giovedì, Luglio 29

28 anni senza Enzo Tortora, arrestato per 'pentito preso' field_506ffb1d3dbe2

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La voce, ormai, si è trasformata in un rantolo. Il tumore, che forse ci sarebbe stato ugualmente, ma che certo è esploso anche in virtù del calvario patito (la scienza medica ormai lo ammette senza problemi: ‘quando l’anima soffre, anche il corpo ne risente’), non è più curabile, e neppure contenibile. Così Enzo Tortora il 18 maggio di ventotto anni fa, muore. Le sue volontà sono precise: cremazione, in compagnia di una copia de ‘La colonna infame‘ di Alessandro Manzoni; specifica anche l’edizione: quella pubblicata da Leonardo Sciascia nella collana ‘La Memoria‘ di Sellerio. Sulla lapide, un’epigrafe, dettata da Sciascia: «Che non sia un’illusione».

Così muore il «cinico mercante di morte», come lo definisce il Pubblico Ministero che ne chiede la condanna esemplare, accusandolo d’essere affiliato alla camorra di Raffaele Cutolo, di consumare e spacciare cocaina in quantità industriali, di essere un ‘cumpariello’ disposto alle peggiori infamità, e sapete? «Più cercavamo le prove della sua innocenza, più emergevano elementi di colpevolezza».

Le ‘prove’… Le prove sono la parola di Giovanni Pandico, camorrista schizofrenico, sedicente braccio destro di Cutolo: lo ascoltano diciotto volte, solo al quinto interrogatorio si ‘ricorda’ che Tortora è un camorrista; e poi Pasquale Barra detto ‘‘o nimale‘: un tagliagole che in carcere uccide il gangster Francis Turatello e ne mangia l’intestino… Con le loro dichiarazioni, Pandico e Barra danno il via a una valanga di altre accuse da parte di altri quindici sedicenti ‘pentiti’: curiosamente, si ricordano di Tortora solo dopo che la notizia del suo arresto è diffusa da televisioni e giornali.

Ancor oggi mi sembra un documento incredibile l’intervista fatta a Silvia, la figlia di Enzo. Non le anticipo le domande, le chiedo solo di rispondermi con un SI o con un NO, l’intervista è per il ‘TG2‘, a disposizione ho pochi minuti, non voglio fare ‘tagli’. Un’intervista inquietante, la trascrivo:

Quando suo padre fu arrestato, oltre alle dichiarazioni di Pandico e Barra, cosa c’era? “Nulla”.
Suo padre è mai stato pedinato, per accertare se davvero era uno spacciatore, un camorrista? “No, mai”.
Intercettazioni telefoniche? “Nessuna”.
Ispezioni patrimoniali, bancarie? “No”.
Si è mai verificato a chi appartenevano i numeri di telefono trovati su agende di camorristi e si diceva fossero di suo padre? “Sì, dopo anni, la difesa di mio padre. E’ risultato che erano di altri”.
Suo padre è stato definito cinico mercante di morte. Su che prove? “Nessuna”.
Suo padre è stato accusato di essersi appropriato di fondi destinati ai terremotati dell’Irpinia. Su che prove? “Nessuna. Chi lo ha scritto è stato poi condannato”.
Qualcuno le ha mai chiesto scusa per quello che è accaduto? “No”.

Si può aggiungere che nessuno dei falsi pentiti accusatori di Tortora è poi stato chiamato a rispondere delle calunnie propalate. Si può aggiungere che i magistrati dell’inchiesta hanno tutti fatto carriera. Si può aggiungere che di tutto il plotone dei giornalisti che segue ‘l’affaire’ Tortora, solo due o tre hanno chiesto scusa per le infamanti cronache scritte e pubblicate.

enzo-tortora-tomba«Che non sia un’illusione», detta nell’epigrafe Sciascia: sta per: auguriamoci che da questo grande male possa venirne un bene: il costante ricordarsi di questa vicenda, a insegnamento e monito di come non si deve amministrare la giustizia; una moderna variante, se si vuole, del «ricordeve del poaro fornareto» (ricordatevi del povero fornaretto), quel Piero Fasiol che secondo la leggenda, nella Venezia del 1500, viene ingiustamente accusato d’aver ucciso il conte Alvise Guoro e condannato a morte dal Consiglio dei Dieci. Dopo averlo decapitato, si scopre il vero autore del delitto. Memori, le magistrature veneziane da allora sembra siano divenute più prudenti, nel decidere sulla vita di una persona. Ma era Venezia, ed era il 1500.

Chi se la sente di dire che oggi, in Italia, dopol’affaireTortora, si è più prudenti?

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