martedì, Ottobre 19

59 anni dopo Marcinelle… Una tragedia di grandi proporzioni in un Paese ad un decennio e più dalla Seconda Guerra Mondiale

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L’8 Agosto 1956, una tragedia senza precedenti scuote il Belgio. Un incendio scoppiato nella miniera di carbone del Bois du Cazier presso Marcinelle causa la morte di 262 persone, di cui 136 italiani. I minatori restano intrappolati nella miniera senza via di scampo e vengono uccisi dalle esalazioni di gas. Le operazioni di salvataggio vanno avanti da quel giorno fino al 23 agosto. Inutilmente, perché non ci sono sopravvissuti.
Vari documentari oggi ripercorrono gli anni delle massicce migrazioni italiane in Belgio e la tragedia di Marcinelle, con testimonianze, interviste e filmati di repertorio. L’8 agosto del 1956, alle 8,10 del mattino, nella miniera di carbone di Marcinelle, in Belgio, una gabbia parte dal punto d’invio 975 del pozzo d’estrazione con un vagoncino male agganciato. Ha inizio la tragedia che vedrà la morte di 262 minatori su 274 presenti, 136 dei quali italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 5 francesi, 3 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino.

Soltanto 13 superstiti vengono tirati fuori il primo giorno fino al 22 agosto, quando si pronunciano le fatidiche parole “Tutti cadaveri“. La tragedia di Marcinelle, di cui dopodomani ricorre il 59mo anniversario, rievoca dopo la Liberazione, la necessità di una ricostruzione industriale porta il governo belga a lanciare la ‘battaglia del carbone’. Le autorità vogliono evitare di ricorrere alla manodopera straniera, però l’obiettivo non poteva mai essere raggiunto contando unicamente sulla manodopera belga, richiedendo il ricorso all’immigrazione massiccia degli stranieri. La Polonia e tutta l’Europa dell’Est non sembrano più una potenziale riserva di manodopera, il Belgio si rivolge all’Italia, esangue dalla Seconda Guerra Mondiale e quindi dal regime fascista.

Il protocollo di intesa italo-belga del 23 giugno 1946 prevede l’invio di 50.000 lavoratori italiani in cambio della fornitura annuale di un quantitativo di carbone, a prezzo preferenziale, compreso tra due e tre milioni di tonnellate. Si affiggono in tutta Italia manifesti che presentano unicamente gli aspetti allettanti di questo lavoro in Belgio (salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato). All’arrivo a Bruxelles, comincia lo smistamento verso le differenti miniere, i lavoratori vengono accompagnati nei loro ‘alloggi‘ (‘cantines‘: baracche, insomma, o ‘hangar‘, gelidi d’inverno e cocenti d’estate) dove pochi anni prima erano stati sistemati i prigionieri di guerra.  Ciò impedisce alla maggior parte dei minatori di ricongiungersi con la propria famiglia: spesso sulle porte delle case da affittare, i proprietari scrivono a chiare lettere ‘ni animaux, ni  etranger’ (né animali, né stranieri’), unite alle condizioni di lavoro particolarmente dure  e insalubri, nonché le scarse misure di igiene e sicurezza. Tra il 1946 e il 1955, quasi 500 operai italiani trovano così la morte nelle miniere belghe, con il lento flagello delle malattie d’origine professionale, come la silicosi, causata dalle polveri della miniera che crea insufficienze respiratorie.

(tratto dal canale ‘Youtube’ con video utente)

 

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