A che servono due agenzie spaziali in Europa? Due agenzie che giocano una partita comune e ci auguriamo che chi ha concepito questo scenario non abbia interessi nella contrapposizione dei compiti e delle funzioni, quanto piuttosto definisca una linea corazzata di complementarietà

«Il programma spaziale dell’Unione Europea -recitano i documenti istituzionali- aiuta i suoi cittadini a svolgere le attività quotidiane sulla Terra». E che i satelliti lanciati -o fatti lanciare- dall’Europa abbiano trasformato l’osservazione della Terra, la meteorologia e le telecomunicazioni, rendendole indipendenti dai primi dispositivi americani, con applicazioni di cui tutti oggi non potremmo farne a meno, è un successo innegabile per il nostro continente.

In mezzo secolo, la tecnologia spaziale europea ha contribuito fortemente ai benefici radicali in tutto il mondo, con un controllo attento e tempestivo del territorio e dell’ambiente e un modo di comunicare sempre più veloce ed economico ma anche, creando posti di lavoro dentro e fuori i perimetri dell’Unione e stimolandone la crescita. Gli investimenti della scienza e della ricerca sia nel manifatturiero che nei servizi venduti alle istituzioni e ai privati cittadini hanno un trend sempre in salita. Con una cifra in difetto si è stimato che il comparto occupa in Europa 235.000 addetti con un giro di affari di circa 70 miliardi di euro all’anno.

Uno scenario favorevole che ha previsto un’implementazione istituzionale: nell’aprile 2021 il Consiglio e il Parlamento europeo hanno adottato insieme un regolamento che stabilisce il nuovo piano spaziale per gli anni dal 2021 al 2027 e per rendere più efficace la programmazione, il dispositivo è entrato in vigore con effetto retroattivo al 1º gennaio con l’intenzione di conferire all’UE un ruolo di attore di primo piano nei prodotti, nei dati e nei servizi di alta qualità, aggiornati e sicuri. L’Unione Europea, che per lo spazio resta sempre sotto il dominio dell’autorità non dichiarata della Francia, impegna 14,8 miliardi di euro per i prossimi sette anni nel settore. Una cifra importante che se avesse una gestione meno baricentrale, potrebbe auspicare a presenze globali più consolidate.

I passaggi per chiudere l’accordo di aprile non sono stati facili e per quanto, parallelamente il commissario al Mercato internoThierry Breton e il direttore generale dell’ESA Josef Aschbacherhanno firmato il quadro normativo con cui le due organizzazioni dovranno collaborare per i futuri programmi, si è parlato che Parigi e Bruxelles abbiano vissuto momenti al calor bianco durante la stesura del patto.

Ma ESA, che funge da pilastrone della politica spaziale europea -da ente di ricerca e sviluppo ha il compito di delineare e attuare un equilibrio assicurando a ciascun stato membro un equo ritorno finanziario e tecnologico in base ai suoi investimenti- sembra marcare senza difesa la presenza, almeno per adesso embrionale, della nuova agenzia emersa da questi ultimi afflati di eurocrazia. È l’EUSPA, Agency for the Space Programme, venuta alla luce sui ruderi di GSA, l’agenzia del GNSS europeo nata nel 2004 e resa operativa a Praga nel 2012, per garantire che gli interessi pubblici essenziali fossero adeguatamente difesi e rappresentati in seno ai programmi di navigazione satellitare Galileo ed EGNOS. Ovvero sostanzialmente la radionavigazione e la geolocalizzazione satellitare.

Nell’affollato sistema dell’eurocrazia i due enti avrebbero potuto raffigurarsi come un gigante e uno gnomo. Ma ecco che nel giugno 2018 in previsione del nuovo programma spaziale dell’Unione, la Commissione ha focalizzato la sua attenzione su SGA e ha inteso ampliarne i compiti, di cui al momento non ci è dato sapere altro. Ed è questo che ci preoccupa. Perché ogni volta che si attiva una nuova istituzione e non vengono dichiarate le sue missioni, temiamo che i giochi di potere nazionali sovrastino gli interessi della comunità e di conseguenza il bene dell’Unione.

Non è un mistero che ESA sia un’aggregazione molto complessa con una burocrazia multiforme, specchio del resto del contributo di tanti Paesi europei -non tutti comunitari- legati non dalla storia di cooperazione ma da fattori contingenti o opportunistici e anche da qualche preciso disegno degli alleati d’oltreoceano per tener lontano quello che fu definito lo spettro rosso della dominante sovietica.

L’Italia in ESA occupa una posizione di primo piano, come fondatore e come terzo storico contributore. Ma la politica del nostro Paese fino ad oggi, servile e sottomessa non ha visto ritorno delle energie impiegate. Difficile condividere la soddisfazione dell’amb. Antonio Bernardini, rappresentante permanente d’Italia presso le organizzazioni internazionali a Parigi riportata in un’intervista a Formiche.net secondo cui la gestione dell’ESA dei 1,3 miliardi di euro di fondi del Pnrr destinati all’Italia -che per volontà governativa non è toccata a un’istituzione italiana-«è una decisione storica che proietta il nostro Paese in una dimensione e in un ruolo di assoluta rilevanza»; a dire il vero -e lo abbiamo scritto più volte- non ci sembra che l’Italia abbia contato alcunché nella gestione di questa partita. Anzi, il fatto che il diplomatico italiano abbia detto che «in questo modo, diventiamo il primo contributore dell’ESA» richiama il passato molto recente della Ministeriale di Siviglia del 2019: pur con una forte esposizione finanziaria, né la diplomazia italiana, né il sottosegretario che rappresentava il governo nazionale per lo spazio sono riusciti a spuntare la nomina di una candidatura italiana al vertice dell’Agenzia! Affermazioni di oggi di Bernardini, ancora allineate all’incapacità mostrata dal precedente governo nel rappresentare l’Italia in ESA?

Il governo è cambiato. Dopo un fin troppo chiacchierato mandato di Bruno Tabacci allo spazio, ora abbiamo un Ministro manager che siede alla postazione politica degli affari spaziali nazionali. Il nuovo manico deve essere necessariamente più competente dei suoi predecessori. Vittorio Colao, il membro del governo Draghi lo sappiamo, proviene dal mondo della telefonia e non dubitiamo che la sua estrazione lo avvicini a dei consiglieri capaci di coadiuvarlo in un posizionamento di maggiore stabilità della politica spaziale nazionale, incuneata nel più grande meccanismo europeo o delle cooperazioni d’oltre Atlantico. In questo anno che entra, saremo attenti a seguire le sue mosse politiche e funzionali, oltre che le sue preziose apparizioni in celebrazioni e manifestazioni pubbliche.

Noi per adesso vediamo due agenzie che giocano una partita comune e ci auguriamo che chi ha concepito questo scenario non abbia interessi nella contrapposizione dei compiti e delle funzioni, quanto piuttosto definisca una linea corazzata di complementarietà.

ESA fino ad ora ha finanziato per il 20% del budget totale dei programmi europei per averne il controllo in modo da poter consentire agli stati membri un accesso autonomo alle regioni spaziali di interesse scientifico e di strategia non militare; è una risorsa vitale per le politiche economiche dell’UE e per il ruolo che UE vuole svolgere nel mondo, blindata da regole e da condivisioni necessarie a bilanciare pesi e competenze.

Una nuova istituzione non dovrà creare contrasti a questa linea, per evitare sudditanze e dipendenze verso le potenze più dotate o interessi interni autoreferenziali. Per adesso, per quanto sembra che l’interesse per lo spazio stia prendendo una deriva favorevole nella superficie europea, a fronte di un impegno espansivo dell’imprenditoria americana -non sarà sfuggita la lavata di testa ricevuta da Elon Musk da parte dell’establishment di Pechino per i suoi 1.900 satelliti Starlink posizionati in orbita bassa- noi siamo sempre un passo indietro rispetto a Stati Uniti e Repubblica cinese.

In Europa, per quanto le cerimonie e le rappresentazioni fomentino le autoesaltazioni, siamo molto lontani da poter pensare di agire ad armi pari con i due grandi competitor planetari. Le ragioni sono evidenti: una lotta intestina mai sopita tra stati, fatta di accordi bilaterali e da furbizie dell’ultim’ora si affianca alla scarsa o nulla competenza di alcune fazioni politiche di potere e alla furbizia degli eurocrati più autorevoli. E poi manca la facilitazione in tutto quanto possa creare impresa da parte degli investitori privati. L’elenco è lungo e non si può esaurire nella necessaria sinteticità di un articolo.

La rigidità dei centri di ricerca, spesso avvinghiati più all’interesse personale che alla finalità per cui si investono i soldi potrebbe essere rappresentata da un mitologico Prometeo incatenato ad una rupe dal re degli dei per aver donato il fuoco agli uomini mortali. Non aiutano certo il nanismo imprenditoriale e la mancanza, specie in Italia di fare concretamente sistema.

Sono elementi di debolezza molto gravi che devono essere studiati e abbattuti. Se non si libera l’Europa da queste zavorre, il Vecchio Continente resterà per lungo tempo la zona più caudale del mondo industrializzato. Nello spazio e non solo. E una competizione interna, nel campo spaziale, non farà che aggravare una profilassi già di per sé arcaica e maldestra.