venerdì, Dicembre 3

11 settembre: USA sempre più fragili Gli attacchi contro il Pentagono e le Torri gemelle hanno alimentato un senso di insicurezza che non sembra scemare con il tempo e anche i rapporti con gli alleati si sono deteriorati

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Gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno impattato con forza sulla politica estera statunitense e, più un generale, sul modo di porsi di Washington sulla scena internazionale. Le esperienze dell’Iraq e dell’Afghanistan hanno eroso profondamente la fiducia del Paese nella sua superiorità militare e, al contempo, hanno posto sulle sue spalle un fardello finanziario destinato a pesare ancora per molti anni. Gli attacchi contro il Pentagono e le Torri gemelle hanno alimentato un senso di insicurezza che non sembra scemare con il tempo e anche i rapporti con gli alleati si sono deteriorati. A vent’anni di distanza, gli Stati Uniti si sentono, oggi, più deboli e vulnerabili, mentre il tema della lotta al terrorismo continua ad essere uno dei principali fattori di divisione interna. Uno scenario molto diverso sia rispetto ai mesi precedenti gli attentati, quando l’egemonia statunitense nel mondo del post-guerra fredda appariva indiscussa, sia rispetto a quelli successivi, quando intorno a Washington si era raccolta la solidarietà del mondo, ribaltando la vena di antiamericanismo affiorata dopo l’insediamento di George W. Bush.

Dietro questi sviluppi ci sono diverse ragioni. Nato con obiettivi limitati (punire al-Qaeda e un governo ritenuto suo alleato e proteggere il territorio degli Stati Uniti dal rischio di nuovi attacchi terroristici), l’intervento in Afghanistan ha progressivamente ampliato le sue finalità, finendo per trasformarsi in una missione dai contorni e dagli obiettivi non ben definiti. La scelta, presa negli ultimi mesi dell’amministrazione Bush e concretizzata dopo l’insediamento di Barack Obama, di rilanciare l’opzione militare con il c.d. surge’ ha contribuito ad assorbire risorse senza conseguire i risultati attesi. Essa ha finito, inoltre, da un lato per evidenziare i limiti delle scelte occidentali, dall’altra per delegittimare le autorità di Kabul, minando alla radice la credibilità del processo di state building che era stato avviato. L’esperienza in Iraq ha confermato – amplificandole – queste criticità, che nel lungo periodo hanno messo in luce sia la vulnerabilità della macchina militare statunitense alle ‘nuove’ minacce asimmetriche, sia la debolezza intrinseca di un’azione internazionale che proprio nella superiorità militare trovava il suo perno.

In questo quadro, la gestione politico-diplomatica del problema per quanto presa in considerazione non ha mai avuto vere possibilità di successo. Il dialogo avviato dall’amministrazione Obama con le frange considerate ‘moderate’ del movimento talebano si è scontrato da un lato con le molte divisioni della controparte, dall’altro con l’impossibilità, per Washington, di offrire ai propri interlocutori qualcosa che potesse essere davvero di loro interesse, a parte il disimpegno militare. Anche gli accordi di Doha, conclusi dall’amministrazione Trump nel febbraio 2020, si fondano su un ‘do ut des’ largamente simbolico, vincolando il ritiro delle truppe statunitensi a un generico impegno da parte talebana a impedire la ‘santuarizzazione’ del territorio afgano da parte di gruppi terroristici ositli agli Stati Unti e ad avviare un dialogo con le autorità di Kabul che non è mai davvero decollato. L’essere intrappolati in questa situazione ‘no win no lose’ è forse ciò che ha più impattato, negli anni, sull’immagine internazionale degli Stati Uniti, confermandone l’apparente declino ed alimentando le ambizioni dei loro competitor.

Gli effetti di tutto questo si sono fatti sentire soprattutto in Europa. Già durante il 2002, la corrente di solidarietà che si era espressa dopo gli attentati e aveva sostenuto le prime fasi della campagna in Afghanistan era venuta meno; di lì a poco, la politica di Washington nei confronti dell’Iraq, culminata nell’intervento militare del marzo 2003, avrebbe fatto toccare ai rapporti Europa-Stati Uniti uno dei punti più bassi, potendo al centro della scena il tema del presunto unilateralismo della politica americana. In un modo o nell’altro, questo tema avrebbe continuato a riaffiorare negli anni successivi, come dimostrato anche dalle vicende che, nelle scorse settimane, hanno accompagnato la partenza del personale occidentale da Kabul. Ovviamente, la gestione del post-9/11 non è stato il solo fattore che ha influito su questa dinamica. In un sistema internazionale in rapido cambiamento, esso ha costituito, tuttavia, un elemento importante nella ridefinizione dei rapporti fra le due sponde dell’Atlantico; un processo che, a vent’anni dagli attacchi contro il Pentagono e le Torri gemelle, non pare avere ancora trovato il suo punto di arrivo.

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