giovedì, Settembre 23

40 anni fa: Watergate e la fine di Nixon Nell’anniversario in scena a Roma ‘Frost/Nixon’, un match tra il potere politico e quello mediatico

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frost nixon

Il complesso edilizio Watergate Complex (opera dell’architetto italiano Luigi Moretti) consiste in una serie di palazzine situato a Washington. All’epoca delle elezioni presidenziali del 1972 era la sede del Partito Democratico il cui candidato, George McGovern, era lo sfidante del Presidente Richard Nixon. Prima dei noti fatti era uno dei tanti edifici pubblici della capitale statunitense. Negli anni che vanno a cavallo tra il 1972 e il 1974 sarà il simbolo della corruzione, degli abusi e della ‘presidenza imperiale’ di Richard Nixon.

La controversa vicenda politica e umana di Richard Nixon si consuma nelle drammatiche fasi delle sue dimissioni avvenute quarant’anni fa. Per la prima volta nella storia la Corte Suprema inchiodava un Presidente degli Stati Uniti in carica e gli poneva un ultimatum: la consegna dei nastri oppure la conseguente incriminazione per le intercettazioni abusive nei confronti del partito Democratico ordinate dallo stesso inquilino della Casa Bianca. Dal 1972 al 1974 Nixon fu letteralmentebraccatodalla stampa e dalle televisioni, soprattutto dal prestigioso quotidiano ‘Washington Post’ che portò alla luce la vicenda dello spionaggio politico che fu definito scandalo Watergate perché era il nome dell’edificio dove il partito Democratico aveva stabilito il suo quartier Generale.

Uno scandalo che rimanda a un problema complesso attualissimo: il rapporto tra potere politico e potere mediatico. Da  WikiLeaks fino al Datagate che ha sconvolto le Cancellerie  di mezzo mondo, senza trascurare la vicenda dell’attacco al Consolato Usa di Bengasi, in Libia, nel 2012 in cui restò ucciso l’Ambasciatore Chris Stevens, che alcuni opinionisti americani considerano il nuovo e ben peggiore Watergate. Scandalo in scena, fino a fine maggio, a Roma, al Teatro Argentina, con ‘Frost/Nixon’, un match teatrale che mette a confronto il potere politico e quello mediatico. Bugie e potere. Responsabilità e potere. Scritta nel 2006, la commedia di Peter Morgan è una dei migliori lavori sul Watergate ed ha ottenuto un vastissimo successo e numerosi premi, dalla quale Ron Howard ha tratto un film nel 2008.

La commedia punta i riflettori sul Watergate  come primo caso storico di ‘televisione-spettacolo’, ripercorrendo l’avventuroso progetto di David Frost, spregiudicato anchorman che nel 1977 decise di realizzare -anche senza l’aiuto dei grandi network- una serie d’interviste a Richard Nixon. Nucleo della pièce è il loro ultimo faccia-faccia, terminato con la clamorosa confessione dell’ex-Presidente -mai ottenuta prima- sullo scandalo del Watergate e sui limiti morali del potere.

Cerchiamo di ripercorrere le fasi salienti di questo celeberrimo scontro di poteri all’interno della più grande potenza del XX Secolo. Una vicenda complessa, inquietante che ribadì il decisivo ruolo che la stampa americana aveva come ago della bilancia tra il potere politico e l’opinione pubblica.

La notte del 17 giugno 1972, Frank Wills, una guardia di sicurezza che lavorava nel complesso di uffici del Watergate Hotel a Washington, si accorse della presenza di un pezzo di nastro adesivo sulla porta fra la tromba delle scale e il parcheggio sotterraneo. Lo scotch manteneva la porta socchiusa. La guardia lo tolse, presumendo che l’avesse collocato l’impresa di pulizia. Più tardi ritornò e scoprì con una certa sorpresa che il nastro era di nuovo al suo posto. Wills, insospettito, chiamò immediatamente la polizia di Washington. Dopo che la polizia arrivò, cinque uomini –Bernard Barker, Virgilio González, Eugenio Martínez, James W. McCord Jr. e Frank Sturgis– furono scoperti ed arrestati per essere entrati illegalmente nel quartier generale del Comitato nazionale democratico, la principale organizzazione per la campagna e la raccolta fondi del Partito. Gli uomini erano entrati nello stesso ufficio anche tre settimane prima, ed erano tornati per riparare alcune microspie telefoniche che non funzionavano e, secondo alcuni, per fare delle fotografie. L’addetto stampa di Nixon, Ron Ziegler, sminuì l’episodio come un «furto di terz’ordine». Sebbene il fatto increscioso fosse avvenuto in un momento delicato, con la campagna elettorale vicinissima, molti americani inizialmente credettero che nessun Presidente con il vantaggio che Nixon aveva nei sondaggi sarebbe stato così ingenuo e privo di etica da rischiare la sua carriera politica in un affare del genere. Una volta accusato, lo scassinatore McCord si identificò come un agente della CIA (Central Intelligence Agency) in pensione. I giornalisti del ‘Washington Post’, Bob Woodward e Carl Bernstein, che avevano subito intuito qualcosa di anomalo, iniziarono un’investigazione sulla manomissione della porta. Molti degli articoli che pubblicavano i due giornalisti erano noti alla FBI (Federal Bureau of Investigation) e ad altri investigatori governativi: questi erano spesso le fonti di Woodward e Bernstein.

In questo modo il Watergate si mantenne sempre sotto la luce dei riflettori nazionali e internazionali. Il rapporto confidenziale di Woodward con una fonte segreta di altissimo livello aggiungeva altro mistero alla questione. Il nome in codice di questa fonte era ‘Gola profonda’ e la sua identità fu tenuta nascosta al pubblico per diversi decenni. L’8 gennaio 1973 gli scassinatori originali, insieme a Liddy e Hunt, furono processati. Tutti tranne McCord e Liddy si dichiararono colpevoli, e tutti furono condannati per cospirazione, furto con scasso e intercettazioni telefoniche

A questo punto iniziava la lenta agonia di Richard Nixon, disposto a tutto pur di rimanere saldamente sulla sua poltrona. Questo suo atteggiamento lo portò alla rovina totale. Il 13 luglio 1973, il vice consigliere del Comitato Watergate, Donald Sanders fece una domanda ad Aleander Butterfield che drammatizzò di colpo l’intera vicenda. Il Consigliere chiese al vice assistente di Nixon se ci fosse un qualche tipo di sistema di registrazione alla Casa Bianca. Butterfield rispose che, sebbene fosse riluttante a dirlo, c’era un sistema che automaticamente registrava ogni conversazione nello Studio Ovale.

La rivelazione fu scioccante per l’opinione pubblica americana ed ebbe l’effetto di mutare radicalmente le indagini sul Watergate. I nastri magnetici furono immediatamente citati dal Procuratore Speciale, (Special Prosecutor, ovvero colui che si occupa delle indagini), Archibald Cox e dal Senato, perché potevano provare se Nixon o Dean stavano dicendo la verità sugli incontri chiave. Il Presidente negò sempre con profonda ostinazione la presenza di nastri e la vicenda, ormai imbarazzante e di grande rilevanza giudiziaria, finì sui banchi della Corte Suprema, il massimo organo della giustizia degli Stati Uniti d’America.

Ora tutti gli eventi si susseguirono con molta velocità e il Capo della Casa Bianca sembrava non avere più scampo. La Corte Suprema il 24 luglio del 1974, con un atto senza precedenti, ordinò al Presidente degli Stati Uniti di consegnare i nastri incriminati. Era un vero e proprio braccio di ferro tra le due più potenti istituzioni del Paese. Richard Nixon, trincerato nello Studio Ovale, come un moderno Riccardo III, si sentiva invincibile e invulnerabile. Non si accorgeva invece che tutto il suo ‘apparato illegale di potere’ si stava sgretolando. Tutti i membri del suo staff elettorale furono condannati per aver ostacolato le indagini sullo scandalo Watergate. Come un castello di sabbia colpito dall’acqua, si dimise il Vice Presidente Spiro Agnew e i principali consiglieri politici di Nixon: Harry Robbins Haldeman e Howard Hunt.

Il Presidente era in pratica solo contro il Paese che chiedeva giustizia e soprattutto la verità. Gli Stati Uniti si chiedevano: Nixon ha mentito alla Nazione? A causa di queste accuse per molti dei suoi collaboratori, la posizione di Nixon era sempre più compromessa e fu così che la Camera dei Rappresentanti decise di intraprendere un’inchiesta per un possibile impeachment (messa in stato di accusa) del Presidente. Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, il comandante in capo veniva accusato di reati molto gravi. Il 27 luglio 1974, la Commissione Giudicante per la Camera dei Rappresentanti votò a favore dell’impeachment di Nixon (27 voti favorevoli e 11 contrari) con l’accusa di aver ostacolato il corso delle indagini. Il 29 luglio e il 30 luglio 1974, la stessa Commissione Giudicante imputò al Presidente Nixon altre due accuse, abuso di potere e ostacolo al Congresso.

Ormai il destino del capo della Casa Bianca era segnato. Nulla poteva salvarlo. Il ‘leone indomito’ si arrese l’otto agosto del 1974. Richard Nixon annunciò le sue dimissioni per non essere incriminato. La forza della democrazia aveva vinto. Lo choc emotivo del Paese fu enorme. Al suo posto fu nominato Presidente degli Stati Uniti Gerald Ford. Richard Nixon morì a New York l’8 aprile del 1994.

Hollywood ha dedicato due film all’uomo politico: il memorabile ‘Tutti gli uomini del Presidente’ (1976) con Dustin Hoffman e Robert Redford e ‘Frost-Nixon’ (2008) di Ron Howard, su quello che rimane come il più controverso e contestato Presidente della storia degli Stati Uniti d’America.

 

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