lunedì, Settembre 27

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12 Dicembre 1969: si compie la strage di Piazza Fontana. Atto terroristico avvenuto nel pieno centro di Milano, dà il via al quel periodo passato alla Storia d’Italia come ‘Strategia della tensione’. La bomba scoppiò nella sede della Banca Nazionale dell’ Agricoltura uccidendo diciassette persone e ferendone ottantotto. Una seconda bomba venne trovata inesplosa nella sede della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala, mentre altre tre esplosero in vari punti di Roma (una in un sotto passaggio a Via Veneto, una davanti all’altare della Patria e un’altra davanti al Museo Risorgimentale) provocando numerosi feriti. Le prime indagini dopo la strage portarono all’arresto dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ma questi morì dopo tre giorni di interrogatorio dalla finestra dell’ufficio del Commissario Luigi Calabresi, per quello che venne definito un ‘malore attivo’. Benchè non presente al momento della morte, il Commissario venne ritenuto responsabile e per questo ucciso da alcuni esponenti di Lotta Continua. Alcuni giorni dopo venne arrestato Pietro Valpreda, grazie alla testimonianza di un tassista che lo vide portare una pesante valigia, ma la ricostruzione presentò incongruenze. Prese così corpo l’ipotesi che l’uomo sul taxi non fosse Valpreda, ma un ex legionario di origine siciliana conosciuto con il nome di Nino il fascista. Chiamate in causa dalle varie indagini condotte dalla Polizia su di un loro possibile coinvolgimento, anche le Brigate Rosse condussero una propria inchiesta sulla strage, ma consegneranno solo una parte degli incartamenti alla magistratura. Secondo tale ricostruzione l’attentato è opera dei gruppi anarchici che si sono procurati esplosivo e ordigni dagli ambienti di destra. Le indagini proseguono e, grazie alla scoperta della provenienza del timer e delle borse, vengono individuati due esponenti di Ordine Nuovo: Franco Freda e Giovanni Venturi. Venturi confessa di aver partecipato a ben 21 attentati, ma non a quello di Piazza Fontana, ma vengono però ritrovati documenti che lo collegano a un agente dei servizi segreti italiani noto come agente Z. Interpellati, i Servizi Segreti dichiararono il Segreto di Stato. Nel 1985  Valpreda, Freda e Venturini verranno scagionati, lasciando questa strage tutt’ora senza colpevoli, ma nel 2005 la Corte di Cassazione, esprimendosi in merito ad alcuni esponenti di Ordine Nuovo coinvolti nella strage, dichiarerà invece che la responsabilità della bomba è da attribuirsi a Franco Freda e Giovanni Venturi, capi del gruppo anarchico ideatore dell’attentato.

Processo_Peruggia

12 Dicembre 1913: viene ritrovata l’opera ‘La Gioconda’ a Firenze, trafugata dal museo del Louvre da Vincenzo Peruggia. Il furto dell’opera più famosa di Leonardo da Vinci, avvenne la mattina di  lunedì 21 agosto 1911, durante il giorno di chiusura del Museo. Il varesino Peruggia, da qualche anno residente in Francia, entrò nel museo e si diresse nella sala della Gioconda senza che nessuno si accorgesse della sua presenza. Uscito dal museo senza essere fermato, tornò al suo appartamento, nascose l’opera e andò a lavorare come se nulla fosse. Alla scoperta del furto, il giorno dopo, tutto il personale del museo entrò in allarme, vennero bloccate le porte per impedire ai visitatori di uscire e fu lanciato un appello ai cittadini di Parigi, di riferire su chiunque persona sospetta vista in quei giorni nei pressi del Louvre. Furono addirittura arrestati, come possibili complici, due giovani artisti, che sarebbero diventati con il tempo molto famosi: Guillaume Apollinaire e Pablo Picasso, che però dimostrarono la loro estraneità ai fatti. Il quadro scomparve dalle sale del Luovre per ben due anni, per poi riapparire a Firenze grazie alla collaborazione del collezionista d’arte Alfredo Geri che, volendo organizzare una mostra d’arte nella sua galleria, chiese, tramite annuncio sul giornale, la collaborazione dei privati per riempire le sale della mostra. All’annuncio rispose lo stesso Peruggia, con lo pseudonimo di Mr Leonard V, che venne così arrestato dai Carabinieri nella sua camera d’albergo a Firenze in possesso del quadro rubato. Quando gli vennero chieste le motivazioni che lo avevano spinto a trafugare il dipinto, l’uomo rispose che aveva compiuto il gesto per mero amore di Patria: visti i quadri che Napoleone aveva, a sua idea, rubato nelle sue Campagne di conquista, gli era sorto un sentimento di vendetta e aveva voluto restituire alla sua amata Italia almeno un’opera. 

 

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