lunedì, Dicembre 6

2015: a prescindere da noi italiani

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Mentre siamo occupati ad ascoltare, con ‘ritmo’, però, i messaggi del quasi ex Presidente della Repubblica, celebrativi di propri imperscrutabili successi e seguiamo con angosciata partecipazione le manovre per l’elezione del nuovo, peraltro ben descritto inopinatamente da quello uscente, il mondo va avanti senza di noi, anzi, a prescindere da noi. Eppure, sarebbe utile che qualcuno cominciasse a tirare la testa fuori dal comodo marsupio in cui ci crogioliamo, per cominciare a partecipare a quel mondo che cammina e ci lascia sempre più indietro.

Ad inizio di anno, si tirano le somme. Io mi limito a segnalare due o tre fatti molto importanti, dei quali tace quasi del tutto la nostra stampa e del tutto i nostri politici.

La missione ISAF, cioè quella azione militare condotta dalla NATO, in Afghanistan, dopo le avventure guerresche volute dagli USA per ‘legittima difesa’ da un attentato terroristico a New York, e che non hanno portato risultati apprezzabili, a quanto pare volge al termine. Gli attentati continuano a Kabul, perfino a Kabul, l’ISAF finisce, ma viene sostituita da un altro organismo che ‘provvisoriamente’ resterà in Afghanistan, gli scontri non cessano, non meglio identificati terroristi afgani massacrano bambini in Pakistan e potrei continuare.

Ma siamo all’inizio di un nuovo anno, al solito l’ultimo della crisi ormai alle nostre spalle figuriamoci, e io mi limito a riproporre la domanda che in questi mesi di partecipazione a questo giornale ho posto e ri-posto: siamo sicuri, politicamente, ma innanzitutto giuridicamente, che la soluzione di certe situazioni sia e resti solo nella pretesa di imporre ad altri le nostre idee politiche e non solo? Ho ripetutamente cercato in questi mesi di partecipazione a questo giornale, di fare vedere come un atteggiamentocolonialistasia ormai fuori di ogni logica, e solo foriero di ulteriori danni. La presenza militare in Afghanistan ha pochi, pochissimi crismi di legittimità internazionale, ma la voglia di mostrare i muscoli non passa, come quella di imporre i propri stili di vita. Però, è passato quasi trascurato dai più che alle prossime elezioni presidenziali USA, dopo il deludente mandato di Obama, tra i candidati spunta il terzo Bush Jeb.

Con minimo risalto della stampa e silenzio dei nostri politici (lo ripeto per chi se ne fosse dimenticato) è accaduto un fatto clamoroso: la Palestina è ammessa a partecipare in qualità di stato osservatore alle riunioni, e quindi alle discussioni, dell’assemblea degli Stati partecipanti della Corte penale internazionale. Come qualcuno ricorderà lanuovapolitica palestinese ha deciso di scegliere una strada difficile, ma forse di successo: ha accettato, e questo è importante, digiocaresullo steso tavolo formalistico e cavilloso dei suoi avversari (specialmente Israele, ovviamente, e, duole dirlo gli USA) nella indifferenza, purtroppo, di chi come l’Italia potrebbe giocare un ruolo deciso e decisivo, se non fosse presa dai propri contorcimenti interni: la strada di accettare il gioco della sua natura. Una delle principali obiezioni ad una trattativa seria con la Palestina (in realtà con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) era il fatto che, non essendo ancora la Palestina uno Stato, con essa non si poteva trattare su un piede di parità. La ‘trattativa’ era in sostanza l’ imposizione di fatti compiuti -la occupazione di parti del territorio con gli insediamenti, lo sfruttamento dell’acqua, il tentativo di acquisizione di Gerusalemme, ecc. – dato che trattare da pari a pari con un ente che non è uno Stato non si può.

Seguendo, come dico, una strada difficile e impervia (è appena il caso che io ricordi che io stesso ne ho criticato la legittimità e la ragionevolezza) la Palestina ha ottenuto che le Nazioni Unite, sia pure di fatto, le riconoscessero la natura di Stato; ha ottenuto di entrare a far parte a pieno titolo di importanti organizzazioni internazionali tra cui l’UNESCO, facendo arrabbiare gli USA che hanno dichiarato che la abbandoneranno; ha proposto (sfruttando la sua qualità di stato osservatore alle Nazioni Unite) una risoluzione sulla Palestina al Consiglio di Sicurezza, che non è passata, per un soffio; ha chiesto senza ottenerla (non è uno Stato dice il Procuratore della Corte penale internazionale) l’applicazione dello statuto della Corte Penale internazionale al ‘proprio’ territorio, ma oggi l’assemblea degli Stati partecipanti sconfessa il Procuratore ammettendo la Palestina a partecipare come … Stato osservatore, in attesa di adesione. Non a caso la cosa ha suscitato le ire di Israele, che dichiara che questo è un modo per impedire le trattative, ma non spiega il perché.

Ora la ‘partita’ ricomincia su un tavolo diverso. È lecito domandarsi se l’Italia, posto che si svegli dal suo beato benché ritmato torpore, comincerà a occuparsi del problema.

«Una parte fondamentale della soluzione consiste nel migliorare la distribuzione del rischio nel settore privato rafforzando l’integrazione finanziaria … L’unione bancaria per l’area dell’euro dovrebbe fungere da catalizzatore nel promuovere una più profonda integrazione del settore bancario … Bisogna poi riconoscere il ruolo vitale che in un’unione monetaria ricoprono le politiche di bilancio. Una politica monetaria unica incentrata sulla stabilità dei prezzi nell’area dell’euro non può reagire agli shock che colpiscono solo un paese o una regione … Ma l’esperienza della crisi suggerisce che, in periodi di tensioni estreme nei mercati, neanche una solida situazione iniziale di finanza pubblica può tutelare in manier assoluta dagli effetti di propagazione. Questo è un ulteriore motivo per cui abbiamo bisogno di un’unione economica … Per questa ragione, al fine di completare l’unione monetaria bisognerà in ultima analisi rafforzare ulteriormente l’unione politica, definendone diritti e doveri in un rinnovato assetto istituzionale». La lunga citazione è dell’articolo secco e lucidissimo di Mario Draghi su ‘Il Sole 24 Ore’ del 31.12.2014.

È un richiamo fondamentale e chiarissimo, per un giurista come me, addirittura ovvio: siamo ad un punto di svolta, di svolta istituzionale. Ora è il momento di scegliere e di decidere. Non si tratta di battere i pugni su tavoli inesistenti (come i pugni, del resto) ma di avere il coraggio, il ‘ritmo’ se volete, ma specialmente la competenza per pretendere in Europa quel salto di qualità della politica che si attende da troppo tempo. La mancanza di un centro direzionale unico e riconosciuto della politica economica impedisce decisioni coerenti e sistematiche, lascia i vari Paesi in balia dei propri egoismi e delle proprie miopie. Bisogna avere anche il coraggio di scegliere chi vuole starci davvero e finirla così nella stucchevole diatriba tra rigoristi e lassisti. Competenza, signori, competenza!

Certo, la riduzione del potere dei singoli Stati sarà notevole, ma in realtà (e anche questo mi è capitato di dirlo su queste pagine) il potere, e quindi i diritti dei popoli aumenteranno. Questa è la logica, giuridica, corretta: non esiste una perdita di sovranità, non ha senso è una contraddizione in termini, esiste, invece, un allargamento del potere del popolo. Certamente a ‘certa’ politica dire questo non conviene. Certo, questa Europa, così, quel salto non potrà farlo, e allora, mi permetto di dirlo certo di suscitare un vespaio, occorre che chi ci sta decida di starci e chi non vuole sia messo cortesemente da parte. Si può fare, si deve fare. Competenza, signori, competenza!

 

Ma bisogna mettere gli occhiali: la miopia in Europa non è meno forte di quella nazionale. In questo il parere recentissimo con cui la Corte di Giustizia europea affonda, in pratica, la unione dei due trattati europei fondamentali (quelli sulla UE e quello sui diritti dell’uomo, intendo) è la prova di una miopia perniciosa, che ormai contagia a fondo anche le istituzioni europee, anch’esse ormai una burocrazia che per lo più difende se stessa. Competenza, signori, competenza e magari un pizzico di onestà intellettuale!

Auguri, dunque, il lavoro non manca.

 

 

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