domenica, Maggio 16

910 sfumature di involuzione etica

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Forse giocano sulla quantità, oppure, sulla mitridatizzazione. E’ talmente esasperante imbattersi in una sequela di notizie che indicano quanto la corruzione e l’illegalità stiano assediando i nostri destini da far pensare che sia semplicemente un modo per dar loro ‘normalità’. Per farle quasi sentire un’abitudine quotidiana, dunque qualcosa su cui non c’è nulla di cui scandalizzarsi. Anche nei piccoli gesti quotidiani.
Da qualche tempo a questa parte, la mia frequenza sui mezzi pubblici mi ha dato un luogo d’osservazione inedito: mi s’intorcinano l’intestino tenue col colon ogni volta che pizzico qualcuno   -ragazze e ragazzi giovani o adulti maschi – che si mettono comodi piazzando la fetida suola delle loro scarpe sul sedile di fronte a sé.
Ridete, considerandomi esagerata, perché è qualcosa di assai veniale? La convivenza civile, però, si regge sul rispetto reciproco: come si potrà sedere chiunque su quel sedile imbrattato? E’ dal veniale che, in un climax ascendente, si arriva alla vera e propria illegalità e al calpestamento dello spazio altrui.
Prendiamo ieri mattina, dies horribilis a Roma, per un nubifragio sulla città durato diverse ore. L’utilizzo di mezzi pubblici era assai precario, sia per il traffico generato dalle auto private, con tanti ritardi che si sommavano, sia perché i maleducati, in situazioni estreme, si esibiscono al loro meglio. E’ come se l’umidità ne esaltasse i più bassi istinti.
E’ stato così che il bus 910, che porta a Stazione Termini da Piazza Mancini, per circa mezz’ora è stato un miraggio, malgrado ne passassero tre di seguito nella direzione opposta.
Quando è spuntato, intorno alle 09:40 (in quell’ora di punta dovrebbe passare al massimo ogni 15 minuti), ci sono salita e ho chiesto spiegazioni all’autista (dopo, mi sono segnata il numero della vettura: non sia mai che qualcuno si svegli per fargli un addebito disciplinare!).
Già dall’aspetto non prometteva nulla di buono: il romanesco ha una sorta di etichetta ad hoc per quelli come lui, ovvero ‘coatto‘: capelli lunghi, a coda di cavallo, unti; un’aria da impunito da farti prudere le mani (e io non sono un’impavida, tutt’altro).
Con garbo gli ho chiesto come mai fossero saltate le corse: dopo aver ripetuto due volte la domanda, con aria infastidita si è degnato di togliersi gli auricolari dalle orecchie e di tentare di capire cosa gli stessi chiedendo. La risposta strafottente è stata che è il caposcalo a decidere e lui non ne sapeva niente.
Sarà stato anche vero, però quel suo atteggiamento conferma tutte le mie riserve sulle metodologie di reclutamento di almeno una parte degli autisti dell’ATAC (non posso fare di tutta l’erba un fascio… anche se il fascio, nel metodo di reclutamento dell’era Alemanno, era un argomento sensibile‘).
Mi chiedo  -lo chiedo a chi ne sa più di me-: è consentito guidare un bus pubblico con gli auricolari fissi nelle orecchie? A lume di naso, io opterei per il no.
Se un dirigente che vigila sui comportamenti del personale dell’ATAC volesse contattarmi, sarò ben lieta di offrirgli tutti i particolari atti all’identificazione dell’autista auricolarizzato.
Accomodatami, il pullmann ha cominciato a imbarcare acqua dal tetto; insomma, non me ne andava una buona; cambiato il bus a via Salaria per prenderne un altro verso piazza Barberini, identico problema: dal tetto penetrava l’acqua. Insomma, tutti autobus spider con la cappottina bucata…
La vox populi sussurra che l’ATAC è alla canna del gas (i cambiamenti dei percorsi, con l’alibi di una pretesa ottimizzazione, la dicono lunga) e che la si sta conducendo sull’orlo del baratro per rendere più appetibile una sua privatizzazione.
Quello che so è che, non tanto tempo fa, si diffuse la notizia che vi era stata una gigantesca truffa, con la stampa di biglietti falsi il cui incasso era andato a favore di non si sapeva chi. Il prosieguo delle indagini è sparito dal campo di rilevamento del mio radar personale, puntato sulle notizie di malversazioni; un’apparecchiatura virtuale sempre in attività.
Ed ora veniamo ai business di corruttela di più ampio respiro. Ieri, sui media, ha avuto la parte del leone il sequestro conservativo, ordinato dalla Procura generale regionale della Corte dei Conti della Campania, al termine di un’indagine ad hoc coordinata dal Procuratore generale Donato Luciano, pari a circa sei milioni di euro, ai danni dell’ex Commissario delegato per l’emergenza degli scavi archeologici di Pompei, Marcello Fiori.
Anche detta così, senza tanti fronzoli, la cosa appare grave, anzi gravissima: Pompei continua a sbriciolarsi; il mondo c’invidia e, nel contempo, ci considera indegni di tutelarla; c’è persino chi, con amara ironia, accosta la furia degli jiahidisti contro le statue di Ninive, capaci di distruggere un patrimonio storico in pochi minuti al lento degrado di questo meraviglioso Patrimonio dell’Umanità, che i vari governanti susseguitisi negli ultimi trent’anni hanno causato, con la loro incapacità d’intervento.
Si era pensato che un Commissario che dovesse prendersi cura di un simile tesoro riuscisse a resistere alla tentazione di fare la cresta: ma di fronte a certe lievitazioni abnormi dei prezzi, ci si deve arrendere e pensare che una gran parte dei finanziamenti prendessero strade improprie.
Pensate che i lavori per lo spostamento di poco più di una diecina di lampioni pare siano stati aggiudicati al modico prezzo di 90mila euro; e che il Teatro di Pompei sia risultato praticamente cementificato dall’incompetente restauro svoltosi sotto l’egida del Commissario Nembo Kid.
Il quale, messo sull’avviso da un precedente invito a mandare deduzioni alla Procura della Corte dei Conti, come preso da uno scellerato raptus da scialacquatore, aveva già donato moltissimi beni ai propri familiari.
Cosicché, il sequestro a cui si voleva procedere ha trovato una capienza da ‘non c’è trippa per gatti’: ventiduemila euro sul conto corrente comune con la moglie, un’auto… Nei mesi scorsi, Fiori era stato rinviato a giudizio anche dalla Magistratura ordinaria, per le imputazioni di abuso di ufficio, truffa ai danni dello Stato e frode nelle pubbliche forniture.
Insomma, un bouquet di accuse, a fronte di una stranissima coincidenza, che dà da pensare: nel 2010, mentre non c’era un angolo degli scavi che non fosse malmesso, si scelse -stranamente- di restaurare in gran fretta il Teatro Grande perché potesse avervi luogo la stagione estiva del San Carlo. Una decisione perlomeno eccentrica, che ha costituito il punto di partenza delle investigazioni.
Sotto accusa non c’è solo Fiori ma un bel Gotha di grand commis dello Stato, ovvero i soliti noti.
Quelli che, quando li incontro, mi fanno chiedere, fra me e me, se non intendono vendersi anche le mie scarpe (sono pudica… la domanda è diversa…) per farsi un altro po’ di cresta. A proposito …. Chissà quali conti presenterà Fiori a Mr B., visto che è il promotore di nuovi club forzisti. Lui giura che ne vorrebbe animare 10mila! Se fossi il Vergine Cuccio col malleolo fratturato (sapete, no, dell’infortunio dell’ex Premier?), ci starei attentino.

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