domenica, Settembre 19

Europa dopo Roma: serve un’entità costituzionale e politica

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Spostandoci a livello istituzionale, al centro del meccanismo europeo vi sono il Consiglio Europeo, la Commissione Europea e il Parlamento Europeo. Per quanto riguarda il primo, lei lo ha identificato in un “elefante”. Perché? Cosa andrebbe modificato per renderlo più efficiente? In questa mancanza di efficienza, quanto hanno contato gli “interessi personali” , di consenso personale oltre che uno sguardo eccessivo alle scadenze elettorali dei membri del Consiglio Europeo?

La mia proposta è di creare, per prima cosa, un sistema di separazione dei poteri. La mia critica è che l’ idea di costruire un governo parlamentare in Europa è un ‘idea sbagliata perché il governo parlamentare funziona quando c’è un’ omogeneità tra le diverse componenti di quell’ organizzazione politica. In Europa, se il Parlamento è l’unica istituzione che conta per prendere decisioni di governo, dobbiamo ricordare che c’è Malta con 400.000 abitanti e la Germania con 82 milioni e nel Parlamento europeo la prima ha 6 rappresentanti e la seconda può arrivare fino a 96. Ora in questa situazione, per quale ragione gli stati piccoli dovrebbero stare dentro un’ Unione in cui comandano gli stati grandi? Questa è la ragione per cui dico che anche l’ elezione diretta è scivolosa perché nell’ elezione diretta dove contano i cittadini, i cittadini di Malta che votano sono 400.000 mentre in Germania sono più di 80 milioni e quindi è evidente che il peso dei secondi è superiore al primo. Mi rifaccio alla soluzione di James Edison per la stesura della seconda costituzione americana in cui ha creato per la prima volta nella storia della democrazia occidentale l’idea che i poteri separati si possono contrare l’un l’altro maggiormente e spero che continui ad avvenire così anche adesso con Trump. Dopo aver separato il legislativo dall’ esecutivo, un esecutivo guidato dal presidente della commissione o dal presidente del consiglio europeo oppure guidato da entrambi, scegliendo una soluzione sulla base delle convenienze. Io penso sia più probabile un esecutivo a due teste in cui c’è un presidente del consiglio europeo che rappresenta l’ Unione e un presidente della commissione che diverrebbe una sorta di primo ministro, come avviene in Francia, nell’ esecutivo duale francese. Questo è un problema di politica. Occorre valutare sulla base della disponibilità degli Stati. Occorre capire, però, che questo esecutivo non deve essere prigioniero della fiducia del parlamento né il parlamento deve essere obbligato a dare fiducia, altrimenti anch’ esso è costretto a sciogliersi. Più sono separati e più si controllano.

Poi la Commissione Europea. Nel “libro bianco” presentato dalla Commissione Europea di Jean – Claude Junker, si afferma che la «forma seguirà la funzione», illustrando diversi “scenari possibili”.  Di fronte a questo, Lei ha sostenuto che la commissione sia prigioniera di una “doppia gabbia”.  Quale? Come può liberarsi da questa “doppia gabbia”?

La Commissione Europea deve diventare, come in Francia, il primo ministro francese, colei che guida la macchina amministrativa e copre il funzionamento della macchina amministrativa. L’altra faccia dell’ esecutivo dovrebbe essere rappresentata dal Presidente del Consiglio europeo. Questo presidente della Commissione dovrebbe essere eletto da collegi elettorali come in America, in cui il presidente è eletto da dei rappresentanti. La doppia gabbia rimanda al fatto che essa si sente depositaria del fatto che l’ Europa deve andare unita, insieme a tutti e 27, una visione rigidissima unitaria, ma invece dovrebbe prendere atto che nell’ Unione ci sono diverse prospettive. Infatti mi sarei aspettato che nel libro bianco l’ UE presentasse delle proposte per superare tutto questo. In secondo luogo, più l’UE ha questa visione, più il sistema diventa rigido perché voglio tenere tutti insieme, ma siccome quello che pensa Victor Orban è molto diverso da ciò che pensa Angela Merkel, allora ho costruito un sistema di regole così rigide che mi impedisce di fare delle scelte.

Quindi la Commissione diventa un “ibrido”?

Esatto, cioè non sa cosa deve fare. La commissione dovrebbe diventare un laboratorio di progettazione del futuro, funzione che oggi viene fatta da Mario Draghi, dalla BCE. Gli interventi più strategici oggi sono i discorsi di Draghi e non quelli di Junker. Draghi, in questo senso, è molto più libero di riflettere sul futuro dell’ Unione Europea di quanto non lo sia Junker.

Un altro elemento da aggiungere all’analisi è che «nell’ Eurozona il populismo è diventato sempre più nazionalista, mentre fuori dall’ Eurozona è stato il nazionalismo a diventare sempre più populista». Perché questa differenza? Come si può respingere queste istanze “sovraniste”?

E’ possibile combattere il nazionalismo e il sovranismo tramite un cambio delle istituzioni. Il nazionalismo populista e il populismo nazionalista non capiscono che non si possono fare politiche nuove con istituzioni vecchie. Bisogna avere il coraggio di mettere mano ai trattati e di capire come cambiare questi trattati. La natura di questa differenza sta nel fatto che i paesi dell’ est hanno riscoperto il nazionalismo come fonte della loro identità nazionale però le nuove forze polacche o quella di Orban hanno trasfrormato il nazionalismo in nazionalismo populista contro la tecnocrazia di Bruxelles. Nel nostro caso, invece, il nazionalismo non è stato mai una forza rilevante come in Francia. Lo shock della seconda guerra mondiale ha fatto sì che noi tenessimo un po’ sotto traccia il nazionalismo. Da noi è stato molto più populismo, ma ad un certo punto il populismo, nella sua carica, ha trovato nel nazionalismo una giustificazione stupenda.

Quale è, a suo giudizio, l’ errore più grave commesso in questi 60 anni dall’ UE, tale che non dovrebbe essere più commesso?

E’ difficile rispondere a posteriori. Secondo me a Maastricht avrebbero dovuto avere il coraggio di fare un trattato non diviso in pilastri, ma dare un’entità costituzionale e politica. Le dai una moneta comune, allora le dai un budget comune, un governo comune ed insieme a questo costruisci una politica di difesa, una politica estera.

Al referendum Brexit del giugno 2016, a vincere è stato il Sì all’ uscita dall’ UE. Secondo i sondaggi, i giovani, però, hanno votato in maggioranza per il No. Questo può far ben sperare?

Penso di sì, però è difficile dirlo perché quel referendum è stato soprattutto nazionale. I giovani sono di natura cosmopoliti. Poi ci sono i giovani esclusi, che probabilmente vivono l’ apertura come una minaccia.

Occorrerebbe però rimuovere anche i pregiudizi per costruire una vera Unione. Il ministro delle finanze olandesi, Jaroen Dijsselbloem, ha dichiarato: “I paesi del Sud spendono i soldi in donne e alcol”. Non le sembra difficile poi tendere all’ Unione se queste sono le premesse?

Questo avviene però se non riusciamo a rendere conosciuti ciò che noi facciamo e come noi ci muoviamo. Ma questo è il compito principale delle elites. Se lei ha delle elites che vengono a casa e per ogni cosa che non funziona danno la colpa all’ Europa, è evidente che così stanno segando le gambe alle sedie su cui stanno seduti.

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