sabato, Settembre 25

2015: tutti alle urne! Programmate o a sorpresa: tutti gli appuntamenti elettorali ed i leader del mondo che verrà

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Nel 2014 sono state più di 1 miliardo e 500 milioni le persone convocate alle urne. Questa la stima elaborata dall’International Foundation for Electoral System (IFES). Si è votato in più di 100 Paesi. Alcuni, come nel caso dell’India e dell’Indonesia, hanno eletto nuovi leader, mentre in Brasile e Sudafrica sono stati riconfermati vecchi partiti politici. La Turchia, tra alti consensi e polemiche, ha spostato il primo ministro Recep Tayyip Erdogan alla sede presidenziale. Mentre chi ha cambiato volto è stato l’Afghanistan, sebbene la creazione di un governo di unità nazionale e la prima transizione pacifica del potere da un presidente eletto a un altro continui a non dare certezze. Un anticipo sulle urne più attese del mondo, quelle americane, si è avuto a novembre con le elezioni di midterm: i repubblicani hanno preso il controllo del Congresso e con esso il potere di decidere l’indirizzo politico degli Stati Uniti per i prossimi due anni.

E nel 2015? Quali e quanti saranno gli elettori? Difficile fare un calcolo previsionale dal momento che oltre ai rinnovi naturali di Parlamenti, premierati e presidenze, la vera incognita restano i Paesi “ballerini”: governi eletti di recente, ma dove continua ad agitarsi lo spettro delle elezioni anticipate.

L’Italia e la Grecia – anche se per motivi diversi – sono tra coloro che con l’arrivo del nuovo anno potrebbero regalare qualche sorpresa. Sembra prendere sempre più piede l’ipotesi di dimissioni anticipate del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ma incerto è anche il destino dell’esecutivo. Il difficile accordo maggioranza-opposizione sulla legge elettorale, i numeri esigui in Senato e la mancata ripresa economica sono i tre ingredienti che nei prossimi mesi potrebbero portare il premier Matteo Renzi ad elezioni anticipate.

Di elezioni quasi certe, invece, si parla ad Atene. I fulmini arrivati sul governo di Antonis Samaras non sono certo a ciel sereno. La polveriera greca è in ebollizione da mesi e martedì la borsa di Atene è precipitata del 13 per cento, trascinandosi dietro le principali piazze europee, che hanno bruciato 208 miliardi di euro. Da qui la decisione del primo ministro Samaras di anticipare a fine anno la scelta del nuovo capo dello Stato. Tuttavia, se il Parlamento ellenico non dovesse riuscire ad imporre il suo candidato, l’ex commissario UE Stavros Dimas, sarà più che fondata l’ipotesi elezioni anticipate. E qui il gioco sarà davvero duro per i moderati, dal momento che la sinistra radicale di Syriza” (che vuol stracciare gli accordi con la Troika) si presenta già nel ruolo di grande favorita.

Chi è pronto alle urne da tempo è Nigel Farage, leader britannico del partito euroscettico e populista Ukip”. Le elezioni generali inglesi sono fissate per il 7 maggio e l’atmosfera non è affatto rassicurante in casa dei due partiti al governo. Così come difficile può dirsi la riconferma dell’attuale premier David Cameron al numero 10 di Downing Street. Alle elezioni del 2010, infatti, i Conservatori pur risultando il primo partito non erano riusciti ad ottenere la maggioranza dei seggi; motivo per il quale si è aperto ad un governo di coalizione con i LibDem. Scenario che potrebbe riproporsi. Farage, ad esempio, che spinge per l’uscita del Regno Unito dalla Ue, e che si sta rafforzando, potrebbe rubare voti ai Tory. Ma anche il Partito nazionale scozzese sta cavalcando l’onda della popolarità in seguito al fallito referendum sull’indipendenza dello scorso settembre: in un Paese che tradizionalmente vota laburista, a maggio i nazionalisti potrebbero sottrarre venti seggi alla sinistra. E’ sicuramente presto per fare pronostici, ma un voto diviso che costringa ad una grande coalizione parlamentare è certamente tra le possibilità. L’esito delle urne inglesi avrà anche un’altra conseguenza: Cameron ha promesso di indire un referendum sulla permanenza del Regno Unito nella UE nel caso di vittoria. Se l’”Ukip” dovesse andare bene e Cameron resistere come primo ministro, l’uscita dei britannici dalla Ue potrebbe risultare inarrestabile.

Oltralpe si fanno le prove generali in vista delle legislative e presidenziali del 2017. In Francia il prossimo anno si voterà per i dipartimenti e le regioni. Non votazioni di serie B se si considera che, così come quelle comunali di marzo scorso, anche questa volta serviranno a misurare il gradimento dell’attuale presidente Francois Hollande, e quindi la tenuta dei socialisti, l’ulteriore rafforzamento di Marine Le Pen o il ritorno dell’ “Union pour un Mouvement Populaire” (UMP) di cui qualche giorno fa è tornato in veste di segretario Nicolas Sarkozy. Un sondaggio dell’istituto francese CSA ha già decretato i possibili vincitori: «se si tornasse domani alle urne la Francia sceglierebbe ad ampia maggioranza la coalizione guidata proprio dalla Ump, assieme a centristi e altri partiti minori: a loro andrebbero fra i 485 e i 505 seggi, mentre solo soltanto 56/66 rimarrebbero all’insieme dei partiti di sinistra. Il Front National se ne aggiudicherebbe tra i 14 e 24». Intanto, il partito dovrà regolare prima alcuni conti dentro casa: le primarie per la scelta del candidato alla presidenza dovrebbe tenersi nella prima metà del 2016. Contro Sarkozy corrono Alain Juppé e François Fillon.

In difficoltà i cugini moderati della penisola iberica. In Spagna il Partito Popolare di Mariano Rajoy sta affrontando seri problemi legati alla corruzione. Qualche giorno fa il quotidiano “El Pais” ha pubblicato un sondaggio scioccante: Podemos”, il movimento nato dalle proteste dei giovani “indignados” e guidato da Pablo Iglesias si attesterebbe ad un incredibile 27,7%. A seguire con il 26,2% il “Partito Socialista del Psoe”, capeggiato da pochi mesi da “Pedro el guapo”, così come viene chiamato in Spagna il nuovo leader Pedro Sanchez. Infine il “Partido Popular” che crolla al 20,7%. Lo sconcerto è grande e il tempo a disposizione poco: a maggio ci saranno le elezioni comunali, dove a Madrid pare non correrà per una seconda candidatura Ana Botella, la moglie dell’ex premier José Maria Aznar. Contestualmente si svolgeranno le regionali: si vota in 13 regioni su 17. E infine, a novembre, le elezioni generali. Non è escluso che il partito che si aggiudica la prima tornata di amministrative faccia il colpo grosso aggiudicandosi anche le politiche.

Chissà se in Portogallo la ripresa economica reggerà alla prova delle prossime politiche. Lisbona qualche mese fa è uscita ufficialmente dal programma di salvataggio della Troika per il quale nel 2011 aveva ottenuto un prestito di 78 miliardi. Prestito e misure di austerità che rischiano di penalizzare l’attuale premier in occasione delle elezioni politiche previste ad ottobre. Il partito socialista, dato in testa nei sondaggi, si giocherà la carta António Costa, da sindaco di Lisbona a candidato premier.

Spostiamoci ad Est. Qualche settimana fa, nel totale silenzio della stampa internazionale, si sono svolte in Polonia le elezioni amministrative. I risultati sono stati eclatanti: per la prima volta dopo molti anni il partito conservatore ed euroscettico Diritto e Giustizia” guidato dall’ex premier Jaroslaw Kaczyński è  riuscito a prevalere con il 31,5% dei voti sul partito del neo presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk e del primo ministro Ewa Kopacz (27,3%). Un risultato che potrebbe frenare il già lento avvicinamento del Paese all’adozione dell’euro. Ma secondo i ben informati non tutto è perduto. Il Civil Platform”, il partito cristiano democratico polacco, potrebbe recuperare consensi alle elezioni presidenziali previste a giugno prossimo. Due i punti forti che sorreggono questa tesi: innanzitutto l’elezione di Tusk alla prima poltrona d’Europa è stata vista in Polonia come un gran successo per una nazione che dopo decenni di regime comunista è finalmente riuscita ad avere un ruolo forte a Bruxelles. In secondo luogo perché, stando agli ultimi sondaggi, Bronislaw Komorowski, attuale presidente, viene ancora visto come il politico più popolare ed influente del Paese. A sfidarlo sarà probabilmente, come è già avvenuto nel 2010, lo stesso Kaczynski. La vittoria dell’uno o dell’altro candidato sarà probabilmente decisiva per le elezioni parlamentari che seguiranno a Varsavia in autunno.

Più a sud resta un’incognita il Medio Oriente. Il terzo esecutivo di Benjamin Netanyahu è durato poco più di un anno e mezzo, e si andrà al voto il prossimo 17 marzo dopo la crisi che si è aperta all’interno della coalizione di governo, culminata nel licenziamento del ministro delle Finanze Yair Lapid (anche capo del partito “Yesh Atid“) e  del leader del movimento “Hatnuah, il ministro della Giustizia Tzipi Livni. Scarse le possibilità di un quarto mandato: un sondaggio commissionato dalla tivù della Knesset dà 23 seggi (su 120) a un cartello laburisti-Livni contro i 21 seggi del Likud”. Mentre c’è addirittura chi indica nel 65% la quota di israeliani non più favorevoli a Netanyahu.

Nell’area si parla di elezioni per il 2015 anche in Egitto. Almeno questo è quello che ha annunciato qualche giorno fa il presidente Abdel Fattah al-Sisi. Un passo chiave nella road map annunciata dall’esercito dopo che il 3 luglio del 2013 ha ribaltato il governo del presidente democraticamente eletto, Mohammed Morsi.

Altro che stabilità nordica. E’ dal 1958 che a Stoccolma non arrivava una crisi lampo di questo tipo. Il primo ministro svedese, Stefan Lofven, in carica da soli tre mesi, non ha superato la prova della legge di bilancio, bocciata dai quattro partiti di centrodestra e dai nazionalisti del partito dei Democratici. Le elezioni anticipate sono fissate per il prossimo 22 marzo. Il dossier dell’immigrazione è destinato a restare in primo piano se è vero che la crisi politica è esplosa perché il partito dei Democratici Svedesi“, schierato su posizioni anti-immigrazione, ha bloccato ogni legge finanziaria in assenza di una stretta alle politiche di asilo, tradizionalmente molto generose.

Anche se lontane dai confini europei meritano di essere segnalate due elezioni che faranno certamente discutere per i possibili scontri, proteste e violenze legati alla realtà locale. A febbraio si terranno le elezioni presidenziali e legislative in Nigeria, una delle economie più importanti dell’Africa nonché primo Paese produttore di petrolio del continente. Ammesso che i nigeriani arrivino alle urne. Sul fronte terrorismo, infatti, la Nigeria non è messa affatto bene. Boko Haram continua a espandere la propria influenza nelle regioni del nord al confine con Niger, Ciad e Camerun e continua a sferrare attacchi clamorosi e sanguinosi come quello alla Moschea di Kano, dove si sono contati oltre 120 morti. Da qui a febbraio la situazione può solo peggiorare. Intanto il presidente Jonathan Goodluck, in carica dal 2010,  e che ha di recente affermato che correrà per un nuovo mandato, viene già dato per vincitore.

Così come saranno sotto la lente degli attivisti internazionali per i diritti umani anche le prossime elezioni generali e presidenziali in Myanmar dove più volte è circolato il nome del Premio Nobel Aung San Suu Kyi come candidata alla presidenza. Difficile al momento, e almeno finchè sarà valida la norma costituzionale che vieta ai cittadini birmani di candidarsi alla presidenza se sposati con stranieri.

Infine, occhi puntati sul Canada, Arabia Saudita e Argentina.

Ad Ottawa l’appuntamento è per il 19 ottobre. I primi sondaggi prevedono la riconferma dell’attuale primo ministro Stephen Joseph Harper. Un premio per aver saputo mantenere i livelli di industrializzazione e benessere economico del Paese tra i più alti del mondo.

 Storiche elezioni saranno anche quelle di settembre a Riyad, dove già qualche anno fa il re Abdullah bin Abdul Aziz aveva emesso un decreto che concedeva alle donne l’elettorato attivo e passivo a partire dalle elezioni amministrative previste per il 2015. Si spera che la riforma, tanto importante sul piano formale, lo sia altrettanto su quello sostanziale.

Un’altra sfida sarà quella del 25 ottobre in Argentina, dove Cristina Kirchner non potrà ricandidarsi in quanto ha vinto già due volte la battaglia per la massima carica governativa, nel 2007 e nel 2011. Chi sarà il prossimo candidato? Nessun nome certo. Curioso, invece, a quanto risulterebbe, che Papa Francesco, per non sembrare di parte, non concederà udienze private prima di quella data a nessun politico del suo Paese.

 

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