250 metri: Ciak, si gira il cinema italiano La nascita del cinema italiano (1895 – 1936)

Negli Stati Uniti vengono studiate le innovazioni di ‘Cabiria‘ e si cerca di adattarle subito alla nascente epopea western. Il film storico affascina e il mondo della romanità ispira le prime produzioni internazionali, merito del romanzo storico, del melodramma, del teatro, della poesia dannunziana, ma anche di reminiscenze passate e di rievocazioni circensi. Il cinema raramente inventa qualcosa di nuovo, di solito attinge ad altre forme di spettacolo preesistenti. L’opera teatrale ‘Nerone o la distruzione di Roma‘ (1889) contiene tutti gli elementi del futuro film storico: orge e baccanali, corse di bighe, giochi del circo, imperatori che recitano versi accompagnandosi con la lira. Ettore Petrolini attinge a questo substrato culturale per realizzare l’esilarante parodia teatrale ‘Nerone‘, che nel 1930 viene portata sul grande schermo da Alessandro Blasetti.

Nel primo cinema italiano troviamo una serie di pellicole atletiche e acrobatiche che conquistano la fantasia degli spettatori. Tutto questo per la grande risonanza di un film come ‘Cabiria‘ che introduce la figura di Maciste. Il personaggio non appartiene alla mitologia classica, ma alla fantasia di Giovanni Pastrone (alcuni sostengono che è un’idea di D’Annunzio), è un forzuto schiavo liberato che aiuta l’eroe del film a portare via Cabiria dalle mani dei Cartaginesi. Bartolomeo Pagano è un ex camallo del porto di Genova dal fisico possente e il sorriso buono che conquista subito le simpatie degli spettatori. Pagano è la star del cinema muto, delizia il pubblico per tutti i primi anni del secolo con una serie di film incentrati sulla popolare figura che si modifica in un eroe contemporaneo senza macchia e senza paura. Nel 1917 interpreta Maciste atleta, Maciste medium, Maciste poliziotto e persino un Maciste alpino in funzione patriottica e antiaustriaca. Romano Luigi Borgetto gira la parodia ‘Maciste innamorato‘ (1919), Mario Camerini dirige ‘Maciste contro lo sceicco‘ (1925) e Guido Brignone il notevole ‘Maciste all’inferno‘ (1926). Pagano si ritira dal cinema nel 1928 e il personaggio cade nell’oblio fino al 1960, anno in cui viene riesumato da Carlo Campogalliani, regista attivo nel peplum. Maciste è soltanto l’iniziatore di una serie di protagonisti forzuti dai nomi improbabili che imperversano sul grande schermo. Ricordiamo Galaor, Sansonia e Sansonette, Ursus, Spartacus, Ausonia, Saetta e la donna Maciste chiamata Astrea. Molti di loro dureranno a lungo e costituiranno l’ossatura del cinema peplum italiano che accompagnerà le domeniche dei ragazzi italiani degli anni Sessanta.

Il cinema italiano prosegue su una strada romantica e sforna una serie di pellicole ispirate alle vite di personaggi retorici, che vivono di passioni irrefrenabili, pieni di sensualità e di ardore. L’influenza estetica di Gabriele D’Annunzio è notevole, visto che si rifugge la realtà per raccontare vite mirabili di spiriti rari. I titoli principali di questo filone sono ‘Il romanzo di un giovane povero‘, ‘Il piacere‘, ‘Il ferro‘, ‘Tigre reale‘, ‘Ma l’amor mio non muore‘ e ‘L’innocente‘. Nel periodo della Prima Guerra Mondiale si fa largo anche un’anima realista che porta al cinema la tradizione verista e le storie desunte da opere di Verga, Di Giacomo e Grazia Deledda. Ricordiamo le pellicole ‘Assunta Spina‘, ‘Cenere‘, ‘Don Pietro Caruso‘, ‘Sperduti nel buio‘ e ‘Teresa Raquin‘.

Assunta Spina‘ (1915) di Gustavo Serena è ambientato nei bassi napoletani e si segnala per un’interpretazione realistica di Francesca Bertini che conferisce al dramma di Salvatore Di Giacomo una forza notevole. ‘Sperduti nel buio‘ (1914) di Nino Martoglio e Roberto Danesi sembra un antecedente del neorealismo per il contrasto tra ambienti poveri e vecchi scenari del cinema dannunziano. ‘Cenere‘ (1916) di Febo Mari è tratto dal romanzo omonimo di Grazia Deledda e consacra Eleonora Duse come grande attrice nella sua unica interpretazione cinematografica. La Duse partecipa anche alla sceneggiatura che riproduce fedelmente gli ambienti contadini dell’epoca, ma cerca di annullare il corpo e di non produrre gesti enfatizzati. La macchina da presa la riprende sempre in campi medi o lunghi, nascondendo il volto. Un tentativo audace ma controcorrente che non incontra il favore della critica e del pubblico, pure la Deledda resta scettica e non si esprime.

La Prima Guerra Mondiale arresta la produzione italiana che era partita molto bene segnalandosi come una sorta di scuola dalla quale imparare tecnica e recitazione. Nel dopoguerra il cinema italiano passa un periodo di crisi economica e non è facile contrastare la concorrenza statunitense. Il cinema diventa sonoro, non servono più le didascalie, ma in Italia è tutto da ricostruire e i nostri grandi vecchi sono il produttore Stefano Pittaluga, lo scrittore Emilio Cecchi, i registi Alessandro Blasetti e Mario Camerini. I primi film di questo periodo sono ancora realistici, basti pensare a ‘Sole, Terra e mare‘ e ‘1860‘ di Blasetti, ma anche a ‘Rotaie‘ e ‘Il cappello a tre punte‘ di Camerini. ‘1860‘ (1934) è un film storico tratto da un racconto di Gino Mazzocchi e sceneggiato da Cecchi e Blasetti sulla spedizione garibaldina, girato senza trionfalismi ma per raccontare l’unità d’Italia. ‘Rotaie‘ (1931) è un film girato in muto e poi sonorizzato con la musica, che segna la rinascita del cinema italiano insieme a ‘Sole‘ di Blasetti. Un film realistico sui problemi di una coppia legati a una situazione di crisi economica, che ricorda il cinema espressionista, la commedia brillante americana e il cinema sovietico. ‘Il cappello a tre punte‘ (1935) presenta Eduardo De Filippo nelle vesti di attore ed è una buona commedia popolaresca in costume ambientata a Napoli durante la dominazione spagnola. Il film venne fatto massacrare da Mussolini in persona che pretese il taglio di ogni scena dove si raccontava la ribellione popolare per le tasse e le ruberie del governatore. Nel 1955 Camerini opera un remake di questo film intitolandolo ‘La bella mugnaia‘. Ricordiamo anche un soggetto di Luigi Pirandello per il film ‘Acciaio‘ (1933) girato all’interno delle acciaierie di Terni.