domenica, Settembre 19

Europa dopo Roma: serve un’entità costituzionale e politica

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Proprio parlando di tentativi di integrazione, nel 2004 venne firmata a Roma la Costituzione frutto della Convenzione Europea, presieduta da Valery Giscard d’ Estaing, ma in seguito bocciata da Olanda e Francia. Condivide quanto affermato proprio da Valery Giscard d’Estaing in una recente intervista e cioè che è stato un errore portare l’ UE a 28 paesi? Perché?

E’ evidente che la logica di un politico sia diversa da quella di uno studioso. Diciamo che l’ orientamento in cui va Giscard d’ Estaing è incredibilmente vicino al mio orientamento. Io penso che Prodi sia stato mosso da una motivazione di tipo ideale molto forte e molto encomiabile e cioè di chiudere con la Guerra Fredda, però, contemporaneamente, questa inclusione degli stati dell’ Europa dell’ Est dell’ Unione Europea è stata secondo me irragionevole. In particolare è stata irragionevole l’idea di coinvolgere quegli stati che ancora non erano membri dell’ Unione Europea nella Convenzione di Bruxelles, presieduta da Giscard d’ Estaing con Vice-presidente Giuliano Amato, che ha dato vita al Trattato Costituzionale, firmato a Roma e poi bocciato in Francia e in Olanda per la paura che quel trattato portasse i famosi “idraulici polacchi” a lavorare in Francia con salari più bassi. Ma quel trattato costituzionale doveva esser fatto dai paesi che facevano parte dell’ Unione Europea e poi una volta che questi paesi che avevano dato vita all’ Unione Europea avessero definito le loro regole costituzionali, solo a quel punto si sarebbe dovuto dire agli altri paesi che poi sono entrati nel 2005, un anno dopo la firma del trattato a Roma, e nel 2007 che  se volevano entrare, c’ erano delle condizioni. Ma loro stessi, a loro volta, sono entrati con delle ambiguità: sono entrati in un’ Unione Europea che chiedeva di andare verso il superamento delle sovranità nazionali almeno in ambiti importanti, pensando, invece, di preservare la loro sovranità nazionale. E quest’ ambiguità non poteva funzionare. E’ per questo che penso che dovremmo, in qualche modo, ritornare a quel punto di partenza ed in questo ha ragione Giscard d’ Estaing, arrivare al punto in cui riconosciamo che c’è un’ Europa del mercato, c’è un’ Europa della moneta, ritornando a Maastricht; l’ Europa della moneta ha bisogno di darsi un governo, democratico, autonomo, con un proprio budget, rafforzando contemporaneamente un mercato nuovo della cooperazione con tutti i paesi europei. Ai polacchi, agli ungheresi, che dicono “ se fate questo ci escludete”, risponderei “tutt’ altro: noi rafforziamo il mercato che è quello che voi volete”.

Anche perché è soprattutto per quello che sono entrati, giusto?

Esatto. Per quello e per la Nato, per la protezione militare. Poi però contemporaneamente noi dobbiamo darci degli strumenti per fare un passo in avanti. Le dico questo perché si deve creare quella che io chiamo un’ Unione Federale e non uno stato federale. Quest’ ultimo è un errore degli europeisti e dell’ Europa  e cioè quello di pensare di costituire uno stato federale europeo che si sostituisca agli stati nazionali. Non è così. Noi dobbiamo costruire un’ unione su poche politiche cercando di lasciare ai vari stati il resto delle politiche, quelle che contano per loro, e questa unione federale, e non stato federale, deve avere una sua coesione politica che è una garanzia per stabilizzare il continente. Se non facciamo questo, il nazionalismo e il sovranismo aumenterà perché l’ Europa non riesce ad andare avanti, ma non riesce ad andare nemmeno indietro. Si ritrova in una condizione di stallo. Essendo in questa condizione, è facile per il sovranista o il nazionalista di turno dire che non va bene, ma non possiamo accettare tutto questo. Non possiamo permettere ad una tecnocrazia di decidere politiche che vanno ad incidere sulla nostra vita.

Partendo dai dati di fatto, sostiene che per arrivare ad una vera Unione Federale occorra, partendo da un’analisi delle unioni federali di successo, «individuare le politiche che devono essere messe in comune separandole nettamente da quelle che dovranno rimanere (o ritornare) a livello nazionale: sicurezza, moneta e sviluppo». Come possono stati così diversi, con una storia così diversa l’una dall’altra, condividere la sicurezza comprendendo la diplomazia, la difesa, l’intelligence e il controllo delle frontiere?  Si può tradurre questo obiettivo a livello istituzionale? Quali poteri dovrebbe avere il rappresentante PESC?

Se si guardano le unioni federali, gli esempi riusciti degli Stati Uniti e della Svizzera, hanno i cosiddetti “ sistemi multilivello”: gli stati hanno i loro organi di difesa, ma poi vi è un livello più alto che è un sistema di difesa comune. Tenga presente che gli Stati Uniti sono arrivati ad avere un dipartimento di difesa comune, il Pentagono, dopo la seconda guerra mondiale, ad un secolo e mezzo dalla nascita della Repubblica dell’ Unione federale. Devo dire che questo è, forse, uno dei punti meno controversi perché con Trump alla Casa Bianca, tutti sono consapevoli di non poter più fare affidamento sulla benevola protezione americana e quindi quello che immagino è che invece di avere, all’ interno di questa unione fatta dai 19 stati che compongono l’ Eurozona, invece di avere 19 eserciti, 19 intelligence, 19 industrie della difesa, ci fosse una razionalizzazione così da avere una struttura militare agile di difesa europea con uno stato maggiore europeo, così come già abbiamo avviato con l’ European External Action Service, un corpo diplomatico europeo,  così come in parte abbiamo iniziato a fare con la Guardia Costiera Europea. Credo che il livello nazionale debba avere le sue strutture perché ha dei problemi specifici, ma dobbiamo costruire una struttura leggera ma al di sopra del livello nazionale, che abbia una sua autonomia. Gli stati nazionali mantengono un proprio sistema di intelligence, ma noi abbiamo bisogno di un FBI. L’ FBI non ha sostituito le intelligence dei singoli stati dell’ Unione federale americana, ma ha una sua autonomia e dà la caccia ai criminali che si muovono tra gli stati, mentre, ovviamente, l’ intelligence dei singoli stati non può avere un carattere trans-statale nella caccia, ad esempio, di criminali. In altri termini, noi dobbiamo avere un modello in cui non dobbiamo svuotare gli stati, ma dire esattamente cosa può fare uno stato e cosa no e che gli stati non possono fare da soli. Ma se io costruisco una struttura così, devo avere poi qualcuno che sia responsabile politicamente e allora a quel punto Federica Mogherini non avrebbe più questo ruolo ambiguo: lei dovrebbe essere membra di un governo con un’ autorità politica; questo governo, anche a due teste, con un’ elezione democratica. Come studioso indico delle strade, ma poi sono i politici a doverne pensare l’ applicabilità. Quello che è decisivo è che ci sia un governo democratico, responsabile politicamente di quel corpo diplomatico, di quel sistema di difesa.

Sempre rimanendo nell’ ambito della sicurezza, l’ UE ha avuto, sotto questo aspetto, una storia lunga. Si pensi al fallimento, nel 1954, della CED, come da lei ricordato, a causa del rifiuto francese. Solo il fattore NATO – America ha fatto sì che l’ UE non lavorasse in questo senso? 

La protezione NATO emerge con il fallimento della CED del 1954. La Germania entra nella NATO nel 1956. I francesi bocciarono la CED sempre per ragioni interne così come hanno fatto per il Trattato costituzionale del 2005. Quello che io penso è che non possiamo andare avanti con questo stop and go: occorre che tra alcuni paesi che capiscono la gravità della situazione ci sia un accordo politico, quello che io chiamo un “political compact” e questi paesi decidono di definire le politiche da fare.

Secondo lei, dunque, quello che lei ha definito “accerchiamento dell’ UE” operato da Trump e Putin, può essere un catalizzatore per la condivisione della sicurezza?

Sì. Probabilmente quello che è più rilevante è la minaccia di rimanere da soli. Brexit ci ha tolto un valido supporto militare come la Gran Bretagna. Trump ci ha detto che lui sta con noi solo a condizione che noi ci facciamo maggior carico della difesa. Putin ci ricorda ogni giorno che è contento di avere un ‘ Europa divisa perché più l’ Europa è divisa più aumenta, di nuovo, la sua influenza sull’ est Europa.

A dover rientrare nella sfera delle competenze europee, vi dovrebbe essere anche la moneta, a cui andrebbe aggiunta la politica fiscale, di bilancio ed infine il settore sviluppo. Bisogna dunque definire una volta per tutte la differenza tra l’ Eurozona e chi ne rimane fuori e quindi basare su questa unione monetaria la vera UE?

Il ministro delle finanze europeo deve gestire il bilancio europeo, non venire a dire agli italiani cosa devono fare. Deve essere il ministro delle finanze europee nel senso che devono esistere delle finanze europee. Ma non che si faccia, come dice Shauble, un ministro delle finanze europeo che supervisiona le finanze dei singoli paesi. Anche perché l’ Europa viene poi vista dagli italiani, dai francesi e da tutti gli altri cittadini come tecnocrazia, matrigna, come la maestrina che dice cosa si deve fare.

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