domenica, Agosto 1

Putin vivo e vegeto, ma con nodi da sciogliere

0

L’allarme per lo stato di salute di Vladimir Putin, risuonato in Russia e all’estero negli ultimi giorni di aprile, si è ben presto sgonfiato. Di essere vivo e vegeto il “nuovo zar” lo ha prontamente dimostrato nei primi giorni di maggio ricevendo a Soci la cancelliera tedesca Angela Merkel (che non vedeva da tempo) e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, senza che nessuno dei due lo abbia trovato in condizioni diverse dal normale. Ha anche avuto un colloquio telefonico con Donald Trump, concordando a quanto pare un prossimo appuntamento a quattr’occhi. Già il 27 aprile, del resto, lo aveva raggiunto, sempre sulle rive del Mar Nero, il premier giapponese Shinzo Abe, per una visita che non deve essere stata affatto di pura cortesia.

Tutto ciò non toglie, ovviamente, che qualche problema di salute anche serio l’inquilino del Cremlino possa averlo, come si sospetta da tempo. Significa soltanto che per ora resta in grado di svolgere l’abituale attività, sia pure intervallata da pause necessarie per eventuali cure ma anche per impegni o contrattempi dei più diversi. Il fatto che non vengano fornite al riguardo spiegazioni più o meno ufficiali e credibili può certo alimentare congetture e illazioni, tanto più che i conseguenti misteri richiamano alla memoria la ben più anomala prassi dell’Unione Sovietica, quando capitava che un lider maximo defungesse poco dopo l’annuncio di un semplice raffreddore.

La Russia odierna ha ereditato non poco dall’URSS ma si differenzia altrettanto da essa, e nella fattispecie si presenta parecchio più aperta e trasparente. Dopotutto, se il suo non è proprio un modello di democrazia e legalità, non è neppure un sistema totalitario nel quale ogni forma di dissenso è vietata e repressa, benchè segni di movimento in tale direzione non manchino. Per ora, parlare o scrivere pubblicamente della vita privata di Putin, oltre che criticarlo anche duramente come politico, sarà magari sconsigliabile a vari effetti ma è ancora lecito ed entro certi limiti normalmente praticato.

L’indiretta smentita delle supposizioni più audaci non cancella comunque tutti i dubbi sollevati, insieme ad altre indicazioni di minor conto, dal rinvio di un appuntamento importante come quello di “Linea diretta”, il dialogo televisivo che il presidente russo intrattiene ogni anno con i concittadini rispondendo alle loro domande e al quale tiene apparentemente molto per dimostrare, anche al mondo, la sua capacità di comunicare e confrontarsi apertamente con la popolazione su qualsiasi argomento. Una disponibilità che contribuisce a spiegare la popolarità del personaggio e, tra l’altro, sarebbe stata impensabile nell’era sovietica.

Il rinvio, da fine aprile al prossimo giugno, è stato giustificato con l’asserita esigenza di preparare meglio il sempre molto atteso evento. Si avrà perciò modo, probabilmente, di verificare tra breve la validità della giustificazione, perché se non ci saranno ulteriori rinvii (nel qual caso ogni ipotesi diventerebbe ammissibile) Putin dovrebbe dare una risposta non evasiva almeno ad una domanda che da ogni parte viene rivolta, a lui stesso o ad altri, ormai da mesi: si candiderà oppure no per il rinnovo del suo mandato (che sarebbe il quarto, di cui solo i primi due consecutivi) alle elezioni presidenziali del marzo 2018?

Finora ha evitato di dirlo, e se si vuole è già questo un dato intrigante, a meno che non trovino adeguata conferma le voci di una malattia grave o seria, trattandosi di un sessantaquattrenne mantenutosi sinora in forma apparentemente invidiabile grazie a pratiche sportive predilette e talvolta addirittura azzardate. Un uomo più che valido, insomma, e non solo fisicamente: il celebre regista americano Oliver Stone, che lo ha studiato a lungo e da vicino in vista di un prossimo film ad personam, lo definisce ad esempio un soggetto non emotivo bensì riflessivo, che pesa bene le parole e così via. Un uomo, al tempo stesso, prezioso per il suo Paese, che lo apprezza in misura straordinaria e per un sistema di governo che sembra reggersi altrettanto largamente sul suo potere e sul suo prestigio.  

Se invece, al di là delle apparenze, il problema salute esiste, al punto tale da aprire anche quello di un rimpiazzo per il prossimo mandato presidenziale, allora i conti potrebbero tornare per un insieme di motivi. Seriamente impegnata sul fronte internazionale, la Russia è alle prese con una situazione interna oggettivamente critica sul piano economico-sociale (gli scioperi sono aumentati da 263 nel 2015 a 544 nel 2016) e tornata improvvisamente ad agitarsi su quello politico. Ne deriva l’obbligo di prepararsi per tempo alla scadenza elettorale. Il regime non sembra correre seri pericoli ma le prospettive potrebbero cambiare già con un avvicendamento al vertice improvvisato o, peggio ancora, contrastato.

Il sistema politico russo è tale che, per assicurarne per quanto possibile la stabilità, un nuovo inquilino del Cremlino dovrebbe essere scelto da quello attuale, così come lo stesso Putin ricevette l’investitura dal suo predecessore, Boris El’zin, alla fine del secolo scorso. Si deve però presumere che la scelta sia tutt’altro che agevole, se è vero, ad esempio, che persino il decisionista Putin già stenta, pare, a trovare un sostituto soddisfacente dell’attuale premier, Dmitrij Medvedev, da sempre scarsamente popolare  perché spesso additato da molte parti come responsabile non solo ex officio di ciò che nel Paese non funziona o comunque non piace, per non parlare delle clamorose accuse di ingordigia e corruzione lanciategli dal blogger Aleksej Navalnyj sulla rete.

Naturalmente Putin deve non poca gratitudine al suo principale subordinato per avergli tenuto calda la poltrona suprema nell’intervallo tra il secondo e il terzo mandato presidenziale, anche se proprio un simile giochetto non fu apprezzato da molti concittadini, abbassò per un po’ le quotazioni di entrambi e contribuì perciò a provocare le prime manifestazioni di piazza anti regime. Un precedente, questo, che aiuta a sottolineare la delicatezza rivestita dall’attribuzione della massima carica della Federazione russa, meno importante sulla carta ma ancora più importante di fatto, per la Russia se non per il mondo, della presidenza degli Stati Uniti.

La scelta potrebbe essere ulteriormente ostacolata da una non improbabile rivalità e concorrenza tra più aspiranti alla successione, verosimilmente esistenti sin d’ora sia tra i massimi collaboratori istituzionali del “nuovo zar” sia tra gli “oligarchi” proprietari delle maggiori società private sia, soprattutto, tra quelli che guidano le grandi imprese e banche di Stato, spesso vicinissimi al Cremlino e dotati di un potere finanziario facilmente traducibile in potere politico. Per non parlare, poi, degli esponenti dei servizi di sicurezza, una categoria dalla quale proviene, come si sa, lo stesso Putin.

Tra i nomi di possibili delfini che già circolano figurano ad esempio quello del ministro della Difesa, Sergej Sciojgu, proiettato alla ribalta dal successo, finora, dell’intervento militare in Siria, ma anche quello di Igor Secin, presidente del colosso petrolifero statale Rozneft, che ha spesso dato un’impressione di strapotenza limitata solo dalla fedeltà a Putin. Il legame a filo doppio con il Number one vige naturalmente un po’ per tutti coloro che contano a Mosca e dintorni, ma altrettanto naturalmente può allentarsi o diventare meno rilevante qualora per cause naturali o altro la sua preminenza assoluta cominci davvero a declinare, si avvii verso un’inevitabile esaurimento oppure venga messa in discussione.

L’”altro” potrebbe emergere dalla problematica economica oggi scottante. Il Paese si sta infatti riprendendo con molta fatica da un’ennesima crisi capace di riesplodere anche a breve scadenza se non si procederà quanto prima alle necessarie riforme e ad un programma di vera e propria ricostruzione dell’apparato produttivo per ridurre, almeno, una deleteria dipendenza da prezzi delle fonti di energia che stentano a risollevarsi. Gli obiettivi più specifici e gli strumenti da usare per perseguirli non sono però agevolmente condivisibili, le proposte non mancano ma sono per lo più divergenti imponendo perciò scelte che invece tardano a compiersi.

E qui il ritardo potrebbe anche essere addebitato, da più parti, a Putin, al quale ovviamente spetta la parola decisiva. Il presidente, tra l’altro, esita anche a decretare la ventilata nomina a vice premier di Aleksej Kudrin, già prestigioso ministro delle Finanze, riaccostatosi al Cremlino dopo un flirt con l’opposizione extraparlamentare e chiamato a capeggiare un organo di consulenza al vertice. Le sue proposte, di ispirazione liberale, suonano inconciliabili con altre di segno dirigista, e il contrasto sembra produrre effetti paralizzanti i quali, al limite, potrebbero ripercuotersi sulla fiducia dei responsabili economici, e non solo, anche in un presidente in piena salute oltre che artefice di celebrati successi in politica estera.

Da tenere presente, del resto, che nella conclamata popolarità del “nuovo zar” non mancano di affiorare in realtà alcune crepe. Il quadro più aggiornato offerto in proposito dalla demoscopia si presenta piuttosto confuso e persino contraddittorio, non però al punto da negare utili indicazioni. L’apprezzamento della persona e del suo operato risulta tuttora elevatissimo, al di sopra cioè dell’80% secondo il Fondo “Opinione sociale”, mentre per Medvedev si ferma al 43% (con un non gradimento del 41%) e per il partito dominante, “Russia unita”, al 47%.

Dalla stessa fonte si apprende che il 64% dei cittadini voterebbe per Putin se le elezioni fossero immediate, contro il 10% per Vladimir Zhirinovskij, capo del partito cosiddetto liberal-democratico praticamente alleato di RU benchè formalmente di opposizione (“entro il sistema”), e il 4% per il leader comunista di analoga collocazione Gennadij Zhjuganov, entrambi già candidatisi alla suprema carica ma per esigenze di bandiera nonché, presumibilmente, per conferire alla consultazione popolare una parvenza di competitività e quindi di democraticità.

Secondo l’indipendente Centro Levada, tuttavia, se il 68% desidera che Putin si ricandidi, solo il 48% sarebbe pronto a votarlo (contro il 3% ciascuno per i due concorrenti suddetti e l’1% per Sciojgu e Navalnyj), in sensibile e progressivo calo rispetto al 62% dell’aprile 2015 e al 53% di un anno più tardi. E per di più, tra l’altro, oltre due terzi degli intervistati nello scorso marzo in 48 regioni della Federazione attribuiscono all’attuale presidente di quest’ultima la responsabilità piena o prevalente per la corruzione che continua ad affliggere il Paese.

Rimane da registrare, a questo punto, quanto dichiarato in una recentissima intervista televisiva da Zhirinovskij, personaggio più pittoresco che attendibile al cento per cento ma anche più addentro di altri nelle segrete cose. A suo avviso Putin non ha ancora scelto il proprio successore tra una diecina di papabili, ma questa e altre decisioni verranno prese nel prossimo dicembre, cosicchè, ha detto, “per Capodanno arriverà un regalo”. Ma come escludere che il “regalo” arrivi invece parecchio prima, ad esempio nel prossimo giugno se avrà luogo la rinviata Linea diretta, sede ideale per un simile annuncio? E che venga regalato non il nome del successore ma il sì del “nuovo zar” alla permanenza sul trono?

Ad ogni buon conto, poiché le misure cautelari non sono mai troppe, la magistratura russa ha inflitto a Navalnyj l’ennesima condanna che potrebbe escludere dalla prova delle urne l’unico concorrente verosimilmente in grado, malgrado quell’uno per cento, non di battere Putin o chi per lui ma di dare comunque qualche grattacapo a quello più che favorito in partenza.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->