venerdì, Maggio 7

2015, tra terrore, guerra e speranza nel futuro Da gennaio a dicembre, un anno di eventi che hanno segnato la storia del mondo

0
1 2 3 4 5


L’autoproclamatosi califfo Abu Bakr al Baghdadi continua a guidare l’Isis che intanto si infiltra anche in Tunisia.  Il 18 marzo due uomini armati di fucili mitragliatori entrano al Museo del Bardo di Tunisi e aprono il fuoco sui turisti. I terroristi, armati anche di bombe e cinture esplosive,  cercano di entrate prima all’interno dell’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo, il Parlamento tunisino, dove è in corso un incontro per discutere proprio della legge anti terrorismo, ma poiché vengono  bloccati, decidono di colpire il museo proprio accanto. Prima sparano a un gruppo appena sceso dall’autobus della crociera e poi si asserragliano nelle sale, prendendo in ostaggio molti visitatori. Dopo qualche ora, le teste di cuoio effettuano un blitz, uccidono i due attentatori e liberano gli ostaggi, mentre il governo cerca di riportare l’ordine nella capitale. Solo il giorno dopo il Presidente Essebsi rende nota l’identità dei due terroristi, entrambi di nazionalità tunisina, Yassine Labidi, originario di un quartiere popolare di Tunisi, e Jabeur Khachnaoui, originario di Kasserine. La polizia avvia le indagini per scoprire chi ha aiutato i jihadisti e risale a un ventiduenne marocchino sbarcato in Italia. Abdelmajid Touil viene accusato di complicità con gli attentatori tunisini e viene messo in prigione. Ne uscirà solo dopo 5 mesi, il 28 ottobre scorso, poiché innocente. Subito dopo l’attentato del Bardo, l’Isis rivendica il gesto e dice che è solo l’inizio. Queste parole spaventano molto la Tunisia, che cerca di solidificare la democrazia che sta costruendo pian piano.

Nonostante l’allerta antiterrorismo, però, l’Isis colpisce ancora. Dopo che a inizio giugno il portavoce dello Stato Islamico, Abu Muhammad al-Adnani, invita tutti i fedeli a colpire cristiani e miscredenti in occasione del Ramadan, il 26 giugno, nel secondo venerdì del mese sacro, il ventitreenne Seifeddine Rezgui fa irruzione in un resort di lusso a Port El Kantaoui, a Sousse, e ammazza a sangue freddo 38 turisti.

Nello stesso giorno, il califfato rivendica un attentato alla moschea sciita a Kuwait City, in cui muoiono 27 persone, e un attacco alla base delle truppe di peacekeeping dell’Unione africana a Leego, 130 chilometri a sud della capitale della Somalia, in cui vengono uccisi 50 tra uomini e donne. E’ ormai chiaro che l’Isis non colpisce solo l’Occidente, ma anche tutti i Paesi arabi considerati nemici del vero Islam, come la Tunisia, appunto, e l’Egitto, dove il Presidente Abd al-Fattah al-Sisi vessa i Fratelli Musulmani. Il 21 aprile, infatti, l’ex leader dei Fratelli Musulmani egiziani, nonché ex premier Mohammed Morsi, viene condannato insieme a 14 membri dell’organizzazione a 20 anni di prigionia, per torture e detenzione illegale ed extragiudiziale di numerosi manifestanti durante le sollevazioni del 2012. Il 16 maggio, poi, viene condannato definitivamente a morte con l’accusa di alto tradimento.

Il due aprile il Kenia viene sconvolto da un terribile attentato. All’alba, un commando di miliziani di Al Shabab  fa irruzione nel campus di Garissa, utilizzando delle bombe e uccidendo le due persone adibite alla sorveglianza dell’ingresso. Entrano nei dormitori dell’università, svegliano tutti e chiedono la loro religione. Chi non risponde Islam viene fucilato all’istante. Alla fine, le vittime sono 148, un vero massacro che, però, non ha la stessa eco mediatica di altri attentati nel mondo. L’organizzazione terroristica somala rivendica l’assalto, ma non da una motivazione ufficiale, anche se molti credono che si tratti di una ritorsione contro il governo keniota che collabora con le forze di Mogadiscio per bloccare Al-Shabaab. Dopo la strage, il Presidente Uhuru Kenyatta viene accusato di non riuscire a garantire sicurezza nel Paese, ma per prevenire ulteriori critiche invia una lettera ai familiari dei 130 studenti identificati in cui esprime il suo cordoglio e offre l’equivalente di mille euro per pagare i funerali.

L’Afghanistan è un Paese relativamente tranquillo fin quando il 29 luglio l’agenzia di intelligence di Kabul annuncia la morte del mullah Omar, capo e guida spirituale dei Talebani. Le voci sulla presunta morte dell’uomo erano circolate anche negli anni precedenti, ma la notizia era sempre stata smentita. Il 30 luglio, invece, fonti interne all’organizzazione confermano la sua morte, avvenuta nel 2013 in Pakistan. Da questo momento in poi le acque si intorbidiscono e anche il processo di pacificazione con i Talebani viene interrotto. L’incontro tra governo afghano, Pakistan e Cina per discutere della tregua, previsto il 1 agosto, viene rimandato perché c’è caos all’interno del gruppo per la successione di Omar. In prima linea c’è Akhtar Mohammad Mansur, considerato il candidato con maggiori possibilità di raccogliere l’eredità, ma molti preferiscono il figlio del Mullah, il ventiduenne Akub che, però, viene ucciso in un agguato a Quetta, in Pakistan. L’autoproclamato leader degli ex studenti coranici Mansour diventa, così, il nuovo capo, ma non viene accolto bene. La famiglia del Mullah Omar si rifiuta di prestargli giuramento e si apre, così, una vera e propria guerra interna al movimento. Ma i Talebani hanno in mente un progetto di rinascita e infatti si compattano su un progetto comune avviando una serie campagne di conquista su tutto il territorio. Le speranze del presidente Ashraf Ghani di creare una pace duratura in Afghanistan si polverizzano all’istante. In pochi mesi il gruppo  diventa molto forte, così come non lo era dal 2001,  crea altre roccaforti e da vita a nuovi sistemi amministrativi locali indipendenti dal governo di Kabul. Il tutto con una escalation di violenze senza pari: 1.592 morti e 3.329 feriti nei primi sei mesi del 2015, con un aumento proprio nella seconda parte dell’anno, come certificano i dati dell’ONU. Tra questi ci sono anche le 22 vittime del bombardamento americano che il 3 ottobre ha colpito l’ospedale di Medici Senza Frontiere a Kunduz. Le Nazioni Unite condannano l’episodio e aprono una un fascicolo per ricostruire l’accaduto, mentre l’organizzazione umanitaria è costretta ad abbandonare la città.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->