martedì, Ottobre 26

150 anni di foto Alinari e di storia italiana finalmente in salvo La Regione Toscana recupera un immenso patrimonio consistente in 5 milioni di pezzi. Il Presidente della Fondazione Giorio van Straten lancia l’idea del Museo della fotografia intesa come linguaggio della modernità

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In questi tempi di crisi pandemica ed economica, di chiusure di attività d’ogni tipo, il salvataggio ed il conseguente rilancio di una grande impresa che è anche un fiore all’occhiello della tecnica applicata alla cultura, all’arte, al paesaggio, all’esperienza umana, è senz’altro un evento da salutare con calore e speranza. L’impresa è quella avviata nel lontano 1852 a Firenze dai Fratelli Alinari. Uno dei nomi più noti al mondo nella storia della fotografia. Dagli anni Venti in poi la proprietà era passata di diverse mani e negli ultimi tempi la situazione era precipitata al punto che l’immenso e prezioso patrimonio fotografico archivistico- e meccanico consistente in 5 milioni di prezzi – si disperdesse irreparabilmente, con le conseguenze sul piano lavorativo che è facile immaginare.

Ebbene, il salvataggio è avvenuto nel luglio dello scorso anno, da parte della Regione Toscana, che ha creato la Fondazione Alinari per la fotografia (FAF), la cui finalità è la conservazione del patrimonio acquisito ma anche la diffusione della cultura della fotografia attraverso l’attività di educazione e formazione, di studio di ricerca e di restauro, che può avvenire attraverso la creazione di un Museo della Fotografia. L’atto di rifondazione è stato siglato nel luglio 2020 e a metà del mese scorso, è stato pubblicamente presentato il Progetto che segna l’inizio di una nuova vita per il patrimonio Alinari, la cui sede è a Villa Fabbricotti, immersa in un parco all’interno della città, vicino al Museo Stibbert, agevole da raggiungersi. Certo, la sede non è ancora pronta, sono iniziati i lavori per accogliere gli uffici e l’ampia documentazione Alinari ( che si trova in caveau) ma il dado è tratto.

Chi erano gli Alinari e che eredità hanno lasciato? I meno giovani ricorderanno la grande Mostra promossa nel 1977 dal Comune di Firenze (assessore alla cultura Franco Camarlinghi), al Forte di Belvedere, una Mostra straordinaria, unica nel suo genere, nel corso della quale i tanti visitatori poterono ammirare, più o meno divertiti, le tante foto esposte che raccontavano la storia d’Italia dal 1852 in poi, attraverso la fotografia.

 

Foto che ritraevano personaggi storici come Vittorio Emanuele II e la ‘bella Rosina’, sua moglie morganatica, Giuseppe Garibaldi, Federico di Prussia, gli stessi Fratelli Alinari, e molti altri, visioni di città italiane (Milano, Napoli, Roma, Venezia) e di quella ‘Firenze scomparsa’ sotto i colpi delle ruspe (come il ghetto ebraico nel cuore della città, restituito pomposamente a nuova vita dall’attuale Piazza della Repubblica, eredità pesante (dal punto di vista delle finanze comunali) insieme alle trasformazioni urbanistiche, del passaggio della Capitale.

Ma il fascino di quella Mostra consisteva nella restituzione al grande pubblico di immagini rare e suggestive del mondo del lavoro ( nelle fabbriche, nelle sartorie, negli ospedali, nei bazar), delle strade signorili del centro e delle viuzze, di vetrine e pezzi di città ormai cancellati anche dal ricordo.

La storia dell’immenso patrimonio fotografico Alinari ebbe inizio a Firenze, quando Leopoldo Alinari fondò il suo primo laboratorio fotografico e diede vita, insieme ai fratelli Giuseppe e Romualdo, alla ditta F.lli Alinari. Gli altri fratelli erano Giuseppe e Antonietta. Leopoldo, che aveva cominciato a lavorare da bambino in quella zona d’Oltrarno operosa e piena di piccoli laboratori artigiani, fiutò che quei marchingegni inventati da Nièpce e Daguerre che circolavano fra la borghesia illuminata e gli scienziati che a Pisa, nel loro congresso, avevano presentato alcuni dagherrotipi, avrebbero avuto un grande futuro. E così si lanciò nell’impresa.

Era il 1852 quando fondò l’azienda, convinto che le riproduzioni dei disegni e dei quadri delle Gallerie cittadine si sarebbe ‘venduti come il pane’. Poco più di dieci anni dopo, nel 1863, creò il più antico stabilimento fotografico del mondo, nel palazzo in via Nazionale, oggi Largo Alinari, che per oltre 150 anni è stato la sede della ditta e nel quale si è formato, per sedimentazioni, il ricchissimo patrimonio fotografico giunto fino a noi, uno dei più grandi archivi esistenti. Wladimiro Settimelli, curatore (insieme a Filippo Zevi, proprietario dell’Alinari) di quella rara Mostra al Forte di Belvedere, ricorda come Firenze, a seguito dell’Esposizione Italiana di fotografia, ne divenne la capitale italiana. Una potente spinta in tal senso, fu data (era il 1889) da uno studioso illustre e senatore del Regno come il Professor Paolo Mantegazza, medico, patologo, ricercatore, etnologo e antropologo: fu il fondatore dell’Istituto di Antropologia. Appassionato di fotografia ( lui stesso aveva corredato di foto il suo libro sui Lapponi), divenne presidente della Società Fotografica Italiana.

Da allora è stata una storia di grandissimo successo, che ha portato la ditta a fotografare, in maniera sistematica, il patrimonio storico artistico e architettonico italiano, le collezioni dei musei e il paesaggio del nostro paese, diffondendo la cultura e l’arte italiana in tutto il mondo. La crisi innescata dalla Grande Guerra portò ad un cambio di proprietà, cui poi ne seguirono tanti altri. Nel 1920 la ditta passò a una cordata di aristocratici toscani, guidata dal barone Ricasoli; nel 1957 ne divenne proprietario il senatore Vittorio Cini, che acquisì nuovi archivi fotografici di grande valore come Brogi, Anderson, Chauffourier e Fiorentini; nella metà degli anni Settanta passò alla famiglia milanese Zevi e nel 1982 a quella triestina dei De Polo che, oltre a realizzare il Museo Nazionale Alinari della Fotografia, acquisì fondi fotografici in Italia e all’estero, procedendo, alla fine degli anni Novanta, alla loro digitalizzazione e vendita.

 

L’archivio fotografico Alinari può essere suddiviso in patrimonio analogico e patrimonio digitale. Il patrimonio analogico consta, secondo quanto stimato dalla Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Toscana, di un totale complessivo di 5.020.916 di beni fotografici, numerosi dei quali unici, databili dal 1840 ai nostri giorni. Si compone di tre principali nuclei: materiale fotografico (positivi, stampe e album fotografici, negativi sia su lastra di vetro che su pellicola e incunaboli come dagherrotipi, ambrotipi, ferrotipi, e altri oggetti unici); materiale bibliografico (una ricchissima biblioteca specializzata, composta da volumi, riviste e libri rari, provenienti da nuclei originari diversi e da considerarsi tra le più qualificate biblioteche di settore italiane ed estere); materiale strumentale (apparecchiature fotografiche, attrezzature storiche da atelier, corredi e strumenti tecnici che testimoniano in vario modo l’uso e la pratica della fotografia).

Ai tre nuclei archivistici si aggiunge il fondo legato all’attività della Stamperia d’Arte Alinari che conserva negativi, stampe, cataloghi commerciali oltre ai macchinari, tra cui una preziosa macchina per la stampa in collotipia. L’intero patrimonio analogico è attualmente conservato presso i magazzini della società Art Defender di Calenzano, organizzato in depositi di massima sicurezza ed è in corso la verifica dell’integrità materiale del patrimonio acquisito, come stabilito dalla legge regionale, attività che si concluderà nella prossima estate. Un patrimonio immenso, come si vede, da cui si potrà agevolmente attingere per la realizzazione del Museo della fotografia, sempre a Villa Fabbricotti.

 

Avevano letto bene l’evoluzione del mondo quegli ardimentosi ragazzi rimasti orfani in giovanissima età del padre Sebastiano, che sull’onda del positivismo che infondeva fiducia nel progresso nella scienza e nella tecnica, si erano lanciati in questo settore in straordinaria espansione. Ora però, superata la crisi degli ultimi tempi, si guarda di nuovo in avanti con fiducia e progetti in fase di costruzione. Un archivio va, prima di tutto, conservato e valorizzato” – dice Giorgio van Straten, Presidente della Fondazione – “Da qui siamo partiti con il nostro primo progetto sul restauro e la digitalizzazione dei dagherrotipi della collezione che ha partecipato al bando del Ministero ottenendo il contributo più alto. Su questa strada continueremo, anche per il grande interesse che ha mostrato per questo aspetto della nostra attività La Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze. Ma sarebbe sbagliato considerare il patrimonio fotografico della fondazione solo un insieme di oggetti d’arte. Le fotografie sono uno strumento per raccontare il mondo del passato e quello del presente, e questa idea di racconto sarà alla base di molte nostre iniziative. Van Straten, che è stato Direttore dell’Istituto italiano di cultura di New York, preannunzia anche una iniziativa legata alla fotografia che coinvolgerà i vari Istituti di cultura diffusi nel mondo.

Altro obbiettivo – sottolinea Claudia Baroncini, direttrice della FAF è coinvolgere nelle proprie attività il pubblico, il più ampio e variegato possibile, attraverso programmi educativi per le scuole, le famiglie e gli adulti, e progetti di mediazione culturale per le comunità, che rendano accessibile e comprensibile a tutti il patrimonio Alinari. L’ambizione è anche trasformare l’archivio in un luogo di formazione sulla fotografia, autorevole, vivace e di rilievo, mettendo a disposizione di studenti, professionisti e appassionati materiali, strumenti, conoscenze e competenze”. Non meno entusiasta il Presidente della Regione Eugenio Giani:Grazie all’operazione politica e culturale avviata dalla Regione che è culminata nella creazione della Fondazione Alinari siamo in grado di mettere a disposizione di tutti, cittadini, studiosi, ricercatori, il racconto di 150 anni della nostra storia attraverso documenti di grande pregio e di grande bellezza e promuovere la conoscenza di un patrimonio che è una fonte storica unica. Non solo, tra i compiti della Fondazione c’è anche la promozione della cultura dell’immagine fotografica grazie al confronto proposto sul ruolo della fotografia come linguaggio della modernità. “ Da queste immagini dal gusto retrò, a quella della realtà contemporanea, la fotografia si è conquistata tutto lo spazio che merita.

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