martedì, Settembre 28

Renzi e il suo ‘grigio’ PD

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Eppure gli articoli  87 e 88 della Costituzione sono chiari e cristallini, inequivocabili. Dice l’articolo 87: «Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione»; e l’articolo 88: «Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse».
Insomma: è il Presidente della Repubblica che decide se e quando la Camera dei Deputati e il Senato vanno rinnovati prima della loro scadenza naturale. Non sarebbe male dotare gli attuali politici, e in particolare quei leader che minacciano o fanno minacciare ogni due per tre, elezioni anticipate. Le possono auspicare, le possono desiderare; le possono ritenere opportune e necessarie; ma non rientra nella loro disponibilità sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. D’accordo che la civica educazione non viene più studiata a scuola; ma chi fa politica e ha ambizioni di ‘Governo’, almeno quello che la Costituzione prescrive e consente, dovrebbe conoscerlo.
Allora: da Matteo Renzi, incoronato ieri segretario del Partito Democratico mai piùgrigiodi ora (nel senso dell’età media degli iscritti), a Beppe Grillo e il suo pentastellare Movimento, è bene che prendano atto che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella silenzioso e discreto, educato e pacato, ha comunque un’anima di gentile fermezza; toni sfumati, ma chiarezza di idee. Un generale Kutuzov che apparentemente si ritira dinanzi a un vittorioso Napoleone; ma ritirandosi, ne prepara la rovina, attirandolo in territori infidi e incontrollabili. Lo sa ogni buon stratega: da Muhammad Ahmad, detto il Mahdi, che alla fine del XIX secolo distrugge una colonna anglo-egiziana di diecimila uomini al comando del generale William Hicks, nella regione semidesertica del Kordofan; al generale Sam Houston, che nel 1836 sconfigge, con la stessa ‘tecnica’, a San Jacito l’armata messicana comandata dal generale-dittatore Antonio Lòpez de Santa Ana, e nasce così la repubblica del Texas, poi Stato dell’Unione.
Probabilmente Renzi nulla sa di Hicks, del Mahdi, di Houston e Santa Ana; e no ci si sente di giurare che abbia letto ‘Guerra e pace‘ di Lev Tolstoj; ma il senso di ‘assedio’ costituito dalle silenziose e pazienti ritirate, dai discreti ma inequivocabili ‘segni’ e inviti a non credere di poter tirare la corda più di tanto, devono essergli chiari; visibili, anche se apparentemente si mostra di ignorarli.
I ‘paletti hanno nomi precisi: si chiamano legge elettorale, tutta da scrivere; ed è compito del Parlamento, farlo; poi c’è la manovra economica d’autunno. In parte è stata elaborata nel Documento di economia finanziaria, ma va messa in ‘sicurezza’, e questo è un compito che spetta al Governo di Paolo Gentiloni. Va eletto il 15esimo giudice della Corte Costituzionale, ‘poltrona’ lasciata vuota sei mesi fa, e non si tratta di cosa di poco conto, visto che la Corte ormai quotidianamente è chiamata a dirimere i pasticci legislativi combinati da Governo e Parlamento, e deve valutare se e come quei ‘pasticci’ siano compatibili con la Costituzione.

Mattarella è appena partito per un lungo viaggio che lo porta in Argentina e i Uruguay, il ritorno è previsto fra una settimana. Renzi e Grillo (i due leader più irrequieti; l’altro, Silvio Berlusconi, si segnala ancora per la sua ‘assenza’; e del resto: a che pro, prendere iniziative, visto che come andranno le cose, con lui si dovranno fare i conti, alla fine?), possono agitarsi e guadagnare visibilità mediatica; ma non è con è con un’intervista compiacente, un editoriale-soffietto che muteranno equilibri, si risolveranno i problemi.
A fine mese, vertice internazionale a Taormina; l’Italia ha tutto l’interesse di presentarsi come paese affidabile, con un Governo solido. E’ cosa che non teme smentita il fatto che il Quirinale abbia chiesto ai presidenti di Camera e Senato di accelerare almeno sulla tempistica. Il risultato è che si è predisposta una calendarizzazione dal 29 maggio in poi per la Camera dei deputati. Una politica che fa pensare alla proverbiale Penelope e alla sua tela. Serpeggia il sospetto che Renzi non voglia fare alcuna legge di riforma, e votare con l’attuale normativa. Al massimo, consentire al Governo un decreto per rendere armonici gli aspetti più difformi dei due sistemi. Ma non è facile da digerire un decreto governativo in materia elettorale. Grillo già ora urla al ‘golpe’. Mattarella tace, ma non si deve cadere nell’errore che questo silenzio equivalga a indifferenza e inerzia.
Renzi smentisce dal palco dell’Assemblea Nazionale del PD che l’ha incoronato Segretario, che sia sua intenzione giocare brutti tiri a Gentiloni. La promessa a essere e restare ‘sereni’ non è nuova; e si è visto come sono andate le cose, l’altra volta, con Enrico Letta. «Dobbiamo uscire dalla logica dei retroscena. Da cinque mesi lo diciamo, nessuno del PD metterà in discussione il sostegno al Governo. E lo diremo fino alla fine della legislaturaQuanto durerà non dipende da noi, ma dal Governo stesso e dal lavoro parlamentare». Però con i ‘suoi’ Renzi ha cura di aggiungere che «Gentiloni deve fare il Governo, il Parlamento il Parlamento». Cosa che significa tutto e nulla.

Si diceva prima di un PD sempre più ‘grigio’: circa due terzi del milione e 800mila partecipanti alle primarie di domenica hanno più di 55 anni: mai, rileva l’Istituto Cattaneo, in un’analisi anagrafica dei partecipanti alle primarie, curata da Marco Valbruzzi, si è registrato un simile invecchiamento. Se fino al 2016 i votanti delle primarie del PD erano in media più giovani rispetto all’elettorato del partito, questa tendenza si è capovolta: «Non esiste o sembra essersi esaurito», rileva l’Istituto Cattaneo, «un effetto Renzi sul PD. La base sociale ed elettorale del partito continua a rimanere legata al bacino tradizionale dei voti raccolti nel corso del tempo dai principali partiti di centrosinistra. Il milione di votanti in meno e questi dati segnalano che non è avvenuto nessun ricambio generazionale tra i simpatizzanti del PD: gli elettori tradizionali continuano a prendere parte alla vita del partito, i giovani si allontanano o se ne disinteressano».  Solo il 15 per cento di chi si è recato ai gazebo aveva un’età inferiore ai 34 anni, mentre all’incirca il 20 per cento tra chi ha votato il PD alle europee rientra in quella categoria (18-34 anni, esclusi i non maggiorenni). Per uno che prometteva ‘rottamazione’ e ‘rinnovamento’ ci sarebbe di che riflettere e meditare.

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