giovedì, Maggio 6

A.A.A., venti miliardi cercasi E’ l’economia il vero banco di prova. Un autunno pieno di difficoltà per Renzi

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Berlusconi-e-Renzi

Lo dice, ma chissà se ci crede davvero, Matteo Renzi, che governerà relativamente indisturbato fino alla scadenza naturale del 2018. Perché sì, ha incassato la riforma del Senato, riuscendo a dribblare l’ostruzionismo che minacciava di paralizzarlo, e ora, con l’aiuto di Silvio Berlusconi si accinge a mutare la legge elettorale. Mentre tornava dal Cairo Renzi ai giornalisti che lo attorniavano ha sillabato che «è importante che Berlusconi rimanga al tavolo della riforma elettorale, come ha fatto per quella istituzionale». Messaggio subito recepito: Berlusconi, si fa filtrare da Arcore, «é sempre determinate a essere uno dei padre delle nuove istituzioni». La legge elettorale prossima, dunque, sarà il frutto di questa alleanza; così se Renzi definisce questa disponibilità «un segnale importante», da Forza Italia si contraccabia: «Siamo una opposizione adulta».

Più che altro, c’è una saldatura di interessi. Sia Renzi che Berlusconi vogliono garantirsi la possibilità di avere le mani libere quando dovranno compilare le liste elettorali, non vogliono sorprese per quanto riguarda le preferenze, vogliono garantire una soglia di sbarramento sufficiente a mettere fuori gioco i partiti minori. Poi, una volta perseguiti questi obiettivi, si vada pure a elezioni nel 2018, o si sciolgano le Camere in anticipo … Anzi, specialmente per Renzi le elezioni anticipate potrebbero rivelarsi una carta vincente. Il suo appeal elettorale potrebbe ancora far presa, soprattutto considerando che non c’è un’alternativa credibile alla sua leadership, né all’interno del PD, né fuori, con una SEL allo sbando e un Beppe Grillo sempre più esagitato. Inoltre, finalmente avrebbe quella legittimazione popolare che finora gli manca, e che gli è necessaria come il pane, se vuole, come deve, sottoporre, nel 2015 a una nuova cura di cavallo sotto forma di tasse e imposizioni fiscali.

E’ sul fronte economia che si giocherà la vera partita, e già in autunno i tanti nodi cominceranno a venire al pettine. Il commissario alla spending review Carlo Cottarelli, è voce comune, ormai ha le ore contate. Da Palazzo Chigi fanno chiaramente capire che la misura è ormai colma; e ce n’è anche per la Regioneria dello Stato che dà ragione a Cottarelli facendo sapere che ritiene ‘non coperti’ gli oneri per il ventilato prepensionamento degli insegnanti. Due norme del cosiddetto ‘decreto Madia’, approvato nei giorni scorsi alla Camera prevedono il pensionamento di quattromila insegnanti con le norme, pre-Fornero, di ‘quota 96’ (costo nel 2014 circa 50 milioni), e l’anticipo del pensionamento dei professori universitari da 70 a 68 anni (costo un centinaio di milioni). Per la Ragioneria sia per la qualità che per l’entità, non ci sono sufficienti coperture.

Le decisioni di spesa «sono sempre politiche; ed è alla politica che spetta di prenderle», dice Renzi. Insomma, un ben servitor al ‘tecnico di turno’ colpevole di chiedere per ogni misura una copertura economica certa.

Tuttavia, non è così semplice. Renzi ha dovuto prendere atto della frenata dell’economia, l’Italia è un Paese che non cresce; è poi arrivata la rinuncia all’allargamento del bonus di 80 euro a pensionati e partite Iva (cinque miliardi di euro che non si sa dove reperire); in autunno è prevista una ulteriore caduta del Pil e nuove tensioni sul fronte dei conti pubblici. In breve bisogna predisporre unpianoper trovare 20 miliardi per il 2015, e non è detto che bastino; a dirlo non è solo l’ex vice Ministro del Tesoro, Stefano Fassina, che parla di 23 miliardi, da sempre critico del Governo Renzi. Anche all’interno del Governo i primi calcoli portano a questa cifra. I conti sono presto fatti: bisogna trovare dai 7 ai 10 miliardi per il rinnovo del bonus Irpef da 80 euro per il 2015; ci sono poi i 4 miliardi di spese indifferibili (Cig in deroga, 5 per mille, missioni militari ed altro); altri 4 miliardi di tagli alle spese postati sul 2015 dal Governo Letta che dovranno essere trovati, pena l’entrata in funzione della clausola di salvaguardia con relativo taglio lineare delle agevolazioni fiscali. Infine 2-3 miliardi dovranno servire per proseguire nella correzione del deficit. In tutto una ventina di miliardi.

Dove trovarli? Non solo. Uno studio del Servizio Politiche del Lavoro della UIL documenta come tra il 2008 e il 2013, la crisi ha ‘bruciato’ oltre un milione di posti di lavoro; i contratti di lavoro a tempo indeterminato sono crollati del 46,4 per cento, con un progressivo spostamento dell’offerta verso i contratti a tempo determinato, aumentati del 19,7 per cento. E’ la qualità del lavoro, oltre che la quantità, dunque, a restare al palo in termini di stabilità e di continuità: l’incidenza delle nuove assunzioni con forme contrattuali ‘instabili’ sale, dal 72,7 per cento del 2008 all’80,9 per cento del 2013 mentre il peso di quello stabili, dal tempo indeterminato all’apprendistato, scende al 19,1 per cento del 2013 rispetto al 27,3 per cento del 2008. La situazione nel primo trimestre 2014 non migliora, tutt’altro: quattro attivazioni su cinque sono temporanee e rimane altissima la quota dei contratti a termine, circa 1.583.808, che sfiorano il 67 per cento sul totale. I nuovi contratti a tempo indeterminato, invece, si sono fermati a 418.396, il 17,6 per cento, le collaborazioni all’8 per cento (189.922), mentre i rapporti di apprendistato sono stati 56.195 pari al 2,4 per cento del totale. Se nel 2008, infatti, per 11 milioni di volte le aziende hanno avviato al lavoro una persona, nel 2013 ciò è avvenuto solo in nove milioni di occasioni. Inoltre, lo scorso anno si sono chiusi 9,8 milioni di rapporti di lavoro con un saldo negativo rispetto alle attivazioni di oltre 157.000. Questa la situazione, questi i fatti.

 

 

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