giovedì, Luglio 29

A chi risponde il parlamentare? field_506ffb1d3dbe2

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Grillo Sardegna

Le recenti espulsioni dai gruppi del Movimento 5 Stelle (M5S) di alcuni parlamentari, da ultimo quella avvenuta il 25 febbraio e che ha visto la fuoriuscita dei Senatori Luis Alberto Orellana, Francesco Campanella, Lorenzo Battista e Fabrizio Bocchino, riporta all’attenzione il tema del vincolo di mandato a carico dei parlamentari. Ci si chiede, ancora una volta, se abbia ancora senso e attualità il contenuto dell’articolo 67 della nostra costituzione che sancisce: «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». La questione, in realtà, era stata già sollevata – anche se il contesto era diverso – a seguito dei fenomeni di trasformismo Razzi e Scilipoti. Si tratta, come detto, di casi molto differenti. Nel caso dei Senatori 5 stelle ci si chiede se il deputato appartenente a un gruppo parlamentare possa levare delle critiche nei confronti dello stesso e possa, in taluni casi, addirittura tenere una posizione contrastante col gruppo stesso. Nel caso di Scilipoti e Razzi invece ci si chiede se il parlamentare, in virtù dell’assenza di un espresso vincolo di mandato, possa addirittura prendere delle scelte tali da consentire un “ribaltone” di governo. 

Orbene, per quanto diversi, i due casi sollevano lo stesso quesito e cioè quali siano i limiti derivanti dall’attività parlamentare, a chi debba rispondere il parlamentare per il proprio operato e quali sanzioni debbano essergli comminati.

Abbandoniamo il caso Razzi e Scilipoti e rimaniamo sul caso 5 Stelle, oggi certamente al centro del dibattito. Le ragioni dell’espulsione sono le perplessità e critiche provenienti dagli stessi in merito all’atteggiamento del loro leader Beppe Grillo durante le consultazioni con Matteo Renzi. L’espulsione dal movimento è stata oggetta, come ormai da rituale, di un duplice passaggio. Dapprima le votazioni del popolo del web, che così si è espresso: «Hanno partecipato alla votazione 43.368 iscritti certificati. 29.883 hanno votato per ratificare la delibera di espulsione. 13.485 hanno votato contro».

Poi la riunione dei gruppi parlamentari, con un dibattito acceso e animato, terminato appunto con l’espulsione dei dissidenti. Ecco il commento di Beppe Grillo sulla vicenda: «Dopo svariate segnalazioni dal territorio di ragazzi, di attivisti, che ci dicevano che i 4 senatori Battista, Bocchino, Campanella e Orellana si vedevano poco e male, i parlamentari del M5S hanno fatto un’assemblea congiunta decidendo l’espulsione dei suddetti senatori. A me dispiace, perché in fondo non c’è niente di drammatico, però non sono più in sintonia con il MoVimento». L’espulsione dei dissidenti, in poche parole, è da ritenersi legittima secondo Grillo perchè richiesta a gran voce dalla base e avallata dai gruppi parlamentari.

Per meglio comprendere i fatti, abbiamo chiesto un commento, a partire da una riflessione più generale sulla libertà di mandato del parlamentare, a Nicolò Zanon, docente di diritto costituzionale dell’Università Statale di Milano e componente del CSM eletto dal Parlamento.

 Cosa significa che i parlamentari non hanno vincoli di mandato?

L’articolo 67 della nostra Costituzione stabilisce che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Si può dire che la disposizione prevede due distinti principi, la rappresentanza della Nazione e il cd. “libero mandato” (espressione tecnicamente più precisa di quella tradizionalmente usata, “divieto di mandato imperativo”). Il primo principio indica che ogni membro del Parlamento deve (dovrebbe) ispirare la sua attività alla cura di quelli che ritiene, nella sua libera valutazione politica, gli interessi generali della società e del Paese (il “bene comune”), in particolare senza condizionamenti di natura territoriale. Il parlamentare, pur eletto in una determinata circoscrizione o in un determinato collegio, rappresenta la Nazione intera. E’ inevitabile e normale (e in parte anche auspicabile) che egli dia spazio e sostegno alle richieste della parte di territorio che ha contribuito ad eleggerlo, ma nella sua attività rappresentativa in Parlamento dovrà dare prevalenza agli interessi di carattere generale. Il secondo principio chiarisce che il membro del Parlamento non è giuridicamente vincolato, nella sua attività parlamentare, al rispetto di patti, istruzioni, direttive (insomma di mandati imperativi) che abbia sottoscritto o gli siano impartiti dai suoi elettori o dal suo partito o gruppo parlamentare. Detto più chiaramente: patti, istruzioni, direttive di questo genere sono ammissibili (in questo senso non è precisa l’espressione “divieto” di mandato imperativo), ma non sono produttivi di obblighi giuridici che il parlamentare possa essere chiamato a rispettare, né il mancato rispetto di essi determina in capo al parlamentare conseguenze giuridiche negative incidenti sul suo status. Ad esempio, il parlamentare che non rispetta le istruzioni del suo gruppo in una votazione, non potrà essere costretto a dimettersi. Nei casi più gravi, potrà essere espulso dal gruppo parlamentare, ma giammai costretto a rinunciare al seggio conquistato. Allo stesso modo, non potrà essere avviata una procedura di revoca del mandato nei confronti del parlamentare che non adempia ad una promessa assunta nei confronti dei suoi elettori: egli assumerà semmai una responsabilità di tipo politico, e gli elettori scontenti potranno “sanzionarlo” non rieleggendolo alle elezioni successive (sempre che egli si ripresenti…).

 Storicamente perché i nostri costituenti hanno pensato a una tale disposizione? La reputa ancora attuale?

I principi espressi dall’articolo 67 Cost. sono tradizionalmente presenti nelle Costituzioni dei paesi liberaldemocratici del periodo successivo alla Rivoluzione francese, durante il quale i due principi in esame si affermano e vengono compiutamente teorizzati. Attualizzati nei diversi momenti storici e sistemi politici, essi contribuiscono a mantenere viva la dialettica politico-parlamentare e impediscono l’irrigidimento della logica stessa della rappresentanza politica. Un parlamento di “delegati” vincolati a mandati imperativi, di “portavoce” di decisioni assunte altrove, non è più un luogo in cui si discute, si opina liberamente e si assumono decisioni. Semplicemente, non è più un Parlamento. 

C’è un qualche legame tra libertà di mandato e previsione dei cosiddetti gruppi parlamentari misti? 

Vi è certamente una correlazione tra l’esistenza del cd. gruppo parlamentare misto e i principi di cui stiamo discutendo. Per la verità, il principio del libero mandato, come visto, si limita a impedire che il parlamentare – dissenziente dal partito nelle cui file è stato eletto (e quindi dal gruppo parlamentare corrispondente) – debba dimettersi e lasciare il seggio. Anzi, da questo punto di vista, nulla giuridicamente impedisce che il parlamentare dissenziente, anziché confluire nel gruppo misto, decida addirittura di cambiare gruppo, aderendo a un diverso gruppo già costituito. E allo stesso modo nulla impedisce che uno o più parlamentari, eletti in una lista e aderenti a un certo gruppo, decidano di abbandonare partito e gruppo originari, dando vita in Parlamento ad un gruppo nuovo. Gli esempi, anche recentissimi, non mancano. Se non esistesse la garanzia del libero mandato, questi fenomeni non sarebbero possibili. Qui, però, va precisato che devono intervenire criteri di moralità politica ed eventualmente riforme dei regolamenti parlamentari. Va certo difesa la libertà di dissenso politico e programmatico, anche perché non di rado sono i dissenzienti a rivendicare la fedeltà al mandato e al programma originari, che il partito e il gruppo avrebbero tradito. Ma il principio del libero mandato non dovrebbe essere utilizzato per frodare, per interessi personali, i propri elettori e il partito cui si deve l’elezione. Il principio serve a impedire l’irrigidimento definitivo della logica della rappresentanza politica a favore della partitocrazia, non a legittimare il trasformismo personale, endemico male italiano.  

La libertà di mandato, almeno in Italia, è vista più come un qualcosa di negativo e ciò forse anche a seguito di utilizzi distorti di questa libertà (i casi Razzi e Scilipoti). Non dovrebbe invece essere vista come un segno di civiltà, nel senso di garantire la libera espressione del singolo parlamentare?

Proprio il trasformismo di natura personale, cui si è appena fatto cenno, conduce spesso a coinvolgere in un giudizio negativo generale la norma costituzionale di cui discutiamo. Il ragionamento va mantenuto però a un livello alto. Esiste inevitabilmente una tensione tra i principi contenuti nell’art. 67 cost., da una parte, e quelli desumibili dagli artt. 1 (la sovranità appartiene al popolo) e 49 (ruolo costituzionale dei partiti politici) cost., dall’altra. Porre l’accento sul ruolo dei partiti come portatori e depositari delle scelte compiute dal popolo sovrano (il lato “democratico” della rappresentanza politica), allo scopo di tutelare il rispetto della volontà popolare, porta a considerare che gli eletti debbano obbligatoriamente comportarsi come richiedono i loro elettori e i partiti che ne hanno favorita l’elezione. Sicché, il mancato rispetto dei programmi elettorali o il dissenso rispetto alle direttive del partito è talora vissuto come un vulnus agli stessi caratteri democratici della rappresentanza. E ancor peggiore, come si diceva, è il giudizio quando appare evidente che le scelte del parlamentare trasformista sono motivate non già da ragioni ideali o politiche, ma da semplici convenienze personali. Tuttavia, bisogna considerare che l’art. 67 cost. (il lato “liberale” della rappresentanza politica) tutela il dissenso delle minoranze anche all’interno dei partiti e dei gruppi parlamentari, e in questo senso aiuta gli stessi partiti e gruppi ad aprirsi ad istanze e richieste che altrimenti non troverebbero ascolto politico. Questa fondamentale funzione “pluralista” dell’art. 67 cost. deve guidare il giudizio, e porta a ritenere che gli aspetti positivi di una disposizione come questa sono molto superiori ai suoi svantaggi. Solo questa considerazione aiuta a sopportare i casi probabilmente meno commendevoli e meno “nobili”.

Non sarebbe il caso di preservare comunque il principio di libertà del mandato, introducendo dei correttivi? Ad esempio, legarlo a un meccanismo elettivo dei parlamentari tale per cui possano essere i cittadini a sfiduciare il singolo parlamentare?

Non è facile immaginare leggi ordinarie che, senza porsi in contrasto con l’art. 67 cost., cerchino di garantire, da un lato, la libertà politica dell’eletto, e, dall’altro, la sua responsabilità verso elettori e partito di appartenenza. Seduce qualcuno l’idea del cd. recall, cioè la revocabilità degli eletti prima della fine del mandato. In particolare, si ipotizza la possibilità, per gli elettori di un collegio o di una circoscrizione, di chiedere, durante il mandato, la revoca del parlamentare eletto, tramite una sorta di elezione suppletiva, in cui l’eletto originario è posto a confronto, in una sorta di ballottaggio competitivo, con un nuovo candidato che sostituirebbe, se vincente, il primo. Ma, com’è chiaro, questo meccanismo sarebbe praticabile solo in presenza di un sistema elettorale imperniato su collegi uninominali, o comunque su un chiaro legame tra un territorio e uno o più eletti.

Come è regolamentato all’estero il mandato parlamentare?

Tutte le grandi liberaldemocrazie comparabili a quella italiana contengono nelle loro Costituzioni una norma di principio analoga a quella dell’art. 67 cost. Nell’esperienza inglese, il principio era già noto prima della Rivoluzione francese. Dopo la Rivoluzione,  l’idea della rappresentanza nazionale e del libero mandato parlamentare sono comuni all’intera Europa. Il contrario principio del mandato imperativo, di ascendenze rousseauviane, fu enfatizzato dal pensiero giacobino ed ha avuto qualche significativo sviluppo nei paesi del socialismo reale (dove però, in realtà, il mandato imperativo era quello imposto dal partito unico!).

Venendo al caso dei Senatori Grillini, come giudica le recenti espulsioni? La procedura di espulsione secondo Grillo prevede un doppio grado di giudizio, il popolo del web e poi i gruppi parlamentari: davvero il popolo del web può rappresentare la volontà dell’intero elettorato grillino?

Il movimento 5stelle ha un atteggiamento culturalmente coerente, nel senso che si colloca in una tradizione di pensiero estranea alla tradizione liberale della rappresentanza politica. Con un linguaggio che – mutatis mutandis – presenta singolari coincidenze con le parole d’ordine dei rivoluzionari giacobini, i parlamentari sono considerati semplici “delegati” o “portavoce” del popolo e dei cittadini. Ad essi non spetta una libera valutazione politica, devono invece riportarsi alle istruzioni ricevute, o, quando esse manchino, chiedere lumi ai veri titolari della sovranità, cioè, appunto i cittadini, ovvero rivolgersi alla “rete” (oscuro succedaneo tecnologico del partito e delle “masse popolari”). Le espulsioni dei dissidenti si inquadrano in tale contesto. Non conosco lo Statuto del movimento e dei suoi gruppi parlamentari e pertanto non sono in grado di giudicare la procedura seguita. In ogni caso, è una finzione pensare che il “popolo del web” (o meglio, gli iscritti al movimento attivi in rete) possa rivendicare un ruolo rappresentativo dell’insieme degli elettori grillini. Il punto vero è culturale. Vi è in queste scelte un (non so fino a che punto consapevole) rifiuto della logica stessa della rappresentanza politica, così come è stata costruita e praticata. 

 

 

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