lunedì, Giugno 21

2015, le elezioni che hanno scosso l'Europa Nella maggior parte dei casi dalle urne sono usciti risultati di aperto dissenso nei confronti dell’Europa

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In ottobre si è recato al voto anche il Portogallo, colpito da una serie di scandali che hanno provocato le dimissioni del ministro dell’Interno e l’arresto dell’ex premier (socialista) Socrates. Benché si tratti di un Paese periferico, il voto lusitano, più di quello greco, ha espresso in tutta la sua portata la contraddizione tra la volontà di cambiamento di una popolazione e la necessità -imposta dall’alto- di confermare l’ordine già esistente. Nello specifico, dopo il responso delle urne il Presidente Aníbal Cavaco Silva si è rifiutato di conferire l’incarico al leader della coalizione antieuro Antonio Costa per timore di ‘destabilizzare i mercati’. La coalizione antieuro è infatti per l’uscita dalla moneta, ma anche per lo scioglimento della Nato. L’incarico è così andato in un primo momento al conservatore Pedro Passos Coelho, il cui Partito socialdemocratico (Psd) aveva vinto le elezioni di inizio ottobre conquistando però solo 89 seggi dei 230 del parlamento; insieme ai suoi alleati nella coalizione conservatrice Portugal a frente raggiungeva appena 104 deputati. Il Governo di minoranza di Passos Coelho è caduto dopo appena undici giorni, colpito dalla mancata fiducia ottenuta dai partiti di sinistra –Partito socialista (Ps), Bloco de esquerda (Blocco di sinistra) e Partito comunista– che insieme hanno la maggioranza dei deputati.
A inizio dicembre, ossia sette settimane dalle elezioni legislative del 4 ottobre e quindici giorni dalla caduta dell’esecutivo di minoranza, il compito di formare un Governo è andato a Costa, anche lui alla guida di un Governo di minoranza, ma che in parlamento avrà l’appoggio delle altre due formazioni di sinistra. Un esecutivo sostenuto da un’impalcatura politica instabile e che per questo dovrà affrontare complicati equilibrismi.

Hanno avuto più attenzione le elezioni celebrate nella vicina Spagna, dove l’unico risultato certo è stata la sconfitta del bipartitismo. Il Pp (Partido Popular), il partito conservatore attualmente al Governo con Mariano Rajoy, ha ottenuto 123 seggi ma senza raggiungere la maggioranza assoluta, fissata a 176. Lo seguono il Psoe (Partido Socialista Obrero Español) di centro-sinistra con 90 seggi, Podemos, una delle novità di queste elezioni, con 69 e Ciudadanos, il nuovo movimento di centro, con 40. Unidad Popular-Izquierda Unida, invece, conquista solo due seggi, mentre nel 2011, senza la presenza di Podemos e Ciudadanos, ne aveva 11. Il Pp dovrà affrontare un compito difficile e insolito all’interno della politica spagnola: trovare una maggioranza per formare un Governo stabile. Una possibile coalizione fra Pp e Ciudadanos, vicini politicamente, infatti, non basta a raggiungere la metà dei seggi. Solo un’alleanza a tre o a più partiti potrebbe permettere di raggiungere la maggioranza assoluta. Questo scenario appare completamente nuovo agli spagnoli, da sempre abituati all’alternanza tra Pp e Psoe. Solamente quattro anni fa, infatti, il Pp raggiungeva la maggioranza assoluta con ben 186 seggi sui 350 della Camera dei Deputati. Il Psoe lo seguiva a 76 seggi di distanza. Tuttavia, è solo con le elezioni di ieri che il partito socialista, capeggiato da Pedro Sanchez, ha raggiunto il suo minimo storico. A stravolgere il sistema bipartitista spagnolo è stata l’entrata in scena di due nuovi partiti: Podemos e Ciudadanos. Il primo -Podemos- nasce come conseguenza del movimento del 15M, i famosi indignados del 2011. Podemos e il suo giovane leader, Pablo Iglesias, hanno spiazzato completamente tutti i pronostici ottenendo 5 seggi nelle elezioni europee del maggio del 2014. Definita ‘sinistra radicale’ dagli avversari e in forte rottura con i partiti tradizionali, la ‘formazione viola’ irrompe nel Parlamento spagnolo in alleanza con altri partiti regionali come En Marea Podemos (Galizia), En Comú Podem (Catalogna) y Compromís-Podem (Comunità Valenciana). Ciudadanos, invece, nasce nel 2006 nella regione della Catalogna, come alternativa ai partiti indipendentisti, e poi si estende a macchia d’olio per tutto il Paese, raggiungendo ottimi risultati nelle elezioni regionali di quest’anno. Nonostante le aspettative, però, Ciudadanos, che inizialmente per alcuni sondaggi poteva addirittura arrivare al secondo posto, si è fermato al quarto. Il suo leader e candidato, Albert Rivera, ha perso per ora l’opportunità di essere l’ago della bilancia del prossimo governo.

I risultati delle elezioni generali spagnole sono stati considerati da molti come il segno dell’inizio di una ‘seconda transizione’, dopo quella che traghettò gli spagnoli nella democrazia, dalla morte del dittatore Francisco Franco nel 1975 all’approvazione della Costituzione nel 1978. Il risultato delle elezioni, infatti, viene interpretato principalmente come un chiaro segnale del rinnovamento politico richiesto dai cittadini, a causa della corruzione politica e degli ingenti sforzi richiesti per superare la crisi. Rimane il fatto che la formazione di un esecutivo è ancora lontana. Il futuro Governo avrà come data limite il 13 gennaio, giorno in cui dovranno costituirsi le Camere. Durante i giorni scorsi i vari partiti non hanno dato nessun tipo d’indizio sulle possibili coalizioni, nonostante chiaramente nessuna formazione avrebbe raggiunto la maggioranza assoluta. La reazione, invece, è stata quella di negare assolutamente ogni possibile coalizione. Quel che è certo è che i partiti dovranno assolutamente trovare un accordo per poter dare stabilità al Paese.

In tutti i casi, il dato saliente è alla vecchia contrapposizione tra destra e sinistra, oggi sempre meno nitida, se n’è aggiunta un’altra, sempre più evidente, fra chi ancora si riconosce nel progetto europeo e chi vorrebbe invece archiviarlo. Il segno più riconoscibile del cambiamento sono i nuovi partiti anti-europei di massa: Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, il Front National in Francia e il Blocco di sinistra in Portogallo. Questo significa che, ormai, i sistemi politici europei si stanno avviando sulla strada del tri- o quadripolarismo, dove nuove istanze -spesso superficialmente bollate come ‘antipolitica’- erodono sempre di più i margini dei poli tradizionali della destra e della sinistra, nei quali peraltro l’ostilità nei confronti delle istituzioni europee è un sentimento abbastanza diffuso.

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