venerdì, Maggio 20

40 anni fa, quella mattina a Palermo…delitto La Torre Il ricordo di Agostino Spataro dell'uccisione di Pio La Torre e Rosario Di Salvo

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La mattina del 30 aprile 1982, con i compagni della segreteria della Federazione Pci di Agrigento, siamo nell’ufficio di Michelangelo Russo all’Ars, in attesa d’incontrare alle 9,30 una delegazione del Psi, capeggiata dall’on. Salvatore Lauricella, (presidente dell’Ars), con cui affrontare alcune questioni inerenti i rapporti, alquanto tesi, fra i due partiti nell’agrigentino. Saranno state le ore 9,20 quando giunge una telefonata di Vito Lo Monaco dal Comitato regionale del Pci.

Michelangelo comincia a sbiancare in volto, poi urla, in tono disperato, i nomi di Pio e diRosario.
Penso a un incidente d’auto e, mentre invito a stare zitti gli altri che parlavano a voce alta, Michelangelo pronuncia la parola che non avremmo mai voluto udire: “Ammazzati”.

Saltiamo in piedi. Ci guardiamo in faccia raggelati per la ferale notizia. Nella stanza attigua Benedetto, autista di Russo e cugino di Rosario Di Salvo, appena sa dell’attentato comincia a urlare “Rosario, no”, “Rosario noooo!”. Si getta a terra e urla come un ossesso. In quattro fatichiamo a trattenerlo, a sollevarlo.

Scappiamo verso il luogo dell’agguato. La via Generale Turba è una stradina che si presta a un attentato: è a senso unico a salire, il lato est è costituito dal lungo e alto muro di cinta della caserma Turba, quello a ovest da una fila di abitazioni a due/tre piani.
Il punto esatto dell’agguato è in una curva, dove si affacciano tre locali apparentemente in disuso o disabitati.
Durante la corsa avevo sperato che fossero stati solo feriti, anche se a uno come La Torre non si spara per spaventarlo.
Giunti sul posto abbiamo la conferma della loro morte. I loro corpi erano stati trasportati all’obitorio del cimitero di Sant’Orsola.
Intorno alla ‘131’ Fiat crivellata, un gruppo di poliziotti tengono a bada le persone accorse.
Mostro il tesserino di parlamentare e ci lasciano passare.

Anche senza i corpi, lo spettacolo è orrendo: dovunque vetri in frantumi, macchie di sangue appena raggrumato sui sedili anteriori e sui tappetini. Sangue nostro!
Fuori dell’abitacolo, dalla parte di Pio, un mocassino. Sul sedile di Rosario mi parve di notare tracce di materia cerebrale.

Partiamo alla volta del cimitero. Durante il tragitto si fanno ipotesi circa gli autori del delitto e, soprattutto, sui possibili mandanti.
Motta e Capodicasa, collaboratori di Pio in segreteria regionale insistono per la pista Cia. “Sono stati gli americani. Temevano che l’azione di Pio potesse bloccare il progetto Comiso”.
Altri parlano di mafia, altri ancora di mafia e servizi.

Al cimitero di S. Orsola c’è la solita animazione: gente in visita ai parenti defunti, fiorai, venditori di candele, luminarie, tassisti, ecc. L’industria della morte, della celebrazione della morte è in piena attività.
Probabilmente, molti di loro non sanno del grave fatto di sangue.
Davanti la porta dell’obitorio sono schierati alcuni poliziotti e qualche ‘autorità’.
Entriamo nella piccola stanza dalle pareti di marmo. Fuori fa caldo. Dentro la stanza si avverte come un gelo stagnante da cui promana l’asettico odore della morte. Nella stanza tutto era tinto dal pallore della morte.
I corpi di Pio e di Rosario sono ricomposti, provvisoriamente, in casse di legno grezzo.
Lavati e ripuliti dei grumi di sangue, i loro volti cerulei sembrano sfigurati non tanto dai proiettili omicidi, ma dai segni indelebili del terrore. Le bocche spalancate ammiccano a una smorfia di dolore frammista a sgomento; gli occhi sbarrati, immobili fissano il cielo triste di quella stanza fredda.
Nella morte, specie se violenta e inaspettata, avviene una sorta di trasfigurazione dei volti.
Come un alone di luce biancastra avvolge i volti di Pio e di Rosario. Per un attimo non riesco a distinguerli l’uno dall’altro.

Eppure in vita erano così diversi: chiaro e bello, come un dio greco, il volto di Rosario, dagli occhi mansueti, intelligenti; Pio era un pezzo d’uomo, generoso e passionale, dal profilo vagamente levantino. Più siciliano, insomma.
Riconosco Pio dall’abito scuro, a righe sottili, che solitamente indossava e il povero Rosario dalla giacca di velluto blu.
Mi accosto alle bare e noto un foro nel collo e l’altro alla tempia di Pio, mentre il volto di Rosario appariva letteralmente devastato dai proiettili. Contro di lui gli assassini si erano accaniti di più, anche perché- a quanto si dice- era riuscito ad estrarre la pistola e a sparare.
I due corpi ora vengono trasportati all’’Istituto di medicina legale per l’autopsia.

Corriamo verso il Comitato regionale, in Corso Calatafimi. Per gli scaloni di questa principesca dimora si stanno svolgendo scene di pianto, di disperazione. Soprattutto le compagne dell’apparato e altre accorse in quelle ore. Una ragazza bionda gridava: “Incoscienti! Incoscienti! Qua si doveva allestire un letto per La Torre” Intendeva dire la camera ardente.
In una stanza s’improvvisava una riunione dei compagni presenti: io, Angelo Capodicasa, Michelangelo Russo, Lino Motta, Michele Figurelli, Gianni Parisi, Nino Mannino, Vito Lo Monaco, Nino Messina, Federico Martorana, ecc..
Si cerca Luigi Colajanni che, in qualità di vicesegretario regionale, avrebbe dovuto coordinare le iniziative. Non si trova. Dopo diverse, inutili telefonate si decide di procedere senza di lui.
Per prima cosa si stabiliscono data e luogo dei funerali: ore 11,00 di domenica 2 maggio, in Piazza Politeama.

La camera ardente si terrà nell’atrio della federazione Pci di Palermo, al primo piano del palazzo. S’inizia a discutere in ordine alla redazione di un primo comunicato. Compito e responsabilità delicatissimi poiché, oltre a condannare gli autori del vile agguato, se ne dovevano, in qualche modo, indicare la natura e gli eventuali mandanti.
Per altro, sui mandanti le opinioni divergono: solo mafia? Servizi deviati italiani? Cia, mafia e settori della politica?

Su un punto si concorda: a eseguire il delitto è stata la mafia. Un gruppo ristretto è incaricato di preparare una bozza. Altri telefonano a Roma, per avere un parere della Direzione.
Nuova riunione per esaminare la bozza di comunicato. Si riapre la discussione sui mandanti. Alcuni insistono sulla matrice Cia, riferendo le parole che La Torre andava ripetendo, negli ultimi tempi: “Se la battaglia contro i missili dovesse montare, questa volta sparano!

Motta e Capodicasa insistono e per rafforzare la loro tesi e informano che Pio, negli ultimi tempi, appariva assai preoccupato e aveva consigliato ai membri della segreteria regionale di acquistare una pistola e andarsi ad allenare al poligono di Bellolampo.
Pare che alcuni abbiano seguito il consiglio.
Altri considerano la tesi molto ardita e comunque non ben suffragata, prematura. Perciò consigliano prudenza. Alla fine si stila un breve testo nel quale si ricordano la coincidenza con il 35° anniversario della strage di Portella delle Ginestre, l’impegno in corso per la pace e contro i missili nucleari a Comiso e la lotta di sempre contro la mafia.
Insomma, un modo per prospettare un ventaglio di possibili ipotesi, senza sceglierne una. Forse, è stato opportuno fare così. In quel trambusto non c’era un clima adatto per svolgere approfondimenti tanto impegnativi.

La stanza della riunione é assediata da tanti compagni, da giornalisti che iniziavano ad affluire. Chiedono notizie più precise sul fatto, sugli ultimi movimenti di Pio, sulle cause, ecc e, soprattutto, vogliono conoscere il punto di vista del Partito sulla natura del delitto e sugli interrogativi che solleva.

Dalla Direzione comunicano che presto sarebbero arrivati Enrico Berlinguer, Paolo Bufalini e altri compagni. Il Presidente della Repubblica ha assicurato la sua presenza ai funerali. Così Nilde Jotti, presidente della Camera dei Deputati.
Telefono al gruppo della Camera e trovo Mario Pochetti. Era questi l’unica persona che non desideravo trovare in questo frangente. Questo compagno, infatti, non tralasciava occasione per scaricare il suo disprezzo versi i compagni deputati siciliani e, in particolare, verso Pio La Torre.

Gli racconto come sono andati i fatti e gli chiedo di presentare un’interpellanza, con primo firmatario Enrico Berlinguer, seguito dalle firme di tutti i deputati comunisti siciliani.
Nemmeno in questa dolorosa occasione, Pochetti dimentica di fare il sergente del gruppo.

Mi rimprovera il fatto che il pomeriggio precedente, a causa della febbre, ero stato costretto a lasciare l’Aula, dov’era in corso uno dei tanti ostruzionismo dei radicali. Ma questo è nulla!

Ne ha anche per il povero Pio: “mercoledì se n’è andato alla chetichella, senza dire niente a nessuno”. Così! A me che mezz’ora prima avevo visto Pio crivellato all’obitorio! Lo interrompo, dicendogli di non fare il cretino. In ogni caso- gli ricordo- che il turno di presenza di Pio l’avevo fatto io.
Forse capisce la penosa gaffe e si scusa, ma non prima di lasciarsi andare con un’altra frase a dir poco agghiacciante: “No. Lo dico perché se avesse osservato la disciplina di gruppo, forse oggi non sarebbe morto”.
L’osservazione ha un certo senso che spiegherò più avanti. Comunque sia, lo interrompo e gli grido di andare a fare in c…

Giorgio Napolitano, presidente del nostro gruppo alla Camera, si trovava negli Usa, ed essendo quel giorno un venerdì non c’erano altri compagni con i quali parlare.
Siamo nelle mani di Pochetti il quale presenterà l’interpellanza con le firme di tutti i deputati membri della Direzione del partito e della presidenza del gruppo, fra cui ovviamente la sua.

Nel testo non figurava alcuna firma di deputati siciliani. Bisognava subire anche questa amarezza.

Ne presentammo una noi con le firme di tutti i deputati comunisti siciliani, più alcuni membri della Direzione.

Intanto, giù nell’atrio, era stata preparata la camera ardente Le salme arrivano verso le ore 13,00. Le due bare sono aperte. Gli abiti erano stati cambiati. Ora, le bocche sono socchiuse, ma gli occhi sono rimasti sbarrati nei loro sguardi di terrore.

Ancora quegli occhi impressionanti che esprimono la realtà di quella morte. Io e Simona Mafai tentiamo di chiuderli, senza riuscirci. Li sentii duri, irrigiditi come volessero restare aperti per vedere, per salutare i tantissimi compagni e compagne venuti a rendere loro il doveroso omaggio.

Non resta che contornare i loro volti di cera con garofani rossi. Copriamo i corpi con veli bianchi. Intorno alle bare si accalcano i compagni. Si piange e s’impreca contro il mondo intero. Il dolore è immenso, irrazionale. Sopraggiungono la moglie di Rosario e altri parenti. Abbassiamo i nostri occhi per rispetto del loro dolore. Una scena davvero straziante…

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