lunedì, Maggio 10

2015, le elezioni che hanno scosso l'Europa Nella maggior parte dei casi dalle urne sono usciti risultati di aperto dissenso nei confronti dell’Europa

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Nel 2015 l’Europa è stata attraversata da un vento impetuoso, quello delle elezioni. Sono stati in tutto dieci i Paesi chiamati alle urne sia per consultazioni legislative che locali, con alcuni risultati che hanno avuto conseguenze anche sulla tenuta delle istituzioni europee. Il motivo è semplice: nella maggior parte dei casi dalle urne sono emersi risultati di aperto dissenso nei confronti dell’Unione e della moneta unica e questo ha comportato una sorta di cambio dell’umore continentale. A queste si aggiungono le consultazioni svoltesi in un Paese marginalmente europeo, la Turchia, e contrassegnate da episodi oscuri che richiamano alla memoria un clima buio da strategia della tensione.

Il primo Stato a recarsi alle urne è stato la Grecia, che domenica 25 gennaio ha consacrato la vittoria di Syriza, guidata da Alexis Tsipras. Il quarantenne leader ha ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo dopo aver raccolto il 36,34% delle preferenze, quasi il 10% in più rispetto alle precedenti elezioni politiche del 2012, distaccando Nea Dimokratia, il partito di centro destra del premier uscente Antonis Samaras, di oltre 11 punti percentuali. Nonostante l’ottimo risultato ottenuto, Syriza non ha raggiunto la maggioranza assoluta, di 151 seggi, in Parlamento, e ha dovuto formare un Governo di coalizione con il partito degli indipendentisti greci (Anel). Il programma elettorale di Tsipras non prevedeva l’uscita dall’euro, ma una rinegoziazione del debito che soffoca l’economia del Paese. Coadiuvato -fino al referendum di luglio- dall’eccentrico Ministro dell’Economia Yanis Varoufakis, il premier greco ha portato le richieste greche sui tavoli di Bruxelles, mettendo sì la politica comunitaria sotto pressione, ma senza ottenere risultati concreti. La svolta è avvenuta in luglio, quando Tsipras ha deciso di indire un referendum per chiedere al popolo se accettare le dure condizioni di salvataggio imposte dall’Europa. La maggior parte dei partner europei, così come i partiti di opposizione greci, ha presentato il referendum in Grecia come una scelta tra euro e l’Europa e il Grexit. Questo non era vero. Il dilemma che è stato posto al popolo greco da parte del Governo riguardava i termini di un accordo con i partner europei. A dire il vero, è stato chiesto di dire sì o no alla proposta che è stata avanzata da parte delle istituzioni europee il 25 giugno,sotto forma di un ultimatum mascherato (prendere o lasciare). Questa proposta non era accettabile per la Grecia, dal momento che questo non ha risposto alla necessità vitale di tre preoccupazioni molto importanti: 1) coprire le esigenze di liquidità del Paese ed evitare nuove misure di tipo recessionistico; 2) offerta di una prospettiva di sviluppo; 3) affrontare, nell’ambito di una soluzione globale, il problema del debito. La schiacciante vittoria del ‘no’ si è tuttavia rivelata una vittoria di Pirro: indispettiti dall’atteggiamento del Governo greco, i partner europei -Germania in primis- hanno proposto ad Atene un nuovo piano dalle condizioni ben più restrittive rispetto a quello precedentemente messo sul tavolo. Tsipras ha accettato, scatenando però le ire dell’ala più radicale del suo partito. Molti parlamentari hanno lasciato il partito, privando Syriza della maggioranza e dunque costringendo il Paese a tornare alle urne per la terza volta in un anno. Nonostante le tribolazioni estive, le elezioni del 20 settembre hanno tuttavia ribadito il primato di Syriza con il 35% dei voti, circa il 7% in più rispetto a Nuova Democrazia (28,4%), ma per il Governo Tsipras (bis) restano ancora molti i problemi da risolvere.

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