domenica, Maggio 16

2015, tra terrore, guerra e speranza nel futuro Da gennaio a dicembre, un anno di eventi che hanno segnato la storia del mondo

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Il 20 luglio è una data che molti in Turchia non dimenticheranno. È il giorno in cui 31 ragazzi dell’Associazione dei giovani socialisti (Sgdf) muoiono in un centro culturale di Suruc, città nel sud-est della Turchia al confine con la Siria, perché intenzionati a ricostruire la città curda di Kobane, strappata alle milizie dell’Isis. A colpire è un kamikaze infiltratosi tra i giovani per seminare morte e distruzione. L’Isis non rivendica direttamente l’attentato, ma la ricostruzione degli inquirenti è chiara: i jihadisti vogliono punire questi giovani volenterosi, anarchici, amanti della libertà e della vita, per sottolineare la rinascita di una città. La minoranza curda della Turchia piange le sue vittime, ma attacca il governo di Erdogan, accusato di non aver garantito la sicurezza. Il Paese non vive giorni tranquilli, anche dal punto di vista politico, dato che si deve tornare alle urne per creare un governo stabile. E il clima di tensione si avverte forte quando la mattina del 10 ottobre due attentati simultanei uccidono cento persone durante una manifestazione pacifista ad Ankara. Nessuno rivendica l’attentato e molti in Turchia accusano il governo stesso di aver organizzato tutto per aizzare gli animi e screditare i partiti curdi alle elezioni. Il 1 novembre Recep Tayyp Erdogan vince le elezioni e il suo partito AKP conquista la maggioranza dei seggi, ma la sua Turchia diventa sempre più instabile. Nel dichiarare guerra all’Isis, il Presidente rinvigorisce la battaglia anche contro i curdi nel nord del Paese e quella che sembra una guerra contro il califfato, appare, anche agli occhi di interlocutori internazionali, come una copertura. L’atteggiamento di Erdogan e del suo governo nei confronti dell’Isis e dei partner internazionali che combattono in Siria, infatti, è molto poco chiaro. E la dimostrazione arriva quando, il 24 novembre, la contraerea turca abbatte un jet russo accusato di aver sconfinato mentre si trovava nell’area turcomanna della Siria. La reazione della Russia non tarda ad arrivare e Vladimir Putin promette vendetta. Da quel momento tra Ankara e Mosca scoppia una piccola ma pur pericolosa guerra fredda, fatta di accuse, minacce e ritorsioni.

Il 24 agosto i miliziani dell’Isis torturano e poi decapitano Khaled Asaad, 81 anni, ex direttore del sito di Palmira. I jhadisti vogliono sapere da lui dove sono gli altri tesori archeologici, ma lui si rifiuta e muore per salvare l’ultimo baluardo della millenaria cultura siriana. Come belve feroci, i combattenti si accaniscono su colonne e pietre del tempio di Baalshamin, una delle strutture meglio preservate del sito, nonché un monastero cattolico del quinto secolo Dc. Prima di Palmira, a gennaio, gli uomini di al-Baghdadi si accaniscono sulle statue all’ingresso della città di Raqqa, mentre in Iraq devastano con i bulldozer le rovine dell’antica città assira di Ninive. Il 26 febbraio diffondo il video della distruzione delle opere esposte nel museo archeologico di Mosul, così come  fanno per quello in cui mostrano la distruzione dell’antica città assira di Nimrud. Fanno la stessa fine anche i resti della città di Hatra, di Dur-Sharrukin e la moschea di Al-Arbahin a Tikrit, che custodiva 40 tombe dell’era omayyade dell’VIII secolo. Obiettivo dell’Isis è cancellare ogni traccia di civiltà e culture preislamiche e di culti considerati eretici, perché idolatranti e quindi in contrasto con l’interpretazione massimalista della Sunna. In realtà, alla base c’è l’esigenza dell’organizzazione terroristica di autofinanziarsi vendendo sul mercato nero pezzi di storia che hanno divelto con la forza dai territori.

Nel mese di settembre la situazione in Siria sembra precipitare ancora di più e la Russia decide di entrare da protagonista nella guerra contro l’Isis. Accusando gli Stati Uniti di non ottenere successi nella loro lotta, Mosca allestisce una base militare a Lantakia e a fine settembre annuncia di aver raggiunto un accordo con Assad e con i governi di Iraq e Iran per condividere informazioni di intelligence relative allo Stato Islamico. Il giorno 30, la Russia comincia, così, a bombardare le postazioni del califfato su tutto il territorio, mentre in Europa anche l’Austria, l’Inghilterra e la Germania entrano a far parte della coalizione americana pur annunciando, per la prima volta, di voler discutere della crisi con il presidente Bashar al Assad, fino a quel momento completamente ignorato. La crisi dei migranti che sta bersagliando tutti Paesi spinge i Governi a cercare una soluzione, e se prima Assad è considerato parte del problema, comincia a esser preso in considerazione, pur rimanendo un elemento da eliminare nel futuro governo della Siria. La Russia bombarda soprattutto zone controllate dai ribelli siriani anti Assad e per questo viene accusata di voler aiutare l’amico Bashar a indebolire il nemico, anziché combattere l’Isis. In risposta, Mosca devasta la città di Raqqa, considerata capitale del Califfato. L’Isis minaccia Putin di vendicarsi per il suo intervento e infatti il 31 ottobre l’Airbus russo A321-200 esplode in volo, dopo soli venti minuti dal decollo da Sharm El Sheik. Quello che in un primo momento sembra un incidente, si rivela ben presto un attentato in piena regola in cui perdono la vita 224 persone. A bordo, infatti, viene trovata una bomba nascosta sotto un sedile, fatta passare da qualche compiacente addetto dell’aeroporto della località turistica sul mar Rosso.

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