martedì, Settembre 21

A 10 anni da Fukushima, la sicurezza del nucleare è ancora un problema Il nucleare sta crescendo, indispensabile una regolamentazione efficace, una cultura della sicurezza, una cooperazione molto più stretta tra i Paesi e le loro autorità di regolamentazione indipendenti

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11 marzo 2011.
Alle 14:46 ora locale, il più potente terremoto, di magnitudo 9.0, mai registrato in Giappone, ha scosso il Paese per 6 minuti.
Dieci minuti dopo il terremoto, la prima di due enormi onde di tsunami ha colpito la costa giapponese. Le onde, viaggiando fino a 700 km orari, con un’altezza di circa 40 metri, hanno causato devastazioni inimmaginabili fino a 10 km nell’entroterra.
A Fukushima Daiichi, il tsunami è arrivato 50 minuti dopo il terremoto.

L’esito dell’evento è stato: circa 20.000 morti, più di 2.500 persone disperse e mai ritrovate, più di un milione di edifici danneggiati, distruzione della centrale nucleare di Fukushima Daiichi e con annesso rilascio di materiali radioattivi su una vasta area, evacuazioni diffuse (circa 165.000 persone), ingenti perdite economiche, danni ambientali irreversibili.
Un decennio dopo, l‘industria nucleare deve ancora affrontare completamente i problemi di sicurezza che Fukushima ha evidenziato agli occhi della comunità internazionale. A sostenerlo è la comunità scientifica, della quale si fanno portavoce Kiyoshi Kurokawa, docente dell’Università di Tokyo, che ha presieduto una commissione nazionale indipendente, nota come NAIIC, creata dalla Dieta del Giappone per indagare sulle cause alla radice dell’incidente di Fukushima Daiichi, e Najmedin Meshkati, della University of Southern California, che è stato membro e consulente tecnico di un comitato nominato dall’Accademia nazionale delle scienze degli Stati Uniti per identificare le lezioni da questo evento per rendere le centrali nucleari statunitensi più sicure e più protette.
«Fukushima è stato un
incidente causato dall’uomo, innescato da pericoli naturali, che avrebbe potuto e dovuto essere evitato. Gli esperti hanno ampiamente concordato sul fatto che le cause alla radice erano la scarsa supervisione normativa in Giappone e una cultura della sicurezza inefficace presso l’utilità che gestiva l’impianto», affermano Kurokawa e Meshkati.
Essenziale, sostengono, per tutte le Nazioni imparare da ciò che è accaduto a Fukushima e continuare a raddoppiare la sicurezza nucleare.

Nel suo rapporto, la Commissione NAIIC ha concluso che la Commissione giapponese per la sicurezza nucleare non è mai stata indipendente dall’industria, né dal potente Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria, che promuove l’energia nucleare. L’operatore dell’impianto, Tokyo Electric Power Company (TEPCO), «aveva una storia di non rispetto della sicurezza. L’azienda aveva rilasciato una valutazione soggetta a errori dei pericoli dello tsunami a Fukushima che ha notevolmente sottovalutato i rischi», affermano i due docenti.
«Quando un’industria regolamentata riesce a persuadere, controllare o manipolare le agenzie che la sovrintendono, rendendole incapaci e sottomesse, il risultato è noto come regulatory capture. Come concludeva il rapporto NAIIC, Fukushima era un esempio da manuale. Le autorità di regolamentazione giapponesinon hanno monitorato o supervisionato la sicurezza nucleareHanno evitato le loro responsabilità dirette consentendo agli operatori di applicare le normative su base volontaria”, osserva il rapporto».

Una regolamentazione efficace è necessaria per la sicurezza nucleare, così come una solida cultura della sicurezza. «Le utility devono creare culture interne della sicurezza, un insieme di caratteristiche e atteggiamenti che fanno delle questioni di sicurezza una priorità assoluta. Per un’industria, la cultura della sicurezza funziona come il sistema immunitario del corpo umano, proteggendolo dagli agenti patogeni e respingendo le malattie».
«Vi sono ampie prove che fattori umani come gli errori dell’operatore e la scarsa cultura della sicurezza abbiano svolto un ruolo fondamentale in tutti e tre i principali incidenti che si sono verificati nelle centrali nucleari: Three Mile Island  negli Stati Uniti nel 1979, Chernobyl in Ucraina nel 1986 e Fukushima Daiichi nel 2011». Chiarissima la strada indicata da Kurokawa, Meshkati: «A meno che le Nazioni nucleari non facciano meglio su entrambi i fronti, è probabile che questo elenco cresca».

Oggi ci sono circa 440 reattori nucleari in funzione in 32 Paesi più Taiwan, con una capacità combinata di circa 400 GWe. Nel 2019 questi hanno fornito 2657 TWh, oltre il 10% dell’elettricità mondiale, spiega la World Nuclear Association. «Attualmente sono in costruzione circa 50 reattori di potenza in 16 Paesi, in particolare Cina, India, Russia ed Emirati Arabi Uniti», ma anche in Francia, Finlandia, Turchia. «Ogni anno, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) dell’OCSE definisce la situazione attuale, nonché gli scenari di riferimento e di altro tipo, in particolare la riduzione del carbonio, nel suo rapporto World Energy Outlook (WEO). Nell’edizione 2020 (WEO 2020), lo ‘Stated Policies Scenario‘ dell’AIE vede una crescita della capacità nucleare installata di oltre il 15% dal 2019 al 2040 (raggiungendo circa 480 GWe). Lo scenario prevede una capacità di generazione complessiva di 13.418 GWe entro il 2040, con l’incremento fortemente concentrato in Asia, ed in particolare India e Cina. In questo scenario, il contributo del nucleare alla generazione di energia globale sarà di circa l’8,5% nel 2040».

Le minacce derivanti dal cambiamento climatico e della crescente necessità di energia che non provochi emissioni di carbonio, determinano un ruolo crescente dell’energia nucleare nel futuro mix energetico del mondo. Nè mancano coloro che chiedono l’abolizione del nucleare. «A nostro avviso, la priorità più urgente è lo sviluppo di standard di sicurezza nucleare rigorosi e orientati al sistema, forti culture della sicurezza e una cooperazione molto più stretta tra i Paesi e le loro autorità di regolamentazione indipendenti. Vediamo indicazioni preoccupanti negli Stati Uniti circa il fatto che la regolamentazione nucleare indipendente si sta erodendo e che i servizi nucleari stanno resistendo alle pressioni per apprendere e ritardare l’adozione di pratiche di sicurezza accettate a livello internazionale», affermano Kurokawa e Meshkati. E’ cruciale «contrastare il nazionalismo nucleare e l’isolazionismo. Garantire una stretta cooperazione tra i Paesi che sviluppano progetti nucleari è essenziale oggi mentre si diffondono le forze del populismo, del nazionalismo e dell’antiglobalismo». Cooperazione essenziale in particolare per e con i 30 Paesi emergenti nel settore dell’energia nucleare.
L’
Agenzia internazionale per l’energia atomica, secondo i due esperti, «dovrebbe sollecitare i suoi Stati membri a trovare un equilibrio tra la sovranità nazionale e la responsabilità internazionale quando si tratta di far funzionare i reattori nucleari nei loro territori. Come hanno insegnato al mondo Chernobyl e Fukushima, la ricaduta di radiazioni non si ferma ai confini nazionali».
Attenzione particolare, infine, Kurokawa e Meshkati la riservano al Golfo: «i
Paesi del Golfo Persico dovrebbero mettere da parte le dispute politiche e riconoscere che con l’avvio di una centrale nucleare negli Emirati Arabi Uniti e di altre pianificate in Egitto e Arabia Saudita, hanno un interesse comune per la sicurezza nucleare e la risposta collettiva alle emergenze. L’intera regione è vulnerabile alla ricaduta di radiazioni e alla contaminazione dell’acqua da un incidente nucleare ovunque nel Golfo».

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