domenica, Agosto 1

Europa dopo Roma: serve un’entità costituzionale e politica

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In questi giorni sono in corso le celebrazioni per una ricorrenza molto importante per l’ Unione Europea: i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma. Il 25 marzo 1957 i capi di stato e di governo di sei paesi (Belgio, Olanda, Lussemburgo, Italia, Francia, Germania) siglarono a Roma, nello stesso momento, due dei tre trattati fondativi dell’ Unione europea: il trattato che istituisce la Comunità economica europea (CEE) e quello che istituisce la Comunità europea dell’ energia atomica (TCEEA) che si aggiungono al trattato del 1951 costitutivo della comunità europea del carbone e dell’ acciaio (CECA).

In questo tipo di occasioni, quando il tempo trascorso è stato lungo e i cambiamenti intervenuti sono stati tanti, è opportuno, forse, fare il punto della situazione. Il 2016 si è concluso con l’ elezione alla Casa Bianca di nuovo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, evento, questo, preceduto di pochi mesi, dalla vittoria per il LEAVE al referendum britannico sulla BREXIT. Dal 1957, grazie all’ Unione Europea, non vi sono state guerre, ha regnato la pace, ma il mondo è molto cambiato e occorre prenderne atto.

Proprio ieri, durante un discorso tenuto alla Camera dei Deputati di fronte alle camere riunite, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha dichiarato: «Oggi l’Europa appare quasi ripiegata su se stessa. Spesso consapevole, nei suoi vertici, dei passi da compiere, eppure incerta nell’intraprendere la rotta. Come ieri, c’è bisogno di visioni lungimiranti, con la capacità di sperimentare percorsi ulteriori e coraggiosi».

Di qui la necessità di andare in profondità, tentando di riavvicinare agli ideali di Ventotene i cittadini europei, sempre più scoraggiati e disamorati del progetto europeo. Tra alti e bassi, tra momenti di stallo e momenti di azione, l’ Unione Europea esiste ancora. Occorre dunque avviarsi nella comprensione di ciò che funziona e ciò che non funziona, partendo dai fatti, ma non tralasciando i valori politici e democratici che da più di duemila anni fanno dell’ Europa “la culla della civiltà”.

E’ importante farlo, soprattutto adesso, che i populismi dilagano, tentando di prendere potere con ricette semplicistiche, e adesso che i nazionalismi sembrano rinvigoriti, dopo più di settant’anni di pace. Circa una settimana fa, si sono svolte le elezioni olandesi, conclusesi con la vittoria del presidente uscente Mark Rutte, ma con un importante risultato per il partito anti-europeista. Tra poco più di un mese si terranno le elezioni francesi e ci si domanda, con una certa inquietudine, quale potrebbe essere il destino dell’ Europa qualora all’ Eliseo arrivi Marine Le Pen. Da non tralasciare la sfida della sicurezza che in queste ore, soprattutto dopo l’ ennesimo attentato, questa volta a Londra, mette in allerta le autorità italiane in vista della manifestazione di sabato 25 marzo. Questi timori, passati e futuri, dovrebbero essere il campanello d’ allarme che ci richiama alla responsabilità di una riflessione.

Per farla noi ci siamo confrontati con uno dei massimi esperti di Unione Europea, Sergio Fabbrini, professore di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e Direttore della Scuola di governo alla Luiss Guido Carli di Roma, oltreché editorialista del Sole 24 Ore e saggista. È di questi giorni, infatti, la pubblicazione di un suo libro intitolato “ Sdoppiamento” edito da Laterza, nel quale Fabbrini si interroga su un “sistema della politica” quale è l’ Unione Europea, producendone un’ analisi puntuale.

 

Poco più di un mese fa, la cancelliera Angela Merkel, ha iniziato a parlare di  “Europa a diverse velocità”, che come ha sostenuto Garton Ash, è «come un’ aspirina per curare una polmonite». Perché, secondo il suo punto di vista, la crisi europea si accompagna ad una tirannia dell’ ambiguità? Già esiste questa “Europa a diverse velocità”? In che senso occorre uno “sdoppiamento”?

Uscita da un consiglio europeo che si è tenuto a Malta, la quale è attualmente alla presidenza semestrale dell’ Unione Europea, la Merkel ha fatto capire che a Roma bisognava fare qualcosa di importante per i 60 anni. Però la sua proposta che nasce probabilmente da una discussione interna al governo tedesco, sentendo i paesi più importanti, dice tutto e non dice niente. Di qui la critica dell’ ambiguità che argomento a lungo anche nel mio ultimo libro “Lo sdoppiamento”. In realtà l’ Europa è già oggi a più velocità, è un’ Europa che ha differenziato regimi di politiche pubbliche tra i diversi paesi. Dei membri dell’ Unione Europea, che erano 28 fino a poco tempo fa ed ora sono 27, solamente 22 sono nell’ area di Schengen e diciamo che ci sono delle cooperazioni rafforzate per quanto riguarda, ad esempio, i brevetti oppure per quanto riguarda il riconoscimento del divorzio, diverse iniziative nel campo della difesa che vedono coinvolti alcuni paesi e non altri. Quindi dire “Europa a diverse velocità” è scoprire l’ acqua calda perché, in realtà, l’ Europa sta già differenziandosi. In più, quella formula è ambigua anche perché allude al fatto che gli stati membri dell’ Unione Europea vadano nella stessa direzione, abbiano la stessa finalità, tuttavia la raggiungano con velocità diversa: ciò che li differenzia, secondo questa formula, è il tempo del percorso, non già la direzione del percorso. La mia analisi è invece tesa a mostrare che, invece, l’ Europa non è tanto “diverse velocità” quanto “diverse finalità” e questa Europa “a diverse finalità” significa che ci sono delle prospettive diverse da parte degli Stati membri rispetto al processo di integrazione.

Sarebbe pericolosa se queste due velocità divenissero «club»?

Certamente perché la formula finisce per lasciare le cose così come stanno e contemporaneamente questa formula rende ancor più complicata l’ interpretazione dell’ Unione Europea. La formula dice che “se ci sono alcuni paesi che possono fare questa politica andate avanti, poi se c’è un altro gruppo che può fare quest’ altra politica andate avanti” ottenendo come risultato che, alla fine, la differenziazione all’ interno dell’ Unione Europea finisce per destrutturare l’ Unione Europea perché i cittadini non sanno più chi fa che cosa, chi decide quelle politiche. Sia nei miei articoli sia nel libro sostengo che l’ Unione Europea non è un’ organizzazione internazionale come il WTO, ma è un sistema politico che è stato costruito per rispondere, anche, a delle esigenze di democrazia. C’ è un problema di legittimazione che non può essere trascurato per premiare solamente gli aspetti funzionali della consegna, del “delivering” per i beni pubblici.

E’ per questo che dico che bisogna passare dalla differenziazione allo sdoppiamento: perché dobbiamo pensare che dentro al mercato comune, diventato mercato unico, è necessario che un gruppo di paesi, io immagino che siano i paesi dell’ Eurozona, che sono insieme nell’ Eurozona, insieme in Schengen, che sono insieme in quasi tutte le iniziative differenziate, si separino dagli altri, pur rimanendo nel mercato unico, dando vita ad un’ unione federale, la quale si connota per poche politiche perché l’ unione federale non è uno stato e quindi deve lasciare allo stato nazionale tutte quelle politiche che sono rilevanti per lo stato nazionale. In queste politiche però non ci sono opt-out, ma bisogna fare tutto. A questo punto io sono in grado come cittadino italiano, tedesco o maltese di capire chi ha fatto che cosa e sono poi in grado di dare un giudizio politico o elettorale sulle autorità politiche che hanno fatto quelle scelte.

Quindi c’è bisogno che ci sia la responsabilità politica di ciascuno di coloro che prendono le decisioni?

La differenziazione finisce per creare una confusione sulle responsabilità: ora i cittadini non sanno chi prende le decisioni per il WTO, ma si giustifica sulla base di criteri funzionali, mentre l’ Unione Europea non può basarsi solo su criteri funzionali. Anche perché quelle scelte, a differenza delle organizzazioni internazionali, incidono direttamente sulla vita dei cittadini. Se io faccio l’ unione bancaria, non posso poi giustificarla dicendo che è stata fatta da tecnocrazie, ma devo dire chi ha fatto quella scelta, chi è il responsabile politico di quella scelta che ha azzerato il mio risparmio in una banca italiana. E’ una diversa logica.

Ed è in questo senso che si consuma l’ allontanamento dalla politica?

Esatto.

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