lunedì, Luglio 26

L’esternalizzazione aziendale del terrorismo

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Martedì 14 marzo, presso la Camera dei Deputati a Palazzo Montecitorio, gli esperti sicurezza e terrorismo, politici, giornalisti ed esponenti di quella società civile proattiva e responsabile si sono incontrati per discutere di ‘nuovi fenomeni del radicalismo armato, l’uso del web e le strategie di contrasto’. Presenti, in qualità di relatori Stefano Dambruoso, questore della Camera, Andrea Manciulli, presidente della delegazione parlamentare presso l’assemblea parlamentare della Nato, Claudio Bertolotti, analista strategico ITSTIME (Italian team for security, terroristic issues & managing emergencies), Alessandro Minuto Rizzo e Matteo Bressan, rispettivamente presidente e analista del Nato defense college foundation, Rosario Simone, scrittore, Domitilla Savignoni, giornalista, moderati da Francesco De Leo, giornalista di Radio Radicale e responsabile della rubrica SpazioTransnazionale.

Molti gli elementi analizzati ed illustrati a un pubblico composto da rappresentanti di tutte le istituzioni dei comparti Difesa, Sicurezza, intelligence, ma anche accademici, professionisti e, in particolare, giovani studenti universitari ai quali l’On. Dambruoso ha voluto dedicare l’introduzione del suo intervento. Significative le premesse illustrate nel corso della discussione.

La prima è che il terrorismo con cui ci interfacciamo è una manifestazione di violenza che affonda le sue radici in un radicalismo religioso; e se il radicalismo è la causa del terrorismo, una strategia di contrasto di ampio respiro deve prima concentrarsi su questo.

La seconda è che quello che oggi chiamiamo terrorismo è un fenomeno in evoluzione caratterizzato da una componente insurrezionale militarizzata esportabile, con capacità tattiche e operative, che ci induce a usare la definizione di ‘nuovo Terrorismo Insurrezionale‘, indipendentemente dai numeri espressi.

La terza, infine, è che l’ISIS è una realtà che da minaccia territoriale definita, il proto-stato tra Siria e Iraq, si è imposto come fenomeno sociale in grado di alimentare il radicalismo e la sua manifestazione violenta del terrorismo.

Lo Stato islamico, l’ISIS, si è imposto come manifestazione di violenza, ma anche come soggetto politico, partendo dall’Iraq nella seconda metà degli anni 2000, per poi arrivare in Siria e da qui, attraverso affiliazioni dettate dall’opportunità con gruppi insurrezionali o jihadisti locali, si è imposto in Nord Africa, in particolare la Libia (ma anche aree dell’Algeria e della Tunisia), fino all’Asia meridionale in un già martoriato Afghanistan dove oggi l’ISIS è riuscito ad imporsi come attore della guerra molto pericoloso.

E parliamo di un successo sul campo di battaglia che è stato sapientemente amplificato attraverso un processo comunicativo e mediatico molto ben strutturato: un processo che parallelamente al campo di battaglia ha saputo conquistare spazi notevoli, in particolare attraverso l’uso efficace dei social-network e del Web più in generale. Un processo che si è sviluppato su 4 fasi di un approccio di tipo ‘aziendale’ alla violenza.

Lo Stato islamico si è così manifestato nella sua prima fase come minaccia concreta, territoriale e armata, che si impone oggi come fenomeno sociale frutto di una strategia di successo che guarda al mondo come a un mercato sul quale imporre la propria ideologia rappresentata da un marchio tanto semplice quanto terrificante. Dapprima attraverso un’efficace azione di marketing che, dal 2006 in Iraq, è arrivato in Siria nel 2011, e si è imposto mediaticamente dal 2014 con l’annuncio del califfato da parte di Ibrahim Abu Bakr al-Baghdadi.

Il risultato è stata un’imposizione mediatica abile ed efficace che, in un confronto interno alla galassia jihadista, ha portato all’imposizione del premium brand, l’etichetta ‘Stato Islamico’, su tutte le altre; inducendo, paradossalmente e come reazione necessaria alla sua sopravvivenza, a una rivitalizzazione della stessa al-Qa’ida, preoccupata del terreno perso a favore dell’ISIS. È in questa fase (2014-2015) che migliaia di volontari stranieri hanno risposto alla chiamata delCaliffo”: si parla di giovani e meno giovani, uomini in maggioranza, ma anche donne, adolescenti e bambini al seguito dei genitori (un totale stimato di oltre 30.000, di cui 4.000 dalla UE, e circa 1.500 bambini).

La fase successiva ha visto l’ISIS espandersi a macchia di leopardo in tutto l’arco del grande-medioriente, dalla Libia all’Afghanistan, con proprie succursali, autonome, formate da gruppi jihadisti e insurrezionali locali. Lo ha fatto con il metodo del franchising, forte dei successi sul campo di battaglia ma ancor di più della grande capacità mediatica e comunicativa di tipo occidentale.

Ma l’offensiva della coalizione internazionale da una parte, le forze irachene e l’asse russo-siriano dall’altra hanno fortemente ridimensionato l’entità territoriale, statuale, finanziaria dell’ISIS e anche la possibilità di accesso dei foreign fighter volontari. E questo ha rappresentato un problema esistenziale per l’ISIS stesso che, a corto di finanze, con un limitato territorio sotto il proprio controllo, ridotte capacità di accesso per i volontari FF, ha optato per un cambio di strategia da tempo pianificato e aperto alla quarta fase: l’outsourcing, l’esternalizzazione della violenza del terrorismo a gruppi, a singoli chiamati ad agire nei propri paesi di residenza, soggetti che sarebbero partiti per unirsi all’ISIS ma non hanno potuto, e altri che, pur non avendo intenzione di andare in Siria, agiscono come ‘armi di prossimità’. Sono i ‘lupi solitari’, i ‘self-starters’, radicalizzati in ambienti a rischio, come le carceri o luoghi di aggregazione illegali, o auto-radicalizzati attraverso il Web; spesso di seconda o terza generazione, o convertiti all’Islam, ma anche soggetti riconducibili a flussi migratori come Anis Amri e l’attacco a Berlino suggeriscono.

Ecco, attraverso queste quattro fasi lo Stato Islamico si è imposto come minaccia significativa, certamente più sul piano della percezione che non su quello sostanziale. Ma scopo del terrorismo è proprio quello di creare terrore diffuso, con azioni concrete o anche solo attraverso la minaccia. È quello che sta avvenendo.

Sta ora alla politica, accompagnata e sostenuta da una società civile proattiva e uno strumento intelligence all’avanguardia, intercettare i segnali del radicalismo, annullandone l’ideologia violenta e fondamentalista come punto di riferimento, sostituendosi ad essa come alternativa positiva andando a recidere quell’insidioso fil rouge che unisce le radici del radicalismo alla violenza del terrorismo.

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