanciato la sua idea di creare una coalizione mondiale contro il terrorismo. «Abbiamo sbagliato tutto 25 anni fa, quando cadde il muro di Berlino ma altri muri invisibili sono stati spostati nell’Europa dell’Est». Il leader del Cremlino lo ha detto durante un’intervista alla Bild. «Non siamo riusciti a superare la divisione dell’Europa, questo ha portato a fraintendimenti reciproci e accuse. Ed è la causa di tutte le crisi». Ma ora è tempo di reagire tutti insieme, per sconfiggere un nemico comune.

Il governo messicano ha annunciato l’inizio del processo di estradizione di Joaquin “El Chapo” Guzman negli Stati Uniti dove il re dei narcos, catturato venerdì dopo la clamorosa evasione dello scorso luglio, deve rispondere a una lunga lista di incriminazioni per narcotraffico, omicidio e racket in California, Texas, Florida, New York e Illinois. Nonostante il governo messicano abbia dichiarato l’intenzione questa volta di estradare il 58enne leader del cartello di Sinaloa, senza aspettare quindi che sconti prima la pena a cui è stato condannato in Messico come aveva imposto al momento della sua cattura nel 2014, il procedimento durerà diversi mesi con i suoi avvocati che si opporranno in tutti i modi alla misura. «Potrebbe volerci un anno» ha detto il direttore dei processi internazionali della procura generale messicana, Jose Manuel Merino, salvo poi precisare che, qualora i legali di El Chapo presentassero ricorso contro l’estradizione, come già anticipato, potrebbe volerci anche molto di più. «Il signore Guzman Loera non deve essere estradato negli Stati Uniti o in nessun altro Paese» ha ribattutto l’avvocato Juan Pablo Badillo. «Il Messico ha leggi giuste che sono dettagliate nella nostra Costituzione». Il timore di molti, sia negli Stati Uniti che in Messico, è che in questi mesi El Chapo riesca, a forza di minacce e tangenti, a trovare il modo di fuggire di nuovo dal carcere di massima sicurezza messicano di Altiplano, dove è stato richiuso e da dove è evaso la scorsa estate usando un tunnel. «Potrebbe non fuggire nello stesso modo»  ha detto al Washington Post Alejandro Hope, esperto di sicurezza ed ex funzionario dell’intelligence messicana. «Potrebbe trovare un altro modo di fuggire. Scommetto che la sua strategia sarà quella di cercare di allungare il più possibile la sua permanenza nel carcere di Altiplano. E più a lungo vi starà, più probabile sarà che riesca a trovare una scappatoia».Ora ad Altiplano, considerata la prigione più sicura del Messico, sono state adottate massime misure di controllo con polizia ed esercito che pattugliano l’esterno del penitenziario. E, ovviamente, per El Chapo non è stata scelta una cella al piano terra, per scongiurare il rischio di un nuovo tunnel.

 

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