venerdì, Maggio 7

2015, tra terrore, guerra e speranza nel futuro Da gennaio a dicembre, un anno di eventi che hanno segnato la storia del mondo

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All’inizio dell’anno anche la Nigeria deve affrontare il suo dramma del terrorismo. Boko Haram conquista Baga, l’unica città dello Stato del Borno che ancora non era caduta sotto il controllo delle milizie islamiste. I terroristi ammazzano oltre mille persone e pianificano già gli attacchi dei giorni successivi. Il 12 gennaio, attaccano una caserma camerunense a Kolofata e il 18 colpiscono duramente due villaggi nell’area di Tourou, in Camerun, uccidendo circa 80 persone. Il 6 marzo Boko Haram annuncia la sua affiliazione allo Stato islamico.

 

Il 20 gennaio lo Yemen viene ufficialmente travolto dalla crisi politica che già da mesi si subodorava. I ribelli sciiti Houthi del nord del Paese, infatti, assaltano il palazzo presidenziale di Sana’a e dopo i primi combattimenti costringono il Presidente Abd Rabbo Mansur Hadi e i suoi Ministri a dimettersi dall’incarico. Si tratta di un vero e proprio colpo di Stato, finanziato dall’Iran, che mette subito in allarme l’Onu. Durante i primi giorni sembra esserci spazio per le trattative, ma la situazione precipita, vengono chiuse le ambasciate straniere e scoppia una vera e propria guerra civile. A spaccare il Paese sono la grave povertà, le differenze tra il Nord, dove le diverse tribù sono in rivolta, e il Sud, ma anche l’instabilità politica dettata dalla mai reale uscita di scena del vecchio presidente Saleh. A complicare il quadro yemenita, ci sono le organizzazioni terroristiche, al Qaida, più diffusa al sud, e l’Isis, che si è infiltrato per approfittare del caos. La crisi coinvolge subito sia l’Arabia Saudita, confinante e interessata al territorio, che l’Iran e i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), cioè Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Proprio per questo la guerra civile diventa ben presto un problema internazionale e sebbene i media non ne parlino tanto, lo Yemen è uno snodo cruciale per il Medio Oriente. La guerra vera e propria scoppia tra il 25 e il 26 marzo, quando l’Arabia Saudita insieme ad altri paesi arabi bombardano le postazioni dei ribelli sciiti Houthi e devastano gran parte della capitale. La crisi è ancora in corso e ha costretto alla fame decine di migliaia di famiglie.

Il 3 febbraio il mondo viene sconvolto da un video diffuso dall’Isis in cui si vede un uomo in una gabbia che viene arso vivo. Si tratta del pilota giordano, Muath al Kasasbeh, preso in ostaggio a gennaio dopo che il suo elicottero è stato abbattuto in una zona al confine con la Siria. Subito dopo la sua cattura, gli uomini del califfato chiedono il rilascio di Sajida al-Rishawi, l’aspirante jihadista in carcere in Giordania per una strage compiuta ad Amman nel 2005, in cambio della sua liberazione annunciando di liberare, nel caso, anche il giornalista giapponese Kenji Goto. Qualche giorno più tardi, però, l’Isis diffonde le immagini della decapitazione del reporter e il governo giordano si attiva per cercare di salvare la vita al pilota. Le trattative vanno avanti, ma nessuno ha la prova che Kasabeh sia ancora vivo. E infatti, sebbene il video del rogo viene veicolato all’inizio di febbraio, è quasi certo che la scena sia stata girata molto prima. Nonostante la crudezza delle immagini, si nota un disegno comunicativo molto preciso nella costruzione del video. I fotogrammi sono studiati dal punto di vista dei costumi, della sceneggiatura, sono montati ad arte e intervallati da foto specifiche utili alla narrazione. Niente è lasciato al caso, neppur il sottofondo musicale, tanto che ad un occhio attento il tutto sembra quasi un trailer di Hollywood. E infatti lo scopo non è diverso da quello delle case cinematografiche che diffondo le anteprime dei film: sorprendere, incuriosire, irretire. Secondo il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama il video-shock rivela il fallimento dell’ideologia del gruppo terroristico ed è solo un’altra prova della sua barbarie. In realtà c’è molto di più, perché è la prova che dietro ogni mossa dell’Isis c’è un piano strategico, politico, comunicativo studiato a tavolino. Come una grande azienda, l’Isis ha un ufficio stampa, una rivista ufficiale che si chiama Dabiq, dal nome della città siriana dove si dovrebbe svolgere la battaglia finale tra musulmani e bizantini, e tutti i canali Social.

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