domenica, Luglio 25

Investire in Iraq? Se sei piccolo aspetta! Quali sono i rischi e le principali sfide per un imprenditore italiano che decide di investire nel Paese? C’è lo spiega in questa intervista Angelico Iadanza, country risk analyst di SACE

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Conviene alle aziende italiane investire in Iraq? La conferenza di Kuwait City dello scorso 14 febbraio lascerebbe ben sperare. Infatti, secondo quanto dichiarato nel meeting, il Paese rappresenta un’opportunità per le imprese interessate a investire all’estero. L’ambasciatore italiano a Baghdad, Bruno Antonio Pasquino, ha dichiarato che le imprese italiane in Iraq saranno attive in ogni settore, e la ricostruzione dell’economia irachena offre diverse opportunità per le aziende. Da parte sua, l’Italia ha mostrato un forte impegno nella ricostruzione del Paese, proponendo uno sforzo non solo a livello governativo, ma anche per quanto riguarda il settore privato. Sono, infatti, 13 le aziende italiane – già operanti – che hanno partecipato a Kuwait City. Insieme a loro erano presenti leader ed esperti di oltre 70 Paesi, insieme a 2300 rappresentanti di 1850 aziende di tutto il mondo.
L’obiettivo prioritario proposto alla conferenza è stato la ricostruzione dell’economia in Iraq, un Paese che ha affrontato oltre 40 anni di guerra e conflitti. È questo, infatti, il primo step per garantire la stabilità irachena, ovvero un traguardo complesso, ma comunque strategico per gli interessi di attori internazionali e regionali.

Ma in che modo si può ricostruire l’economia dell’Iraq? La principale soluzione che è emersa dalla conferenza è quella di attrarre più investimenti possibili. Non a caso, in occasione del meeting sono stati presentati 150 progetti. I settori principali in questione sono quello della sicurezza, petrolifero, energetico, sanitario, istruzione, edilizia, trasporti e comunicazione. I lavori di Kuwait City hanno raggiunto, poi, un aiuto finanziario internazionale pari a 33 miliardi di dollari (circa 20,3 miliardi di euro), nonostante all’inizio dei lavori il Ministro di pianificazione iracheno, Salman Al-Jumaili, avesse stimato come necessari ben 88 miliardi di dollari (22,9 miliardi di dollari nel breve periodo e di 65,4 miliardi di dollari nel lungo periodo).
Ma l’Iraq offre davvero un’opportunità di investimento per gli imprenditori italiani?
Ad oggi, secondo i dati riportati dalla Farnesina nel Paese sono presenti 13 imprese. Nel campo delle costruzioni sono operative Trevi, Bonatti, Maeg Costruzioni, Paresa Sicim. Nel settore petrolifero le aziende italiane presenti in Iraq sono Eni, Bonatti, Ge Bh Nuovo Pignone, Melete, Paresa, PEG – Progetti Europa e Global -, mentre nel settore delle apparecchiature elettriche sono presenti Liftex, MDT – Mc Drill Technology –  e SSE – Sirio Sistemi Elettronici-.

Ma, sono davvero accessibili tutti i settori? L’Iraq è un’opportunità anche per le piccole-medie imprese italiane? E quali sono i rischi e le principali sfide per un imprenditore italiano che decide di investire nel Paese ? Cosa, poi, deve sapere prima di entrare nel mercato iracheno?
Ne abbiamo parlato con Angelico Iadanza, country risk analyst di SACE, società del Gruppo CDP che insieme a SIMEST costituisce il polo italiano dell’export e dell’internazionalizzazione.

Perché un’azienda italiana dovrebbe andare a investire in Iraq?
L’Iraq, oggi, esce dall’ultimo periodo di guerra durato quattro anni, ma in realtà negli ultimi 30 anni i periodi di pace duratura hanno resistito molto poco (non più di 2 anni). Si può, dunque, dire che in Iraq è necessario intervenire su più fronti. Per esempio, è opportuno intervenire sul fronte infrastrutturale (strade, interventi idrici), ma anche sul piano energetico, e quindi dal punto di vista del settore petrolifero, ovvero il settore chiave del Paese. Per quanto riguarda questo secondo fronte, sono necessari una serie di investimenti per migliorare l’efficienza della capacità estrattiva, diminuirne i costi e soprattutto ampliarne la capacità. Un altro campo riguarda anche la generazione elettrica. Ad esempio, negli ultimi anni l’insufficienza delle produzioni energetiche ha rappresentato una delle principali cause delle numerose proteste popolari. I ripetuti black out sono sintomo di una bassa capacità di produzione energetica irachena. Quindi, è chiaro che il settore energetico offre delle possibilità di intervento per le imprese italiane. Quest’ultime possono portare il proprio contributo, ovviamente beneficiando anche delle grandi necessità di cui ha bisogno l’Iraq.

Cosa devono sapere gli imprenditori italiani che decidono di investire in Iraq?
Investire in Iraq significa entrare in un mercato che presenta delle difficoltà non solo economiche, ma anche di sicurezza. Pertanto, le imprese italiane interessate a investire devono disporre di una serie di capacità per operare in un contesto che, per quanto sia notevolmente migliorato soprattutto nell’ultimo anno, rimane comunque un’area critica.

Prima della guerra, che tipo di imprese italiane investivano in Iraq? Quali erano i settori più gettonati?
Il settore principale è lo stesso di oggi, ovvero quello energetico petrolifero. Fondamentalmente non solo l’Italia, ma anche tutti i Paesi presenti in Iraq si sono concentrati grosso modo sul settore petrolifero nei vari livelli, anche perché questo rappresenta il 70% del PIL del Paese – ed è pertanto l’unica vera e grande industria in Iraq. È opportuno, poi, capire cosa si intende per investimento all’estero. Se parliamo di una presenza stabile, duratura e produttiva, quello petroliero è sicuramente il settore chiave. Oltre a questo, ci può essere anche un impegno in termini di interscambio – ad esempio la fornitura di beni e sevizi -, che può riguardare anche altri settori di tipo più industriale e produttivo. Il settore petrolifero, però, rimane comunque il punto cardine che più attira gli investimenti stranieri.

A fine conferenza è stato richiamato l’interesse delle imprese italiane in Iraq, ci si riferisce quindi solo al settore petrolifero?
Sicuramente, ad oggi, resta quello più importante. Il settore petrolifero attrae maggiormente gli investimenti stranieri, ed ha la capacità di finanziare nuovi investimenti, dal momento che è un settore liquido, e che quindi genera le risorse necessarie poi a mettere in piedi nuovi investimenti. Questo settore è il più rapido in termini di disponibilità di progetti. Rientra, poi, negli obiettivi stessi dell’Iraq pianificare a lungo termine una transizione economica volta a diversificare l’economia. Questo processo fa parte delle necessità per la maggior parte dei Paesi produttori di materie prime, e deriva dal fatto che il mercato petrolifero è cambiato, in quanto le rendite che ne derivano non sono più quelle di 3-4 anni. A quel tempo il prezzo del petrolio era sopra i 100 dollari al barile, mentre oggi viviamo in un contesto decisamente diverso, che impone una spinta e un diverso sistema produttivo. L’attuale situazione del mercato petrolifero, quindi, obbliga i Paesi come l’Iraq a sviluppare altri settori industriali e capacità produttive, sia per generare ricchezza, sia per assorbire i livelli di disoccupazione, onde evitare poi fenomeni di malcontento popolare.

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