lunedì, Giugno 21

2015, le elezioni che hanno scosso l'Europa Nella maggior parte dei casi dalle urne sono usciti risultati di aperto dissenso nei confronti dell’Europa

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Il 7 maggio si è votato nel Regno Unito, con la schiacciante vittoria dei conservatori del premier David Cameron. Nonostante i sondaggi avessero annunciato una frantumazione del voto e uno scenario confuso, il suo partito è riuscito ad aggiudicarsi la maggioranza assoluta dei seggi (326-329 su 650). Una vittoria che richiama alla mente i trionfi ripetuti e travolgenti di Margareth Thatcher nella stagione d’oro della Lady di Ferro. Parlando davanti alla residenza di Downing Street, all’apertura del suo secondo mandato, Cameron ha ribadito che il referendum sulla permanenza o l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea si terrà. La sconfitta delle opposizioni è stata così netta da provocare le dimissioni dei leader dei principali partiti sfidanti: I Laburisti sono crollati a quota 232 parlamentari (ne avevano 258) e il leader Ed Miliband, dopo un bruttissimo risveglio, ha annunciato le dimissioni. Il partito in Scozia è stato spolpato dai nazionalisti e nel resto del Paese non ha guadagnato quanto sperava e quanto gli facevano sognare i sondaggi. Dopo cinque anni di opposizione, il Labour è inchiodato al 30,5%. Non va meglio agli altri. I Liberaldemocratici, che erano alleati dei Tory, sono annientati: avevano 57 deputati, ne salvano otto. Una Waterloo senza precedenti. Nick Clegg, il capo dei LibDem, si è dimesso come Miliband e la stessa cosa ha fatto Nigel Farage, il trascinatore dell’Ukip. Ha ottenuto un solo seggio, ha perso nel suo collegio, ne ha tratto le conseguenze. Lo Scottish National Party ha portato a casa 56 seggi: il successo è enorme ma non servirà a molto. La contemporanea disfatta di Miliband toglie agli scozzesi la possibilità di condizionare un possibile governo guidato dai Laburisti. Tuttavia gli indipendentisti scozzesi, dopo il referendum perso nello scorso settembre, ottengono una rivincita storica: conquistano praticamente tutti i collegi in palio tra Glasgow e Isole Orcadi nell’estremo Nord. Un altro aspetto da sottolineare è che l’ultimo voto ha riportato alla ribalta il problema della riforma elettorale nel Paese. Il Partito indipendentista del Regno Unito, l’UKIP, ha ottenuto il 12,6% delle preferenze nazionali (3.881.099 voti), mentre i Liberal Democratici il 7,9% (2.415.862). Tuttavia questo risultato non si è rispecchiato nella composizione finale della Camera: l’UKIP ha ottenuto un solo seggio mentre i Liberal Democratici otto.

Molto attese sono state anche le elezioni in Francia, dove l’euroscettica Marine Le Pen ha avuto buon gioco a trasformare in voti la paura dell’immigrazione e lo sgomento nazionale provocato dalle stragi di Charlie Hebdo e del 13 novembre. Con i socialisti del presidente Francois Hollande in caduta libera, sia le elezioni dipartimentali di marzo che quelle regionali di dicembre sono state di fatto una partita tra il Front National di Le Pen e l’Ump dell’ex presidente Nicolas Sarkozy. Tuttavia, in entrambe le consultazioni il ‘pericolo estremista’ agitato dai repubblicani ha fatto sì che l’ago della bilancia pendesse a loro favore. Il voto di marzo ha registrato sì una netta crescita del Fn, che oggi può contare su una trentina di consiglieri in tutta la Francia contro uno soltanto in precedenza, ma non governa in nessuna provincia (nonostante ci sperasse) mentre l’Ump ne amministra quasi settanta su 101 totali. Stesso copione nelle regionali di dicembre: Marine Le Pen e sua nipote Marion non hanno conquistato nessuna regione francese. La destra moderata di Nicolas Sarkozy ha vinto in sette regioni, i socialisti del Presidente Francois Hollande se ne sono aggiudicate cinque, mentre i nazionalisti si sono affermati in Corsica. Complice della sconfitta del movimento neofascista soprattutto le strategie politiche dei socialisti. Alcuni si sono ritirarti dalla corsa, mentre altri hanno lasciato la lista ma hanno fatto votare per il candidato di centro-destra. Così è accaduto in Alsazia, dove Jean-Pierre Masseret è arrivato ultimo ma ha regalato venti punti in più al collega. La destra di Sarkozy, dunque, festeggia, ma non convince ed appare ancora molto spaccata. In fin dei conti, nonostante le amare considerazioni del post primo turno, i silenzi di Hollande e le cupe previsioni, è stato proprio il partito socialista ad avere la meglio: non tanto per i numeri, quanto per l’immagine che ha dato di sé agli elettori, dimostrandosi unita e battagliera.

Dopo la sconfitta del Front National, non è solo la Francia a tirare un sospiro di sollievo. Anche l’Unione Europea, che dopo il primo turno si era trincerata dietro a un ‘no comment’, ha silenziosamente ringraziato per aver arginato la marea nera delle Le Pen, la cui vittoria avrebbe scombussolato gli equilibri. L’imposizione del movimento antieruopista in Francia, infatti, avrebbe dato coraggio al movimento latente, che pur abita tra gli scranni di Bruxelles, e che aveva già gioito per il risultato delle elezioni in Polonia che l’hanno consegnata nelle mani dei nazionalisti di Kaczynski.

In Polonia, infatti, il 2015 è stato l’anno del prepotente ritorno dei populisti di Diritto e Giustizia, al potere nel 2005-2007 e guidati dall’ex premier Jaroslaw Kaczynski. Un partito che ha trionfato al voto due volte: dapprima nelle presidenziali di maggio, che hanno consacrato l’elezione di Andrej Duda, e in seguito nelle politiche di novembre, quando il PiS ha conquistato la maggioranza in parlamento e aperto la strada al governo di Beata Szydlo. E l’artefice di entrambe le vittorie è stato sempre lui, Jaroslaw Kaczynski, fratello di Lech, ex presidente e fondatore del partito, tragicamente deceduto nell’incidente aereo di Smolensk del 2010. Per ragioni di strategia, fino all’ultimo Kaczynksi è rimasto dietro le quinte, ma è sua la regia dietro la campagna elettorale della candidata Szydlo, come già in primavera per quella del vincitore delle presidenziali, Duda. Conosciuto per le sue inclinazioni demagogiche e nazionaliste, vorrebbe procedere a riforme sul modello ungherese di Viktor Orban, con evidente preoccupazione per Bruxelles. Le prime settimane del nuovo Governo in carica stanno infatti evidenziando una tendenza autoritaria già mostrata dal partito al potere, protagonista negli ultimi giorni dell’anno di una crisi costituzionale che nello scorso fine settimana ha portato nelle piazze delle principali città del Paese decine di migliaia di manifestanti.

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