mercoledì, Dicembre 8

Guerra dei Sei Giorni: anniversario di una guerra inutile ed accidentale?

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Il 5 Giugno del 1967, dopo una spirale incontrollata di eventi ed ostilità, iniziava la Guerra dei Sei Giorni che vide la clamorosa vittoria di Israele contro Egitto, Giordania e Siria. Ed oggi il cinquantesimo anniversario di questa importante pagina di storia.

A lungo si è riflettuto su questa guerra, sulla sconfitta dei tre eserciti arabi e sull’occupazione ebraica della Cisgiordania, della Striscia di Gaza, delle Alture del Golan, del Sinai e della parte Est di Gerusalemme. La scintilla del conflitto è forse attribuibile al presidente egiziano Gamal Abdel Nasser e alle sue truppe schierate dopo la dubbiosa soffiata di un attacco, o forse, il sentore di guerra poteva essere agevolmente avvertito da tutti i protagonisti della vicenda? E ancora, Israele aveva forse frainteso la mossa avversaria all’origine della guerra perché intimorito per la sua sicurezza? Nella ricostruzione degli eventi, si è disegnata questa guerra come una guerra nata accidentalmente ed inutilmente a causa di incomprensioni e reciproci errori di valutazione. Ma è davvero così?

Questa visione potrebbe non essere così lontana dalla realtà. Senza dimenticare, però, la causa all’origine di questo conflitto arabo israeliano e di tutti quelli che la storia ci porta alla memoria, ovvero il totale rigetto arabo dello Stato di Israele. Un diniego dimostrato dal tentativo congiunto di distruggere lo Stato ebraico sin dalla nascita. Parliamo della dottrina del ‘panarabismo’, ovvero, il movimento che promuove l’esistenza di un’unità tra gli Stati arabi connessi da storia, lingua e religione che arrivò a dominare le politiche arabe dalla Prima Guerra Mondiale e che trovò una formale conferma nel 1945 nella Lega degli Stati arabi. L’opposizione al sionismo (ideologia volti alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina)ne diventò il suo più efficace grido di guerra. Ciò che stava più a cuore al mondo arabo, non era tanto la prosperità dei ‘fratelli’ palestinesi ma il desiderio di difendersi da un presunta ingerenza straniera sul loro patrimonio e sul loro territorio. Come Abdel Rahman Azzam, segretario generale della Lega araba, disse agli ufficiali sionisti nel 1947: «per me, potrete anche essere un ‘fatto’, ma per gli arabi non lo siete affatto, siete un fenomeno temporaneo».

Per lungo tempo, lo strumento primario in mano agli arabi per opporsi alle aspirazioni nazionali ebraiche è stato la violenza. Già nell’aprile del 1920, i nazionalisti panarabici cercarono di mobilitarsi per supportare l’incorporazione della Palestina nel piccolo regno siriano capeggiato dai fratelli Abdullah, portando una rivolta anticristiana a Gerusalemme dove rimasero uccisi 5 ebrei e feriti 211. E per un po’, l’approccio violento sembrava funzionare ed era particolarmente efficace nellinfluenzare gli inglesi, incaricati dalla Società delle Nazioni di presenziare in Palestina. Sebbene l’obiettivo ufficiale fosse quello di facilitare lo stabilimento di una casa nazionale ebraica in Palestina, le autorità britanniche, più volte, rimasero inerti di fronte alla violenza araba. La soddisfazione degli attivisti panarabici venne quando una commissione d’inchiesta britannica, comandata da Lord Peel, consigliò di rifiutare i termini del mandato in favore del porzionamento della Palestina i due Stati: un grande Stato arabo che avrebbe occupato il 90% del territorio del mandato ed uno Stato ebraico nell’area che rimaneva. A questo seguì nel Maggio del 1939 un altro Libro Bianco che impose ancora più restrizioni allimmigrazione ebraica e alla acquisizione territoriale, chiudendo drasticamente la porta della Palestina agli ebrei in fuga dall’Europa nazista.

Gli arabi, però, agitati da ben altro, liquidarono entrambi i piani come insufficienti. E fecero lo stesso nel Novembre 47 quando, in prossimità dell’imminente fine del mandato inglese, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite votò per la partizione della Palestina. Rifiutando la soluzione consigliata, gli Stati arabi decisero di unirsi, invece, per cancellare lo Stato di Israele. Stavolta, però, la violenza gli si ritorse contro. Infatti, nella guerra del 19489, non solo Israele confermò la sua indipendenza come Stato, ma rivendicò il controllo di territori più ampi di quelli che le Nazioni Unite gli avevano assegnato. La comunità arabo-palestinese era sconcertata e quasi metà della popolazione si ritrovò a fuggire verso gli Stati arabi più vicini.

Per le successive due decadi, le politiche arabe seguirono un solo fine: rimediare alle conseguenze della precedente sconfitta. Ed a trainare questa ancor più convinta campagna panarabica fu Il Cairo ed il presidente Nasser. «L’unità araba è il nostro modo per restituire i diritti ai palestinesi. Il nostro cammino verso la Palestina non sarà coperto da un tappeto rosso o da sabbia gialla. Il nostro percorso verso la Palestina sarà coperto di sangue», fu la sua minaccia. E con l’intenzione di trasformare la retorica in fatti, nel Gennaio del 1964, il presidente egiziano diede il via al primo summit interamente arabo al Cairo con l’intento di discutere della «minaccia israeliana». Appena quattro mesi dopo, 422 attivisti palestinesi si riunirono a Gerusalemme e fondarono l’Organizzazione per la Liberazione Palestinese (OLP).

Questa serie di eventi fecero di Nasser il leader indiscusso del mondo arabo. La OLP fu autorizzata a creare un esercito di volontari su cui i governi arabi avrebbero potuto contare ed un fondo speciale per la riorganizzazione degli eserciti libanese, siriano e giordano sotto il comano dell’Arabia unita. Dopo poco, il comando panarabico per la distruzione di Israele fu interrotto da un’inaspettata sequenza di eventi che portò, in poche settimane, alla terza guerra arabo-isreliana dal 1948. La miccia di questa escalation fu l’avvertimento sovietico nel Maggio del ‘67 circa l’avanzamento di una truppa israeliana lungo il confine con la Siria. Nasser, a questo punto, non ebbe altra scelta se non quella di schierare i suoi sulla penisola del Sinai. Il generale Muhammad Fawzi, però, quando arrivò a Damasco per farsi un’idea della situazione fu sorpreso di non trovare traccia di truppe israeliane.

Dopo alcuni controlli che confermarono l’assenza di un attacco imminente, Nasser dovette realizzare che non cerano effettive minacce. Ma fu precisamente qui la scintilla del conflitto arabo-israeliano: Nasser, restio a rinunciare, non fece nessun passo indietro. Anzi. Il 16 maggio decise addirittura di eliminare un altro residuo umiliante della precedente guerra per cui era stato castigato dai rivali del mondo arabo: la presenza delle forze di pace delle Nazioni Unite (UNEF) nella penisola del Sinai. Il 22 Maggio annunciò, poi, la chiusura dello stretto di Tiran, dichiarando che «il Golfo di Aqaba costituisce il nostro territorio e per nessuna circostanza permetteremo alla bandiera israeliana di passare da lì». Il giorno seguente i media egiziani fecero esplodere la notizia verso il mondo intero; gli arabi vogliono cancellare Israele dalle mappe. Tre giorni dopo anche altri quattro Stati arabi, Siria, Iraq, Giordania e Arabia Saudita schierarono i loro eserciti lungo il confine.

Il 1 giugno, Israele formò un governo di unità nazionale e dopo tre giorni, decisero di aprire le ostilità. Il mattino successivo, Israele lanciò l’’Operazione Focus’, un attacco aereo a sorpresa a larga scala, che sancì l’inizio della Guerra dei Sei Giorni. Seguirono attacchi aerei nei primi due giorni in cui oltre 400 velivoli da guerra furono distrutti prima ancora di volare e le piste di decollo furono messe fuori uso; poi, tre vittoriose campagne terrestri. L’attacco aereo sorprese le forze aeree egiziane, siriane e irachene e distrusse l’aeronautica militare giordana. La campagna terrestre del Sinai sfondò le difese egiziane, provocando l’accettazione obbligata del cessate il fuoco il 9 giugno e tutte le truppe arabe furono costrette ad indietreggiare. E così Israele occupò Gerusalemme, Hebron e l’intera Cisgiordania e le Alture del Golan. Oltre 15 mila soldati egiziani, alcune migliaia di giordani e circa 1000 siriani persero la vita, mentre le perdite israeliane furono in tutto 766. Non seguì un grande trionfalismo nelle dichiarazioni delle autorità israeliane ma ciò non impedì i festeggiamenti in strada, invece, sonori, soprattutto in seguito alla riconquista di Gerusalemme.

La vittoria israeliana sorprese il mondo. Inizialmente, erano contrari ad un attacco preventivo, perché questo rischiava, ai loro occhi, di minare l’appoggio della comunità internazionale. Ma le truppe israeliane erano apparentemente inferiori rispetto a quelle nemiche: in tutto erano 264 mila, 800 i carri armati israeliani contro i 2504 cingolati arabi; la stessa cosa per gli aerei da guerra, meno della metà rispetto a quelli avversari. Moshè Dayan, generale israeliano ed allora Ministro della difesa, non aveva dubbi: lattacco preventivo era lunico modo per sopravvivere all’imminente offensiva degli Stati limitrofi. Alla luce di questa ricostruzione, ritornano gli interrogativi precedenti; è stato forse un insieme di coincidenze e di fraintendimenti a causare questa guerra? E Nasser poteva forse rendersi conto che la sua azione avrebbe provocato una guerra?

Tutto sembra farci propendere per la soluzione positiva. Come sottolinea Efraim Karsh, direttore del Begin-Sadat Center for Strategic Studies «quando Nasser credette nell’imminenza dell’attacco verso la Siria, avrebbe potuto non dare per scontato che il dispiegamento delle forze egiziane sul Sinai avrebbe disincentivato una simile azione». Per di più, la demilitarizzazione del Sinai era vista da Israele come vitale per la sua sicurezza, il che faceva si che la sua violazione legittimasse una sua reazione e, quindi, lo scoppio di una guerra. Il punto è che Nasser è rimasto del tutto intrappolato nelle sue ambizioni di leader, perpetrando le sue attività. «Sapeva fin troppo bene che non c’era una minaccia di attacco, ma era convinto che la continuazione della crisi in corso avrebbe rafforzato la sua posizione panarabica. Quando decise di rimuovere l’UNEF a di chiudere lo Stretto di Tiran, Nasser senza dubbio conosceva che stava oltrepassando il confine dalla pace alla guerra. Vista la posizione in cui si trovava nella divulgazione del panarabismo, non avrebbe potuto lasciar perdere senza perderci la faccia», scrive Karsh. Non c’era una scappatoria dalla crisi se non la guerra, quindi così fu: e l’Egitto, a quanto dice Karsh, lo sapeva. Ma se i dubbi assalirono la tranquillità di Nasser, di certo, lui non lo diede a vedere. E l’attivismo di Nasser fu contagioso.

Peccato per lui che tutta questa voglia di prevalere gli si ritorse contro. «Agli occhi del mondo arabo, la ‘pace’ con Israele ha rappresentato non un riconoscimento della sua legittimazione ma, piuttosto, una tacita ammissione del fatto che lo Stato ebraico non può essere sconfitto con la forza delle armi», continua Karsh. «In veste di Stato del popolo ebraico, Israele ha il dovere morale, insieme ad un diritto radicato nel diritto internazionale, di chiedere che gli stati arabi compensino risarciscano i loro vecchi cittadini ebrei per i beni e le terre che illegalmente ed ingiustificatamente hanno strappato via», scrive Edy Cohen autore del libro ‘The Holocaust in the Eyes of Mahmoud Abbas’. Sfortunatamente, il Governo israeliano ha per lungo tempo ignorato la questione. «Si può solo sperare che gli odierni e futuri governanti si sveglieranno da questo letargo il prima possibile, perché, il riconoscimento di ciò che è dovuto agli ebrei, dovebbe costituire parte integrante di ogni accordo di pace».

Di anni oggi ne sono ormai passati 50; ed i giovani arabi avranno sentito parlare della Guerra dei Sei Giorni magari dai loro padri, dalle loro madri;  la dottrina panarabica, d’altronde, non sembra avere più l’antica supremazia. Ma cosa resta di quella guerra? C’è chi crede che la sorprendente e totale vittoria israeliana dimostri che questo è uno Stato forte e capace di difendersi, ma soprattutto, uno Stato a tutti gli effetti. Ma c’è anche chi pensa che Israele sia prossimo ad una nuova (o non tanto nuova) solitudine, faccia a faccia con i problemi di sempre. Il solo fatto che persistano tensioni e che i dubbi continuino ad offuscare il panorama arabo, rende la prospettiva di una vera e definitiva riconciliazione tra arabi e israeliani, unopzione quanto mai remota.

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