lunedì, ottobre 22

95 anni fa: quando nasceva il partito comunista La svolta di Livorno: il manifesto di allora, guardando il nuovo soggetto di sinistra che (forse) nascerà

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Oggi, 95 anni fa, era un venerdì, a Livorno, nel corso del XVII Congresso del PSI, di prima mattina Amedeo Bordiga dichiarò che la maggioranza del partito si era posta fuori dalla Terza Internazionale e che pertanto i delegati della mozione comunista avrebbero abbandonato la sala; subito dopo i comunisti uscirono dal Teatro Goldoni cantando ‘L’Internazionale‘ e si riunirono al Teatro San Marco, una sistemazione di fortuna: l’edificio, utilizzato come deposito di materiali del Regio Esercito durante la Grande Guerra, era privo di sedute e i delegati si riparavano con ombrelli dalla pioggia che entrava dai vetri rotti delle finestre e dagli squarci nel tetto. Là tennero il I Congresso del Partito Comunista d’Italia e ratificarono la nascita della nuova organizzazione politica del proletariato italiano.

Quel primo congresso si svolse in due sole sessioni nel corso della stessa giornata, e si limitò a dare al nascente partito un minimo inquadramento organizzativo.
La sessione mattutina ospitò i saluti dei delegati stranieri Kabakčiev, Bloch, Humbert-Droz, Balfour, Böttcher e Hansen e gli interventi di Bruno Fortichiari a nome del Comitato Centrale della ormai ex-frazione comunista del PSI, di Luigi Polano per i giovani, di Ortensia De Meo per le donne e di quattro tra operai e sindacalisti.
Nella seconda sessione, il pomeriggio, venne votato un ordine del giorno firmato da Fortichiari che dichiarava costituito il Partito Comunista d’Italia Sezione dell’Internazionale Comunista. Tale denominazione sarebbe rimasta in vigore fino al 1943, quando il partito riemerse col nome di Partito Comunista Italiano dalla clandestinità in cui era stato posto nel 1926 dal regime fascista.
Il PCd’I scelse Milano come sede centrale e dell’organo ufficiale, ‘Il Comunista‘, rivista bisettimanale; infine venne eletto il Comitato Centrale nelle persone di Bordiga, Grieco, Parodi, Sessa, Tarsia, Polano, Gramsci, Terracini, Belloni, Bombacci, Gennari, Misiano, Marabini, Repossi e Fortichiari. Non fu istituita la figura del Segretario Generale, anche se il ruolo di capo del partito era di fatto rivestito da Bordiga.

Dopo poco, il 27 gennaio, con il Congresso di Firenze, la Federazione Giovanile Socialista decise a larghissima maggioranza di ritirare la propria adesione al Partito Socialista per entrare a pieno titolo, col nome di Federazione Giovanile Comunista Italiana, al nuovo Partito Comunista italiano.

Il programma politico del PCd’I era quello elaborato qualche mese prima a Milano dalla pubblica conferenza organizzata tra quanti, nel PSI, sottoscrivevano idealmente le condizioni di adesione al Comintern (la Terza Internazionale, appunto), cioè gli astensionisti vicini di Bordiga, gli ordinovisti di Antonio Gramsci e i massimalisti terzinternazionalisti come Gennari, Fortichiari e Misiano.
Eccolo, in dieci punti: nell’attuale regime capitalistico si sviluppa un sempre crescente contrasto fra le forze produttive ed i rapporti di produzione, dando origine all’antitesi di interessi ed alla lotta di classe tra il proletariato e la borghesia dominante; gli attuali rapporti di produzione sono protetti dal potere dello Stato borghese che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l’organo per la difesa degli interessi della classe capitalistica; il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese; l’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe; il Partito Comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendosi dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato, esso ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato; la guerra mondiale, causata dalle intime insanabili contraddizioni del sistema capitalistico che produssero l’imperialismo moderno, ha aperto la crisi di disgregazione del capitalismo in cui la lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato fra le masse lavoratrici e il potere degli Stati borghesi; dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato sociale borghese e con la instaurazione della propria dittatura, ossia basando le rappresentanze elettive dello Stato sulla sola classe produttiva ed escludendo da ogni diritto politico la classe borghese; la forma di rappresentanza politica dello Stato proletario è il sistema dei consigli dei lavoratori (operai e contadini), già in atto nella Rivoluzione Russa (i soviet), ossia l’inizio della rivoluzione proletaria mondiale e prima stabile realizzazione della dittatura proletaria; la necessaria difesa dello Stato proletario contro tutti i tentativi contro-rivoluzionari può essere assicurata solo col togliere alla borghesia e ai partiti avversi alla dittatura proletaria ogni mezzo di agitazione e di propaganda politica, e con l’organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi interni ed esterni; solo lo Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte quelle successive misure di intervento nei rapporti dell’economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema capitalistico con la gestione collettiva della produzione e della distribuzione; per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutte le attività della vita sociale, eliminandosi la divisione della società in classi andrà anche eliminandosi la necessità dello Stato politico, il cui ingranaggio si ridurrà progressivamente a quello della razionale amministrazione delle attività umane.

Fin qui la rievocazione.
Ora, come dice il Poeta, «non c’è niente di più triste in giornate come queste che ricordare la felicità», in giornate come queste in cui la costruzione del nuovo soggetto politico della sinistra radicale italiana dovrebbe passare o da un tavolo già zoppo di raccordo tra papaverini di ceto elettorale o dal movimento non meglio specificato di territori non meglio identificati o da un documento che mi pare si chiami ‘noi ci siamo’ al pari dei manifesti dei fascisti a Roma che scrivono ‘contro il buio della politica, noi ci siamo’; giornate come queste in cui sedicenti comunisti più comunisti degli altri, in nome di non so più dire quanto rozzo primitivismo (lo chiamava così anche Lenin), innalzano un insulto semplicemente omofobo a dichiarazione politica solo perché rivolto a un rampollo borghese iper-pagato dalla società dello spettacolo (calcistico, nella fattispecie; come se chi l’ha pronunciato guadagnasse invece come un operaio, però indossa la tuta); giornate così.

Ma oggi voglio essere positivo. E d’altronde sempre il Poeta aggiunge che «oggi non m’importa della stagione morta, per cui rimpianti adesso non ho più; e come tanto tempo fa ripeto: chi lo sa, domani è un altro giorno… si vedrà».

E domani, 22 gennaio, nel 1891, ad Ales, in Sardegna, è nato Antonio Gramsci.

Si vedrà.

 

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