venerdì, Aprile 16

2013: Amleto, il rating e le guerre della finanza field_506ffb1d3dbe2

0

 moody's-rat-infophoto

 

Ricorderemo il 2013 come l’anno dai riflettori puntati sul volto stesso del sistema bancario, indiscusso protagonista tra dibattiti mediatici e discussioni da bar. Economia e mondo produttivo ansimano, le imprese non trovano finanziamenti. Si affacciano all’orizzonte soluzioni un po’ insolite, come i finanziamenti transfrontalieri o la produzione di denaro totalmente virtuale, svincolato dal controllo delle banche centrali e basato sugli scambi della rete Internet. Sul palcoscenico di quest’anno in chiusura non manca una coppia di attrici drammatiche: la corruzione e la mancanza di trasparenza recitano la loro parte in tutti i teatri istituzionali dell’Europa Unita perché, per dirla in modo più facile, non sono fenomeni solo italiani. Mentre cadono le maschere del denaro ‘immaginario’ – costituito da scritture contabili anziché da valori reali iniettati nel circuito produttivo – le agenzie di rating controllano gli Stati sovrani ed esercitano pesanti influenze nella vita delle persone.

Nel suo recente libro ‘Guerre della Finanza‘, il quarto di una serie dedicata alle radici storiche della crisi, l’avvocato Nicola Palmieri offre un’analisi e alcune possibili soluzioni per uscire dall’impasse. La perdita del collegamento tra il denaro e il valore reale delle riserve (da decenni non ci si riferisce all’oro, ma al dollaro americano) appare una delle motivazioni più serie della crisi attuale. Il sistema degli organismi finanziari e dell’economia, di conseguenza, si muove tra economia di mercato e economia controllata. Gli effetti sono visibili a tutti.

La prima esigenza è, dunque, uscire da una situazione che assume i toni dell’angoscia e della paura del futuro, mentre economisti, analisti e pensatori immaginano modi per cambiare le cose e le classi medio-basse di tutto il mondo ‘sviluppato’ soffrono nuove e gravi difficoltà sociali, culturali e materiali. In molti Paesi europei, non solo nella nostra penisola ‘italo-centrica’,  si ipotizza l’uscita dall’Eurozona: forse qualcuno se ne sorprenderà, ma il tema non si discute solo in lingua italiana. L’uscita dall’euro è una delle ricette anticrisi che mescolano ingredienti quali la cosiddetta ‘acrescita’, il finanziamento progettuale attraverso canali alternativi a quelli bancari (crowdfunding, microcredito),  la tendenza costante a tornare a processi di condivisione e collaborazione. Ciò che accomuna tutto ciò è la volontà di resistere al sistema bancario, se non proprio di cercare di fermarlo, come farebbe un domatore con una belva feroce.

 

TO BANK OR NOT TO BANK: DUBBI AMLETICI, RATING E CRISI FINANZIARIA

Quanto è difficile per un’impresa italiana farsi finanziare? Un bel po’, ma si cercano soluzioni, anche insolite, come quella analizzata dal Centro di studi bancari di Vezia su possibili modelli di cooperazione finanziaria italo-elvetici. Se pure le banche svizzere ipotizzano l’erogazione di prestiti alle aziende italiane, i sistemi normativi faticano a dialogare: un limite forte. Ma l’idea di ampliare le collaborazioni ‘di vicinato’ esiste e si affianca alla volontà dell’Europa che guarda all’estero e cerca nuovi mercati in America Latina e Caraibi. Questi cercano di proteggersi -grazie a specifici accordi- dagli effetti della crisi del vecchio continente. L’idea di dialogare con i latinos piace al Consiglio Europeo ma lascia in dubbio il Presidente della Commissione, Manuel Barroso, circa la compatibilità giuridica, gli equilibri di sviluppo economico, sostenibile e i sistemi delle PMI, la necessità di trasferire innovazione tecnologica, competenza tecnica e accademica in dosi massicce. Sono i tratti della notevole disomogeneità tra le aree in parola, ma quali potrebbero essere gli effetti del livellamento del mercato sulle dinamiche macrofinanziarie?

Imprevedibili, se pensiamo anche al fatto che le valutazioni delle agenzie di rating -Standard & Poor’s, Moody’s e simili- non sono certo neutrali. Lo stesso Parlamento europeo ha sollevato la questione delle regole di tali agenzie. E se pure non si trattasse di azioni dolose, come spiega il libro ‘La responsabilità civile delle agenzie di rating’ (di Luca Di Donna) non si può pensare che non sia anche colpa di queste organizzazioni private se la politica, l’economia, il fisco e la sfera pubblica dei paesi del mondo sviluppato subiscono conseguenze che si scaricano direttamente sulle tasche dei cittadini.

 

IL VALORE DEL RATING

In parte la responsabilità della crisi”, dice l’avvocato Palmieri, “è stata delle banche, degli intermediari, dei broker e delle società di rating. Il problema di queste società [americane] è che a partire dagli anni Settanta hanno cominciato ad essere pagate direttamente dagli emittenti, che in tal modo compravano la valutazione». Insomma, lasciamo che interessi privati gestiscano le nostre vite?

Rating’ significa ‘classificazione’, e indica operazioni tramite le quali si misura quanto valga un’obbligazione statale e quanto sia affidabile. Tutto ciò si lega anche al valore che riconosciamo al denaro: un tempo si riferiva alle riserve auree. Secondo una ricerca Ipsos nel mese di febbraio 2013 i dirigenti d’impresa (91%) ed i cittadini italiani in generale (85%) pensavano di poter tornare alle riserve auree per salvare l’economia.

Una bella idea, anche romantica, ma l’oro non è più quello di una volta. Se ne sono accorti nel Laos, dove l’oro ‘luccicava’. Adesso non luccica più e si diffondono monete virtuali che, così come il baratto di petrolio e altre commodities, sembra non siano solo una moda cypherpunk, ma servirebbero anche ad aggirare le liste nere internazionali. Il dollaro come valuta-rifugio si avvia insomma al crepuscolo. Un esempio lo offre il Congo, che dice addio al dollaro per allentare la dipendenza da Washington.

Siamo in un gioco le cui regole non comprendiamo fino in fondo, se pensiamo alla legge Foreign Account Tax Compliance Act. La norma, abbreviata in FATCA, azzera il segreto bancario tramite una convenzione che vincola gli Stati del mondo a comunicare al governo americano l’entità dei depositi dei cittadini all’estero e fa paura perfino alla Svizzera. Infine, quanto vale il denaro? Beh, dipende.

 

METAFISICA DI UNA MONETA SENZA MONETA

La dematerializzazione è un fenomeno sociale, che sottrae peso agli archivi cartacei con un risparmio nazionale previsto di 43 miliardi di euro l’anno. Non sono solo gli archivi a perdere materialità, ma anche i confini e le liste nere, come abbiamo già detto, anche con le monete virtuali. Sistemi per svincolarsi dal controllo centrale dello stato e delle banche, semplici strumenti per superare la crisi, forme libertarie per difendersi dai grandi poteri? Sono il terreno sul quale si svolge una guerra, ma ancora non sappiamo come andrà perché i due schieramenti contrapposti del sistema bancario e degli ‘utenti che non amano le banche’ ancora non si sono confrontati in campo aperto. Attendiamo sviluppi, vi terremo aggiornati.

 


CRISI SIGNIFICA SCELTA

La corruzione è un fenomeno molto antico: nel 66 a.c. Marco Tullio Cicerone tenne una veemente arringa contro la corruzione che già all’epoca inquinava la pubblica amministrazione. Combattiamo ancora gli stessi mali, dopo duemila anni. Forse dovremmo guardare al fenomeno della corruzione con più coraggio, affrontandolo come un male di tutta l’Europa dove rappresenta un business da 1 trilione di euro. L’importanza di restare trasparenti vale anche per la BCE alla quale è stato imputata dell’opacità al momento del recente sostegno ai bond italiani. Nessuno è immune da difetti, insomma, e non è il caso di colpevolizzarsi invano, ma dobbiamo risolvere i nostri problemi con il concetto di legalità. Bisogna poi non dimenticare i veri problemi delle persone: per esempio nel nostro Paese non esiste più la sicurezza di possedere una casa

Serge Latouche – professore emerito di Scienze Economiche all’Università di Parigi XI – e ‘padre della decrescita’ sostiene che usciremmo da molti problemi se ci fermassimo: «Basta parlare di ripresa, dobbiamo uscire dall’imperativo della crescita e rifiutare la ricerca ossessiva dello sviluppo a tutti i costi (…) Dobbiamo parlare di acrescita, come si parla di ateismo, perché si tratta di uscire dalla religione della crescita, della fede nel progresso infinito, nel culto dell’economicismo.» Secondo Latouche, la crisi è una opportunità senza la quale non sceglieremmo, finendo per «fracassarci direttamente contro il muro dei limiti del pianeta».

 


NON C’È PERCORSO, PER QUANTO LUNGO, CHE NON SIA FATTO DI SINGOLI PASSI

E allora mettiamoci per in cammino, sostenendoci a vicenda con il crowdfunding o facendo ricorso al microcredito (che aiuta anche i ‘subprime’). Se si guadagna di meno e l’Italia nel 2013 ha toccato l’occupazione minima dall’inizio della crisi, ricordiamo che i costi del lavoro restano astronomici e le imprese incontrano enormi difficoltà di finanziamento. La precarizzazione del sistema professionale inciderà sulle pensioni del futuro, come non ha mancato di farci notare l’OCSE con il report Pensions at a Glance. Secondo molti esperti la ripresa che si indovina da quest’ultimo scorcio del 2013 italiano sarà solo momentanea. Un modello alternativo sarebbe l’economia civile (teoria economica di mercato fondata sui principi di reciprocità e fraternità). Che si scelga un modello alternativo o no, di certo dobbiamo ristrutturare le imprese, non il debito del nostro Paese. Ugo Panizza, professore di Economia Internazionale al Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra, in Svizzera, sottolinea che «Il saldo primario dei conti pubblici è stato pari a zero negli ultimi 20 anni. Il grosso problema dell’italia è che non cresce. Non penso che l’Italia dovrebbe ristrutturare il debito. Dovrebbe risolvere problemi a lungo termine».

Per camminare, insomma, dobbiamo smettere di correre per seguire ‘lento pede’ i suggerimenti dell’economia collaborativa: noleggio, donazione, prestito, baratto, coabitazione e co-working si diffondono in Italia, dopo essersi sviluppati in altri Paesi di tutto il mondo.

 

FORSE SIAMO FATTI DELLA MATERIA DEI SOGNI, MA L’EUROPA SI È SVEGLIATA DI MALUMORE

Sganciarsi dall’area euro, tornando al passato, è la proposta del libro ‘La fine del sogno europeo‘, uscito a fine 2013. L’autore, François Heisbourg, afferma che sarebbe venuto il tempo di uscire dall’Eurozona per tornare alle valute locali, in attesa di elaborare una soluzione più efficace della moneta unica. L’austerity sembra aver sortito il principale effetto di fiaccare le economie del sud Europa che, dopo il sogno europeo, si stanno risvegliando alla dura realtà fatta degli effetti del rigore degli ultimi anni. Effetti oggi attaccati anche dal FMI. Tecnicamente la soluzione di ‘sospensione dall’euro’ proposta da Heisburg richiederebbe ‘solo’ una netta presa di posizione da parte di Francia e Germania. La permanenza in area euro è posta in dubbio principalmente dai cittadini del Regno Unito; qui il Partito Conservatore ha lanciato nel 2013 una bozza di proposta di legge, che ha raccolto numerosi consensi. Il prestigio della sterlina, ribadito dall’orgoglio britannico – eredità anche della ‘Iron Lady’ Margaret Thatcher (morta l’8 aprile 2013) – è molto più solida di quello dell’euro e non sono pochi i cittadini britannici che si ritengono danneggiati dall’Europa.

Londra si chiede se l’Europa sia un buon affare e restare nella moneta unica sembra più un peso che un vantaggio. Torniamo in Italia, durante la primavera, per scoprire che si sono affacciate – nel nostro mondo politico sostanzialmente filoeuropeista – ipotesi per allentare la morsa della tassazione. Si voleva riconoscere, anche se il dibattito ha condotto a effetti piuttosto confusi a tutt’oggi, il valore dei sacrifici fatti sinora. Sta di fatto che i ‘dissidenti dell’euro’ si moltiplicano anche da noi. Sulla scorta del Regno Unito, infine, anche la Repubblica Ceca sta ragionando su una possibile uscita dall’Unione europea, dopo il recente accesso del 2004. 

Concludiamo il 2013, a 30 anni dalla nascita di Internet, con l’auspicio che un po’ per volta il mondo diventi più giusto. Vi salutiamo con un breve estratto da una lunga intervista all’avvocato Nicola Walter Palmieri (trovate qui il testo completo della prima e della seconda parte) che offre una prospettiva storica e alcune possibili soluzioni per uscire dalla crisi socio economica. Soluzioni forse utopistiche, difficili da realizzare, ma di certo molto interessanti. 

7 idee per uscire dalla crisi (estratte ‘Guerre della finanza‘)

1. Bisognerebbe creare nuove banche, le banche dell’uomo normale‘, semplici agenti dei cittadini, che non potrebbero rischiare il loro denaro: i depositi non rischierebbero nulla, mentre le banche d’affari e di investimento, garantirebbero il normale sostentamento del sistema economico.
2. Le banche commerciali non dovrebbero essere sostenute dallo Stato e dovrebbero operare nel mercato come imprese normali, su regole meritocratiche.
3. Le società di rating vanno abolite, con il valore attualmente riconosciuto alle loro classificazioni.
4. I fondi pensione vanno coperti con accantonamenti reali che coprano prudenzialmente le future pensioni.
5. Gli operatori finanziari dovrebbero essere obbligati a costituire fondi di sicurezza.
6. L’economia di mercato deve orientarsi a regole meritocratiche. 
7. Denaro immaginario’: bisogna vietare le operazioni di denaro che non siano strettamente collegate a un valore reale e vietare al contempo le oscillazioni artificiose dei tassi di interesse operate dalle banche centrali. 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->