venerdì, Settembre 24

2021: parole per dire … Le parole costituiscono l’interfaccia esteriorizzato di ciò che noi siamo interiormente, di che cosa sentiamo

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Un popolo che non sa né leggere né scrivere, è un popolo facile da ingannare.

Che Guevara

Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

Philip Roth

Vorrei concludere, a mo’ di auspicio, l’anno 2020, questo anno che ricorderemo, dimenticheremo, cancelleremo, ansieggeremo, accuseremo, cancelleremo, con un inno alle parole sodali e solidali con il nuovo che almeno da calendario si paleserà dinanzi ai nostri dubbi dolori sofferenze gioie, umanità. Se con la parola la specie umana si è evoluta combinando la capacità di associare suoni e significati con regole grammaticali, con la conquista del linguaggio perveniamo all’utilizzo di uno strumento di rappresentazione simbolica utilizzato a fini comunicativi.

Qui troviamo tre usi che caratterizzano il linguaggio, dalla fonologia relativa al semplice suono, alla semantica relativa al significato delle parole ed al legarsi tra parole e concetti, e qui molti sbandano, fino alla pragmatica concernente la capacità di comprendere i significati di parole e frasi in base al contesto in cui vengono pronunciate e all’intenzione dell’interlocutore.

Senza entrare qui nel merito se il linguaggio costituisca un insieme innato o acquisito dall’esperienza con l’ambiente, non sfuggirà la distanza che si coglie tra un talora nobile dispiegarsi del linguaggio ed un sovente uso delle parole contestualizzate, prerogativa di chi le utilizza. E soprattutto del loro significato, dell’allusione che invocano. Insomma tra un accademico della Crusca, al netto della simpatia o meno che può suscitare la persona in sé, ed un qualsiasi leghista, ma non solo, anche penta stallati vanno bene, per non dire di proto-pre-attuali-postfascistelli che usano parole e molte volte le mani per giustificare un uso della parola utilizzato per un solo fine, aggredire in modo violento, permangono differenze difficilmente sormontabili.

Poi nella quotidianità vi è un largheggiare nell’uso di parole cosiddette ‘in libertà’, specchio e rifrazione di una precaria consistenza cognitiva e molta rabbia emotiva. Insomma, alla fine, le parole significano a seconda di come le affermiamo, di che cosa vi insinuiamo tra i suoi interstizi, del tono modo allusione cui destiniamo una semantica di noi stessi trasfusi in ciò che affermiamo, vogliamo sostenere, vogliamo intendere o far capire. Le parole costituiscono, così, l’interfaccia esteriorizzato di ciò che noi siamo interiormente, di che cosa sentiamo, percepiamo. ‘Parla come mangi’, vecchio detto, che si protrae oltre l’antico buon uso delle posate, è il riflesso della scomparsa dell’antica civiltà delle buone maniere. Certo, elitarie, ma poi diffusesi in ogni dove. Oggi ritrattesi, nelle volgarità globali, social e non.

Soprattutto oggi nell’epoca della rifrazione moltiplicata delle parole tra la realtà fisica che viviamo nella quotidianità, fino alla profusione immane copiosa inarrestabile delle parole usate, vomitate, gridate nel mondo virtuale della realtà differita dei social, forum, chat, non facciamo altro che dir parole. Talmente tante, troppe da non saper più ascoltare gli interludi, il suono del silenzio tra una parola e l’altra, sì da azzerare per tanti la fatica del pensare parole da non dire, da riflettere, da elaborare, da centellinare.

In più, proprio quest’anno che si va chiudendo, questo 2020 che permarrà nella memoria di coloro i quali hanno perso propri cari per un virus sconosciuto, forma nuova di virus già arrivati a noi, è stato un momento nelle nostre vite nel mondo che ha sopraffatto le nostre claudicanti capacità cognitive per essere ghermiti dall’emotività l’ansia l’angoscia la paura.

Umani rappresi tra artificiale tecnologia algoritmi, divenuti corpi e carne per la cui difesa abbiamo devoluto la nostra cittadinanza sociale e la nostra libertà per aggrapparci ad un élan vital, uno slancio vitale divenuto un mare in piena. In questa iperrealtà fatta di troppo di tutto, con o meno tatto per chi aveva o meno un tetto, abbiamo rilasciato parole per rammentarci di essere in vita. Anche io che ne dico molte troppe, quelle che i lettori leggono qui in un luogo di riflessione gentile intelligente ed ampio in cui le parole si legano bene insieme, mi taccio, cercando di provare ad acquietare le molte parole che si affacciano nella mente e che proverò a mettere insieme nell’anno che si presenterà ai nostri sguardi pensieri affetti interrogativi. In un ideale saluto a tutti coloro che giungono fino al termine delle mie elucubrazioni consegno questo testo di Josè Saramago, letterato e fine dicitore di parole conosciuto un dì della mia vita, dedicato alle parole. Nel suo registro di un piccolo, dunque immenso, apologo morale. Che le parole siano sempre con noi, senza rubarci i silenzi. E se ci mancano, proviamo a cercarle. Questo è ciò che ci rende migliori. Talvolta.

Le parole

«Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute ed inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, negli slogan pubblicitari, nelle didascalie dei film, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole. E ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio grazie a una sintassi precaria, fino alla conclusione del “Dissi” o “Ho detto”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraverso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono allineate su dei fogli, dipinte con inchiostro tipografico – e per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono, fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono alle ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle, al collo. È il diluvio universale, un coro stonato che sgorga da milioni di bocche. La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro: tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzocontralti. Negli intervalli, si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari. Perché le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perché non se oda un’altra. La parola, anche quando non afferma, si afferma. La parola non risponde né domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula. Per questo urge mondare le parole perché la semina si muti in raccolto. Perché le parole siano strumento di morte – o di salvezza. Perché la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto. C’è anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane».

José Saramago

(Di questo mondo e degli altri, Feltrinelli, Milano, 2013)

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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