giovedì, Maggio 6

Bari, la ‘Pearl Harbor’ italiana

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Iprite costa adriatica

 

Nero su bianco, immagine sbiadite, piccole parentesi di luce nelle tenebre. Sono quelle storie che sfuggono tra i banchi di scuola ma che ritornano alla memoria grazie alla passione di ricercatori indipendenti, esploratori di un passato che non può rimanere ancorato al silenzio, testimoni di un’omertà fatta storia. Lo sanno bene i pescatori di Molfetta, il comune più popoloso a Nord di Bari, una città così contaminata dai retaggi della storia da subirne ancor oggi le conseguenze. Umili lavoratori che, a distanza di più di settant’anni, continuano a subire gli effetti della contaminazione causata dall’iprite, arma chimica largamente usata durante la prima guerra mondiale.

Conosciuta anche come ‘mostarda’ per via del suo odore che ricorda tanto quello dell’aglio o del senape, questo liquido di color bruno-giallognolo è un vescicante che agisce immediatamente a contatto con la pelle causando gravissimi problemi all’apparato respiratorio, agli organi interni, fino a provocare la morte del soggetto contaminato. A causa dei suoi effetti, i pescatori di Molfetta che ancor oggi, durante le operazioni di pesca, vengono a contatto con questa sostanza contenuta in vecchi ordigni rimasti inesplosi e abbandonati tra i fondi marini, sono costretti ad aspettare almeno cinque settimane prima di riprendere il loro lavoro. Ulcere ed ustioni di cui, nonostante tutto, ne vengono ancora taciute le cause: «Abbiamo fatto diverse volte le analisi del sangue per capire meglio le cause delle ustioni ma non abbiamo mai ricevuto nulla», ribadiva l’anno scorso un pescatore intervistato da Donato Placido su Rai 2.

Ripercorrendo molti passi indietro nella storia, si ricorda come Molfetta fu uno dei posti prescelti tra i mari dell’Adriatico per l’affondamento di migliaia di bombe caricate da iprite negli anni che seguirono i più grandi conflitti mondiali. Secondo dati ufficiali, sono stati almeno 232 i pescatori contaminati e di questi, cinque quelli morti per via di tali effetti. Così a Molfetta un cartellone consumato dal tempo e malandato come il mistero che cela ancora nei suoi mari, indica tristemente il divieto di balneazione.

LA VICENDA STORICA

Era il 2 Dicembre 1943. A Bari, città che allora contava circa 200.000 abitanti, stava per consumarsi uno tra i più grandi momenti bui della nostra storia. Erano i tempi dello sbarco alleato, di un Paese che aveva dimenticato il fascismo ma che adesso veniva conteso tra Nord e Sud da potenze opposte. Gli anglo-americani, a seguito dello sbarco di Taranto avvenuto nel Settembre dello stesso anno, avevano così conquistato il porto di Bari, facendone una tra le più importanti fonti di approvvigionamento per le truppe militari: ogni giorno migliaia di tonnellate di merci, tra cui rifornimenti bellici e alimenti di prima necessità, giungevano al porto indirizzati al Quartier Generale della 15th Air Force americana. Vicina all’aeroporto di Foggia, a quel tempo principale base dei bombardieri americani, Bari si trovava quindi in una posizione altamente strategica per realizzare determinate missioni. Prima tra queste, quella di eliminare i bersagli nemici individuati soprattutto nei Balcani.

Già da tempo però i tedeschi inviavano i loro piloti a compiere voli di perlustrazione soprattutto sul fronte sud della penisola italiana. Perfino i cieli di Bari si videro attraversare da veicoli tedeschi apparentemente innocui, sottovalutati dalla stessa contraerea inglese che sembrò non accorgersi di nulla. Ad aiutare la missione tedesca anche notevoli superficialità di cui gli americani sembravano non curarsi: da un lato l’assenza totale di ogni tipo di precauzione che potesse oscurare il porto, così da renderlo meno visibile al nemico, dall’altro addirittura l’uso di illuminazioni così potenti da abbagliare ogni angolo del porto anche durante tutta la notte. Nessuna preoccupazione tormentava così Sir Athur Coningham, Vice Maresciallo delle forze britanniche, che poche ore prima che a Bari i verificasse l’inferno, tenne una conferenza nella quale si bocciava ogni tipo di possibilità di attacco tedesco per via della ‘piccola’ Luftwaffe.

Almeno 40 le navi che quel pomeriggio costeggiavano il porto; tra queste le famose ‘Liberty ship’, modello di navi da trasporto unificate che entrarono in servizio già nel 1942. Così strette da toccarsi quasi le une con le altre, le navi alleate dovevano ufficialmente contenere nelle loro stive solo carburanti, armi, cibo. Solo in pochissimi erano invece a conoscenza del contenuto mortale che alcune di queste, in particolare la famosa “SS John Harvey”, trasportava a bordo: precisamente almeno duemila tonnellate di iprite Levistein H, di tipo recente, erano caricati all’interno della sua stiva. Data la segretezza del suo carico, qualsiasi tipo di trattamento speciale (quindi anche lo stesso allontanamento dalle altre) avrebbe insospettito chiunque; si preferì così lasciarla al centro dell’imminente pericolo.

Erano le 19.25. Il sole era già scomparso dai cieli di Bari ma il suo porto, così illuminato da stupire perfino i ‘paesani’, non conosceva tenebre. Nel bel mezzo delle consuete operazioni di scarico, improvvisamente le sirene dell’allarme aereo annunciarono minacciose un pericolo per pochi minuti ancora sconosciuto. Poi fu il caos. 105 aerei tedeschi invasero i cieli di Bari distraendo la contraerea britannica con una nuova tecnica militare attuata grazie al Duppel, arma composta da strisce di carte stagnola che, lanciati nel cielo, creavano bersagli finti. Cominciarono le prime esplosioni. Le navi venivano colpite una dietro l’altra e lo scoppio di una provocava quello della vicina. Poi, mentre l’equipaggio della John Harvey cercava di far di tutto per salvaguardarla dal pericolo, senza alcun presagio, un’enorme esplosione colpì l’intero porto provocando una gigantesca massa di fuoco a forma di fungo. Le reazioni di chi si ritrovò ad assistere a quel tragico episodio furono terribili. Affondarono ben 17 navi nella ‘Pearl Harbor’ italiana, ma quello fu solo l’inizio di ciò che, ancor oggi, evoca immenso dolore nell’animo di chi è chiamato a testimoniare l’accaduto.

Numerosi furono i soldati morti sul colpo, ben 617 gli intossicati che invece avrebbero trovato la morte proprio in ospedale ed altrettanti i civili che la storia dimenticò. Nemmeno uno tra i medici era a conoscenza della causa di quelle strane reazioni: morti improvvise, corpi pieni di vesciche, bolle, irritazioni aggravate dal fatto che nessuno, ignaro dell’esistenza dell’iprite, pensò a spogliare i pazienti da quegli indumenti inzuppati. Fu ordinato di fare silenzio, di tacere pur a costo di provocare altre morti. Perché tanta segretezza? Cosa sarebbe successo se gli inglesi avessero saputo dell’uso di armi chimiche da parte degli alleati?

Secondo il Dott. Fabrizio Francaviglia, storico ed autore del libro ‘La breccia nella Festung Europa, Sicilia 1943’, “fu proprio Winston Churchill ad ordinare che, nei rapporti britannici dei medici del 98° ospedale generale britannico e di tutti gli ufficiali britannici, fosse omesso qualunque riferimento all’iprite e che i decessi fossero classificati come dovuti ‘ad ustioni per causa di azione nemica’. La pervicacia con la quale poi è stato mantenuto il segreto fino al 1967 dimostra che l’affare era anche più sporco di quanto non si potesse pensare. Pertanto nè gli inglesi nè gli americani avevano alcun interesse a verificare fino in fondo i fatti di Bari e tanto meno a renderli pubblici. Infatti solo nel marzo del 1944 il Comando alleato ammise di avere in Italia scorte di armi chimiche ma il cui stoccaggio era solo ‘a scopo precauzionale’ nel caso i tedeschi le avessero usate. E solo nel 1986 il governo britannico ha ammesso i fatti di Bari, modificando anche le provvidenze concesse ai feriti superstiti dell’attacco”.

L’uso delle armi chimiche era stato fortemente vietato dalla Convenzione di Ginevra del 17 Giugno 1925 che ne proibiva altresì l’immagazzinaggio al fine della loro completa distruzione. Per arma chimica si intese “qualsiasi contenuto chimico il quale, attraverso la sua azione chimica sui processi vitali, può causare la morte, l’incapacità temporanea”. Per questo, la segretezza fu giustificata dal semplice fatto che, se i tedeschi avessero saputo dell’uso di iprite da parte dei nemici, avrebbero forse studiato la loro rivalsa, scombinando i progetti che gli Usa si accingevamo a realizzare con lo sbarco in Normandia.

Anche se i tedeschi avessero usato il oro potenti e nuovissimi agenti nervini, come il Tabun, non avrebbero potuto causare alle truppe alleate più perdite di quanto queste ne subirono nella cosiddetta guerra convenzionale. In ogni caso la potenza aerea alleata,oltre 7000 aerei nel Mediterraneo contro non più di 1000, garantiva che le eventuali ritorsioni sarebbero state di entità tale da peggiorare semmai la situazione tedesca”, ci spiega Francaviglia, “Notoriamente, nella storia, la definizione ‘crimini di guerra’ si attaglia solo ai fatti commessi dallo sconfitto mentre quelli commessi dal vincitore diventano ‘danni collaterali’ o ‘comprensibile atto di rivalsa’ ma mai crimini di guerra. A titolo di esempio ricordiamo che, mentre bombardare Guernica con 300 tonnellate di bombe a Norimberga costituì capo d’accusa di ‘crimine di guerra’, il bombardamento di Amburgo, ed ancor più quello di Dresda del 2 febbraio 45 sono stati ritenuti atti legittimi di guerra. Potremmo poi parlare dell’affondamento del laconia, durante il quale furono commesse ogni genere di atrocità verso i prigionieri italiani”.

ARMI CHIMICHE: IERI COME OGGI

Di armi chimiche purtroppo non se ne parla soltanto nei libri di storia. Di recente, infatti, il termine ha occupato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo per il presunto uso di tali armi da parte del presidente siriano Bashar Al Assad contro la sua popolazione (poi smentito). La storia racconta ma non sempre insegna. Oggi le armi chimiche rappresentano di fatti una fonte di minaccia o un motivo di ricatto tra gli stessi Paesi nonostante numerosi Trattati internazionali ne ordinino perfino la distruzione.

Le armi chimiche sono state utilizzate essenzialmente durante la Prima Guerra Mondiale”, ci spiega il Prof. Ferruccio Trifirò, professore emerito dell’Alma Mater ed unico esperto italiano nel comitato scientifico dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) che ha recentemente ottenuto il Premio Nobel, “Oggi sono solo in sei i Paesi che non hanno firmato la convenzione: Israele, Egitto, Sudan del Sud, Angola, Corea del Nord, Myanmar. Ormai l’80 % delle armi chimiche nel mondo sono state distrutte, quindi ciò non è più un grosso pericolo come lo era un tempo. Attraverso l’OPCW non solo vengono effettuati controlli per la distruzione di ogni tipo di arma chimica ma anche per le possibili modalità di produzione illecita. Anche l’Onu in questo campo gioca un ruolo sicuramente importantissimo”.

Dal punto di vista etico, secondo l’esperto “uccidere con le armi chimiche o con gli esplosivi è sempre la stessa cosa, lo stesso tragico fenomeno. Perché dunque i Paesi hanno accettato di eliminare le armi chimiche ma non gli esplosivi? Le armi chimiche costano molto meno degli esplosivi ma possono diffondere i loro effetti molto più rapidamente tra le popolazioni, possono protrarsi anche nel corso degli anni causando danni e morte anche alle future generazioni”

A settant’anni dall’attacco i pescatori ci raccontano i danni, permanenti, causati dall’iprite

La tragedia, consumatasi circa settant’anni fa, continua a mietere vittime. I danni causati dall’iprite, sostanza chimica contenuta negli esplosivi presente in gran quantità nei fondali marini della costa, ostacolano la vita dei pescatori. Ustioni, ulcere, danni all’apparato respiratorio, sono le avvisaglie di una presunta contaminazione, spesso incurabile.

 

 

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