giovedì, Ottobre 21

Permessi di soggiorno temporanei: strategia o semplice provocazione del Governo?

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L’ipotesi risolutoria al fenomeno migratorio sul tavolo del Governo potrebbe essere quella del permesso temporaneo di soggiorno per motivi umanitari. Si tratterebbe dell’applicazione di un testo di legge già presente, il Testo unico sullimmigrazione che, all’art. 20, delinea la possibilità di attivazione di un procedimento interno in materia e che richiama la direttiva dell’Unione Europea 55 del 2001. La direttiva, però, non è mai stata attivata. “L’art. 20 del Testo Unico sull’immigrazione (Misure straordinarie di accoglienza per eventi eccezionali) prevede che il Governo possa adottare misure straordinarie di accoglienza in presenza di eventi eccezionali che comportano esigenze umanitarie, in occasione di conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolari gravità verificatisi in paesi non appartenenti all’UE”, spiega Gennaro Santoro, avvocato ed esperto di immigrazione di CILD (Coalizione italiana Libertà e Diritti civili).

La protezione temporanea si può attivare, quindi, in casi eccezionali, quali, ad esempio, l’afflusso massiccio di persone provenienti da Paesi terzi in situazioni di incapacità di rientrare nel loro Paese d’origine. Il permesso consente ai rifugiati di muoversi liberamente in tutti i Paesi UE e la possibilità di esercitare lavoro autonomo o subordinato. Nel caso di attivazione della procedura, quindi, la persona non dovrà attendere il riconoscimento dello status di rifugiato nel Paese di accoglienza. “Normalmente, i permessi temporanei sono permessi umanitari che vengono dati personalmente dal questore qualora il migrante non abbia né lo status di rifugiato, né la protezione sussidiaria”, ci dice Giuseppe Morgese docente di diritto internazionale presso l’Università di Bari. “Questa procedura, invece, stabilisce che chiunque arrivi dalla data x alla data y, si ritrova con questo permesso”, continua.

Si tratta della stessa idea che, precedentemente (nel 2011), aveva avuto il Governo Berlusconi. Nei primi mesi di quell’anno giunsero a Lampedusa circa 20.000 persone; l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni decise così di giocare questa carta. “Il problema è che questo permesso, in teoria, consente di viaggiare in tutta Europa ma quando la procedura fu attivata dal Governo Berlusconi in occasione della primavera araba, la Francia bloccò le frontiere dicendo che il permesso da solo non valeva niente e che c’era bisogno di documenti d’identità”, precisa Morgese. “Siccome non li avevano tutti, sono rimasti bloccati a Ventimiglia. Ora, si potrebbe dire, perché non diamo anche il documento d’identità? Si, però, bisognerebbe stabilire una residenza anagrafica sul territorio dello Stato e questo non è semplice perché bisogna dare loro un indirizzo”. Contesto diverso, stesso problema.

Naturalmente sarebbe il caso che questa fosse una decisione europea piuttosto che una scelta del solo Governo italiano. Così si eviterebbe quanto accaduto in passato tra Italia e Francia nel 2011, ai tempi delle primavere arabe, a seguito della decisione del Governo italiano di concedere il permesso umanitario”, evidenzia Santoro. “Il Governo francese di fatto impedì il passaggio sul proprio territorio di chi aveva ricevuto il permesso umanitario in Italia. La circolare che dava disposizioni alle autorità di frontiera faceva riferimento all’art 21 dell’accordo di Schengen, secondo cui i cittadini di paesi terzi che provengono da un Paese membro dell’Unione, hanno diritto di circolare in Francia per un periodo non superiore a tre mesi”, spiega Santoro. “La circolare precisava inoltre che l’eventuale autorizzazione provvisoria rilasciata dall’Italia doveva essere accompagnata da un titolo di viaggio e doveva essere stata notificata alla Commissione Europea”.

La voce in merito all’eventualità di procedere per questa via viene dal quotidiano ‘Times’ che si riferisce all’ipotesi come ad una «bomba» nelle mani di Roma verso Bruxelles. A parlarne concretamente il vice ministro degli Esteri Mario Giro che ha confermato di essersi recato dal ministro dell’Interno Marco Minniti che ora sta considerando l’ipotesi. «Non è una minaccia verso l’Europa, è uno strumento di persuasione più proficuo», dice Giro identificando quello che è da molti visto come un concreto metodo di pressione sui Paesi UE. A parlarne anche il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani: «è qualcosa previsto dalla normativa vigente, qualcosa di molto più serio, di meno velleitario e meno illegale dell’annunciato blocco dei porti».

Sarà forse la giusta strategia? Consentire agli sfollati la libera circolazione cercando di porre l’accento sull’equilibrio negli impegni tra i Paesi che ricevono gli sfollati. Sulla carta. «Al momento non abbiamo un forte potere negoziale», ammette Giro, «ma dobbiamo trovare alleati». «E’ un duro negoziato, ma da due anni in Europa si parla solo di argomenti proposti da noi. Agli italiani chiediamo pazienza e calma».

La direttiva è pensata per far fronte alla situazione dei Balcani e, in particolare della guerra in Kosovo, nel 99; solo che da allora afflussi massicci non sono arrivati. E’ una procedura politica quindi se gli Stati europei non sono d’accordo sull’esistenza dell’emergenza, non viene attivata”, spiega Morgese. “Sul piano europeo, la direttiva 2001/55 stabilisce gli standard minimi nell’ipotesi in cui il Consiglio dell’Unione Europea decida (a maggioranza qualificata) di aprire le frontiere all’esodo di massa da parte di sfollati che necessitano di protezione temporanea (si veda l’articolo 5), dichiarando quindi lo stato di emergenza ed adottando misure di accoglienza temporanea”, dice Santoro.

L’articolo 4 della direttiva specifica che la durata della protezione temporanea è pari a un anno. C’è la possibilità di una proroga automatica di sei mesi in sei mesi per un periodo massimo di un anno. Se persistono motivi per la concessione della protezione temporanea ci possono essere proroghe ulteriori”.   “La protezione temporanea può essere revocata anticipatamente nel caso in cui venga meno prima del tempo previsto lo stato di emergenza nelle zone di provenienza: questo può avvenire dunque se è possibile un rimpatrio in sicurezza nei paesi d’origine”, continua Santoro.

Norme minime previste dalla direttiva riguardano la garanzia della ricongiunzione familiare per i beneficiari di protezione umanitaria e il diritto di svolgere qualsiasi attività lavorativa (art. 12 – ricordiamo che in passato in occasione di provvedimenti analoghi in Italia c’era poca chiarezza sulla possibilità di svolgere attività lavorativa) – oltre al diritto di accesso al sistema scolastico non solo per minori, ma anche per adulti (formazione professionale, tirocinio lavorativo, ecc.)”. “Il recepimento da parte dell’Italia della direttiva non c’entra nulla con la facoltà completamente autonoma del Governo italiano di adottare misure di accoglienza degli sfollati per eventi eccezionali, né pregiudica in nessun modo l’esercizio del diritto al riconoscimento dello status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra”.

Maroni esprime le sue perplessità: «Ci sono due condizioni: la dichiarazione di stato d’emergenza, che il governo non vuole fare e che tutti i soggetti che beneficiano del permesso di soggiorno provvisorio siano stati identificati, per consentire agli altri Paesi di poter fare verifiche». Il punto è che tanti non vengono identificati e questo non può che significare una chiara difficoltà di attivazione.

Dal Governo anche la speranza di un ribaltamento del Trattato di Dublino da parte della Corte di Giustizia dell’Ue, prossima ad una pronuncia in merito. La prassi interpretativa di ‘Dublino 3’ circoscrive la proponibilità della domanda di asilo al Paese di primo approdo. Ma nel Trattato si dice che il ‘Paese di primo approdo’ è il luogo dove fare richiesta soltanto se si è entrati illegalmente. Esattamente su questo si dovrà esprimere la Corte il 26 Luglio, nel caso specifico, sulla considerazione di ingresso illegale di due immigrati le cui richieste di asilo furono rigettate in considerazione del Trattato stesso. Se la Corte dovesse ritenere che gli ingressi non erano illegali, sarebbe un punto a favore dellItalia che ritiene che non possano ritenersi illegali gli arrivi di persone salvate in acque internazionali, visti gli obblighi propri del diritto marittimo internazionale e della Convenzione di Ginevra sui diritti umani. Dire che questi sbarchi siano illegali è un controsenso, secondo il Governo. Staremo a vedere.

Certo è che la poca solidarietà da parte dell’Europa scoraggia un po’. Proprio a Bruxelles in questi giorni si inizia a parlare concretamente del codice di condotta per le organizzazioni non governative nel Mediterraneo centrale. Ok al regolamento sull’attività delle navi umanitarie che quest’anno hanno portato salvato il 34% degli oltre 86.000 migranti sbarcati dall’inizio dell’anno sulle coste del nostro Paese.

Immagino sia una semplice provocazione”, dice Morgese. “Chiuderanno le frontiere, l’Austria ha già minacciato di farlo, la Francia l’ha già fatto nel 2011 e lo farebbe di nuovo; sostanzialmente è vero che è possibile farlo (in teoria), ma nei fatti, è irrealizzabile”. “Potrebbe essere realizzabile solo se fosse attivata quella famosa direttiva del 2001 che permette di dare questi permessi ma solo su approvazione del Consiglio europeo; il decreto Presidente del Consiglio del Ministri in Italia poi è solo un’esecuzione”, continua.

La soluzione non va trovata lì, ma nella modifica dei Regolamenti europei come quello di Dublino che decide che dove il migrante arriva deve essere accolto, esaminato ecc.”, afferma Morgese. “E’ in atto un processo di modifica, il Parlamento si è espresso al riguardo ma gli Stati non sono d’accordo e stanno rinviando ‘sine die’; questo è il vero grosso problema”.

I problemi sono italiani, bilaterali, multilaterali”, afferma Santoro. Ci vuole un Governo forte e coraggioso per affrontarli. Un Governo che non sia condizionato dal penalpopulismo dominante”.

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