giovedì, Settembre 23

Guerre stellari all’ orizzonte Stati Uniti, Cina e Russia in gara per la militarizzazione dello spazio extraterrestre nonostante tutti i gravi rischi del caso

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La corrente più ottimista pensa che siano solo probabili e comunque non proprio come le raffigurano i videogiochi. Quella più pessimista le dà per inevitabili e scontate e per di più combattute, al limite, con i più micidiali strumenti di distruzione di massa. Parliamo delle guerre spaziali o stellari, che sarebbero, se ci si arriverà, l’ultimo parto dell’inesauribile fantasia umana in materia bellica dopo i conflitti cosiddetti convenzionali e quelli solo commerciali (ma sempre pronti a degenerare), le guerre termonucleari (finora, ringraziando chi di dovere, solo potenziali) e quelle elettroniche ovvero cibernetiche, delle quali sembra si sia già gustato qualche primo assaggio.

Anche a prescindere da film e videogiochi, la prospettiva non è nuova neppure in campo politico. La sconfitta dell’Unione Sovietica nella “guerra fredda”, nientemeno, e il conseguente crollo dei regimi comunisti quanto meno in Europa, venne spesso attribuita a suo tempo, cioè una trentina di anni fa, all’incapacità tecnico-economica dell’URSS di sostenere il confronto con gli Stati Uniti dopo l’annunciato proposito del presidente americano dell’epoca, Ronald Reagan, di sfidarla appunto alla guerra stellare.

Si trattava, in sostanza, di mettere in orbita una sorta di “scudo spaziale” antimissilistico in grado di intercettare e respingere attacchi avversari. Un programma, insomma, di carattere difensivo, per valutare il quale si deve però tenere presente che altri dispositivi analoghi, ad esempio le cinture protettive delle rispettive metropoli, considerate inaccettabilmente destabilizzanti di un certo equilibrio strategico, vennero messi concordemente al bando o comunque sottoposti a misure limitative.

D’altra parte, già esisteva ed esiste tuttora un apposito accordo, l’Outer Space Treaty, che vieta qualsiasi forma di militarizzazione dello spazio cosmico. Firmato a partire dal 1967 da quasi tutti gli Stati del mondo, esso rispondeva ad un’esigenza comunemente sentita, in pratica, sin dalla nascita dell’era spaziale con il lancio dello Sputnik, primo satellite artificiale della Terra, nel 1957, seguito dall’impresa di Jurij Gagarin nel 1961. A due anni più tardi risale invece, a quanto risulta, un’altra primizia ancora di marca sovietica: il test di un grosso satellite militare manovrabile.

Il programma di Reagan non ebbe naturalmente corso grazie alla cosiddetta (ma illusoria) “fine della Storia” con l’archiviazione della “guerra fredda”. I protagonisti della quale, tuttavia, non tardarono a trovare motivi più o meno buoni per continuare o riprendere le attività spaziali non solo con finalità pacifiche.

Gli USA, secondo un recente rapporto della Secure World Foundation, un istituto indipendente, sono sempre i “pionieri di molti ritrovati spaziali per la sicurezza nazionale attualmente in uso” e “rimangono leader tecnologici in quasi tutte le categorie”. Il tutto mentre si percepisce “un acceso dibattito, in gran parte a porte chiuse, sulla necessità o meno che si debbano sviluppare nuove capacità spaziali per contrastare o dissuadere un avversario dall’attaccare dispositivi americani nello spazio e impedirgli di usare le sue capacità spaziali in caso di un futuro conflitto”.

Nel frattempo, ad ogni buon conto, il Pentagono non sta con le mani in mano. Lo ha rilevato nei giorni scorsi il ‘Washington Post’, rendendo noto, ad esempio, il lancio alcuni mesi fa di un aereo spaziale segreto (classified), costruito dalla Boeing per conto dell’aeronautica militare e in grado di volare tra le stelle per mesi senza interruzione. Ufficialmente destinato a trasportare piccoli satelliti e testare nuove tecnologie, potrebbe essere altresì adibito, ammettono gli addetti, a compiti di spionaggio.

Negli ultimi anni il pungolo non è mancato. Nel maggio 2014 un misterioso satellite russo è stato visto prodursi in una sorta di “ginnastica orbitale” considerata tipica di un satellite d’attacco incaricato di accostarsi ad un altro per metterlo fuori uso. Secondo la SWF sopracitata esistono “solide prove” che Mosca stia attuando da tempo un insieme di programmi finalizzati al recupero di alcune capacità spaziali acquisite nell’era sovietica, e che anzi le stia già usando nel conflitto in Ucraina e altrove.

In quest’ultimo senso non si è ancora mossa, invece, la Cina, che pure ha recentemente annunciato di considerare lo spazio cosmico un settore militarmente rilevante e le eventuali operazioni belliche in esso finalizzate al conseguimento della superiorità spaziale con mezzi offensivi e difensivi. Annunci e propositi che, lungi dal rimanere sulla carta, hanno ricevuto concrete e palesi conferme tali da sollevare vivo allarme negli USA.

Nel 2007, infatti, un missile cinese lanciato dalla Terra ha distrutto un satellite meteorologico cinese avariato e orbitante a 865 chilometri di altezza, dimostrando così la vulnerabilità di simili ordigni. Nel 2013 un altro missile cinese ha raggiunto un orbita molto più distante, 22 mila miglia, che ospita vari satelliti della stessa nazionalità. E Pechino, a quanto pare, vanta una particolare esperienza nel mettere a punto satelliti di dimensioni ridotte in grado di cambiare facilmente orbita rotta e compiere intercettazioni multiple.

A tutto ciò hanno fatto riscontro, già lo scorso anno, denunce al Congresso di Washington di un’asserita, imperdonabile perdita della leadership americana nello spazio nonchè proposte, tra l’altro, di creare una quarta componente delle forze armate nazionali in aggiunta all’esercito, alla marina e all’aviazione (quest’ultima nata nel 1947), ossia una Forza spaziale adeguata all’assegnazione al relativo settore, da parte della nuova Strategia per la sicurezza nazionale, di una delle massime priorità in materia di difesa.

La proposta ha incontrato inizialmente la resistenza del Pentagono, verosimilmente sensibile alle gelosie degli alti comandi già esistenti e in particolare di quello dell’Aviazione sinora responsabile anche della gestione del Centro per i sistemi spaziali e missilistici. I proponenti sono però tornati insistentemente alla carica denunciando il pericolo che gli USA finiscano col subire una nuova Pearl Harbour (l’attacco giapponese del 1941 che provocò l’estensione al Pacifico della seconda guerra mondiale) alla luce sia delle tensioni con Russia e Cina sia, e forse soprattutto, del moltiplicarsi degli Stati e altri soggetti in grado di utilizzare lo spazio per attività ostili ad altri e spesso già protesi a farlo.

Oltre al caso recentissimo e ben noto della Corea del nord, si richiama infatti l’attenzione sulle potenziali capacità al riguardo di cui si sono dotati non solo Paesi più o meno saldamente legati agli USA quali Israele e Giappone, Regno unito e Svezia, ma anche India e Pakistan, Iran ed Egitto e la stessa Ucraina alle prese con la Russia, mentre vari gruppi terroristi hanno usato per anni per i propri fini strumenti elettronici e cibernetici idonei per impieghi spaziali.

La crescente pressione, soggettiva e oggettiva, sembra aver finito con l’ottenere un primo successo nello scorso marzo, allorchè Donald Trump ha dichiarato in un discorso che, in seguito all’equiparazione ufficiale dello spazio alla terra, al mare e all’aria in quanto potenziale sede di conflitti, ”potremmo persino avere una forza spaziale”, senza specificare se indipendente dalle altre oppure sempre all’interno di quella aerea.

Date anche le caratteristiche del personaggio, l’innovazione non è dunque garantita ma va comunque considerata almeno probabile. In ogni caso, nell’ultimo bilancio federale sono stati stanziati 12,5 miliardi di dollari per spese militari nello spazio, non inclusi, pare, i progetti segreti. In un modo o nell’altro, insomma, gli USA si stanno attrezzando più di quanto facessero in precedenza in vista di sfide ancora inedite ma, secondo voci sempre più numerose ed autorevoli nel settore in questione, ormai ineluttabili o addirittura incombenti dietro l’angolo.

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