sabato, Settembre 25

11 Settembre. Venti anni passati invano Una commemorazione senza le giuste domande è priva di senso. Finora abbiamo schiacciato il tasto sbagliato e l’unica conseguenza è stato l’aumento costante dell’odio tra le parti. Quei morti conseguenza di un modello di convivenza perverso

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Sarebbe importante se almeno provassimo a fare la conta dei danni inflitti da noi occidentali al resto dell’umanità. Anche noi italiani, ‘brava gente’, così ci piace immaginarci, come se non fossimo stati noi negli anni Trenta del secolo scorso a renderci responsabili di genocidi e deportazioni in Libia, azioni disumane che andrebbero fatte conoscere ai nostri giovani, crimini assai più gravi di quelli perpetrati dai terroristi che vent’anni fa dirottarono due aerei di linea sulle Torri Gemelle, provocando la morte di circa 3 mila persone. Così come assai più gravi furono quelle azioni false e malevole, che condussero alla distruzione dell’Iraq, inventandosi di sana pianta fantomatici programmi nucleari. Bugie che provocarono perdite di vite enormemente più grandi di quelle che perirono sotto le macerie delle Torri. Ma l’elenco delle malefatte occidentali sarebbe lungo, lunghissimo.
Se accadesse, ossia se avessimo l’onestà di censire i nostri crimini, saremmo meno ipersensibili alle ferite che talvolta subiamo e all’odio che ci viene riservato, non solo, purtroppo, dalle frange più estreme. Ma questo è un ragionamento impossibile perché esistono solo le nostre ragioni, così come altrove ne esistono altre, inconciliabili con le nostre. Forse.
Se c’è qualcosa che avremmo potuto e dovuto imparare dall’11 settembre 2001 è che il dolore non è un’esclusiva dell’Occidente, ma soprattutto che finora abbiamo schiacciato il tasto sbagliato e l’unica conseguenza è stato l’aumento costante dell’odio tra le parti, perché se uccidi i figli degli altri, se sfoggi il tuo benessere attraverso i media, mentre gli altri muoiono a causa di malattie che noi abbiamo debellato da anni, è difficile che nascano sentimenti diversi dall’invidia e dal risentimento.

Capovolgere un punto di vista è difficile, a volte impossibile, soprattutto quando si cristallizza e diventa refrattario ad ogni critica o autocritica, quando diventa la ‘narrazione’ per eccellenza, ossia la verità.
In questa chiave l’11 settembre non è servito a molto perché le regole del gioco sono rimaste immutate, azione-reazione, e non c’è posto per le domande. Non c’è nessuno in grado di mettere un cuneo nell’ingranaggio.
Tra una persona che nasce oggi nel Principato di Monaco è una che viene al mondo in Afghanistan esistono quasi 40 anni di differenza nell’aspettativa di vita, asimmetrie ingiuste e drammatiche, il primo alla nascita spera di vivere 90 anni, il secondo supera a malapena i 50. Stesso pianeta, medesimo tratto temporale, differenze di potenziale spaventose. Al borsino della dignità, l’esistenza di un occidentale vale infinitamente di più di quella di qualsiasi essere umano del resto del Pianeta.
Il crollo delle Torri Gemelle è stato la parte visibile di questa contraddizione, perché si è verificato sotto lo sguardo dei nostri media, che non sempre riescono a documentare ciò che accade altrove. Abbiamo potuto, quasi passandole una ad una, conoscere le storie di ogni singola vittima, lo stesso non possiamo fare quando un drone sgancia una bomba su un mercato rionale in Medio Oriente, facendo strage di civili innocenti.
La nostra Spoon River non ingloba i fratelli estranei perché troppo diversi, almeno così ci piace pensare, ma un figlio morto è un figlio morto ovunque.
Abbiamo visto un’enorme quantità di pellicole dedicate all’attentato del secolo, abbiamo letto una miriade di volumi su quell’evento, esplorando ogni singola vita perduta così da poterne apprezzare il suo enorme valore, le conseguenze a cascata generate dalla sua perdita, nelle esistenze dei congiunti. Alla fine di questo memoriale collettivo, quei morti sono diventati in qualche modo i nostri morti, ma proprio questo dovrebbe fornirci la certezza che se i morti di altrove non diventeranno essi stessi i nostri morti, non ci sarà soluzione, gli undici settembre si moltiplicheranno.

Non c’è rimedio se non si cambia radicalmente prospettiva, ma soprattutto diventa inutile onorare quei morti se si ignora quanto essi avevano intuito, ne sono certo, un attimo prima di congedarsi per sempre, ossia che la loro sconfitta era la conseguenza di un modello di convivenza impossibile, dove la parola pace esiste solo come un’intenzione elegante ma inutile, perché priva di una sincera volontà di cogliere il diritto altrui.
Una commemorazione senza domande, senza le giuste domande, è priva di senso. Almeno questo conviene dirselo, perché rispettoso delle vittime, assai più rispettoso della retorica che degli eventi considera solo il fotogramma finale, perché questo fu l’11 settembre, un ultimo fotogramma, preceduto da una lunga teoria di ottusità, di atti ostili, di bugie.

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