sabato, Settembre 18

11 settembre: l'IS minaccia un'ondata di cyberattacchi

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Come ogni anno, da New York a Shanksville, in Pennsylvania, dalla Casa Bianca, agli stadi di baseball di tutta la nazione, l’America si è fermata ancora un volta in occasione del 14mo anniversario dell’11 settembre 2001, per ricordare l’attacco terrorista in cui persero la vita quasi 3.000 persone. La cerimonia più importante si svolge al memoriale dell’11 settembre a New York. Le famiglie delle vittime si sono riunite nella piazza del memoriale, rimanendo in silenzio nel momento esatto dello schianto degli aerei contro le due Torri gemelle e del loro crollo. Di seguito la lettura dei nomi di tutte le vittime. Riservato al mattino ai famigliari delle vittime, nel pomeriggio il sito è stato aperto anche al pubblico. Ma cerimonie di commemorazione sono previste in tutto il paese e vi parteciperanno migliaia di persone. Al Pentagono, un altro degli obiettivi dei terroristi, c’è stata un’alzabandiera all’alba.

Il presidente Barack Obama, insieme alla first lady Michelle ha partecipato ad un minuto di silenzio nel giardino della Casa Bianca e ha incontrato i militari della base di Fort Meade, nel Maryland. «Quattordici anni dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre onoriamo coloro che abbiamo perso, omaggiamo chi serve per tenerci al sicuro e restiamo più forti che mai». Questo il messaggio via Twitter del presidente per commemorare l’evento.

Proprio in coincidenza con l’anniversario dell’attentato, Twitter è stato inondato da una serie di messaggi che preannunciavano un attacco hacker in grande stile contro gli Stati Uniti ad opera del cosiddetto ‘cybercaliffato’, contraddistinti dall’hashtag #AmericanUnderHacks. Lo ha riferito l’organizzazione Site che monitora l’attività sul web delle formazioni terroristiche jihadiste. Nel testo la direttrice di Site, Rita Katz, scrive che Is avverte: «Voi controllate i cieli dei nostri Paesi (riferimento ai raid aerei in Siria ed Iraq, ndr) e ora noi siamo nel vostro Paese (e non potete farci nulla)». Niente più di una manovra propagandistica. Si pensava che l’attacco potesse avvenire in coincidenza dello schianto del primo aereo, il volo American Airlines 11, contro la Torre Nord del World Trade Center alle 8,46 ora locale (le 14,46 in Italia) dell’11 settembre 2001.

is isis cyber

In attesa di conferme o smentite da parte delle autorità Usa, secondo fonti non verificabili in maniera indipendente, i tecnici informatici dell’Isis hanno violato le banche dati dell’Fbi, della Casa Bianca, della Cia e di banche saudite (tra cui la Amarah Bank) con sede negli Stati Uniti. Nei vari messaggi apparsi nelle ultime ore si lancia un ultimatum alle autorità americane di «smettere gli attacchi contro musulmani entro sette giorni». In caso contrario, si legge nei post, saranno divulgate informazioni segrete su agenti Cia e Fbi nel mondo, sui conti bancari segreti di principi sauditi, informazioni sulla vita privata della coppia presidenziale Barack e Michelle Obama, dettagli delle operazioni dell’aviazione e dell’esercito americano, dell’agenzia spaziale Nasa, dell’autorità portuale di New York. A riprova della loro serietà i presunti ‘hacker del Califfato’ pubblicano sui loro account sedicenti account email personali di Barack e Michelle Obama e i numeri dei telefoni cellulari della First Lady. Ciò significherebbe che l’Is ha trovato già un rimpiazzo al capo dei suoi hacker-jihadisti Junaid Hussain (nome di battaglia Abu Hussain al-Britani), ucciso da un drone britannico il 18 agosto scorso in Siria.

La minaccia di attacchi telematici non è l’unico motivo di preoccupazione per l’America. Nell’amministrazione Obama si è diffusa la convinzione che il gruppo del Califfo Al Baghdadi abbia una cellula in grado di produrre gas mostarda (come l’iprite usata nella I Guerra Mondiale) e che l’abbia usata almeno 4 volte sia in Iraq che in Siria. Lo riferisce la Bbc, aggiungendo che secondo le fonti Usa i chimici dell’Is sono riusciti a sviluppare il gas vescicante (è letale anche solo entrando in contatto con parti del corpo non protette, non serve respirarlo) sotto forma di polvere, sparso sul campo usando proiettili di mortaio con testata modificata, in cui insieme all’esplosivo è mischiato l’agente tossico. Questa è l’ipotesi più consistente – e pericolosa perché segnerebbe una salto di qualità nella pericolosità del gruppo, anche se il gas mostarda non è tra i più complicati da produrre – secondo la comunità dell’intelligence Usa. Resta valida anche l’ipotesi che gli uomini di Abu Bakr Al Baghdadi ne abbiano trovato scorte in depositi siriani mentre è quasi impossibile che ciò sia avvenuto in Iraq, dove le truppe Usa sono state dal 2003 al 2011.

Sempre oggi si è appreso che la Cia aveva intercettato quello che credeva fosse un ostaggio occidentale nelle mani di Al Qaeda in Pakistan, ma non lo tenne sotto sorveglianza attraverso droni. Adesso si teme che quell’ostaggio fosse Warren Weinstein, cittadino americano rimasto ucciso per errore lo scorso gennaio in un attacco Usa, nello stesso raid in cui è rimasto ucciso anche il cooperante italiano Giovanni Lo Porto. Lo rivelano fonti ufficiali Usa citate dal Washington Post, secondo cui questi dubbi sono adesso al centro di un’indagine interna alla Cia relativa ala morte di Weinstein. Si sottolinea tuttavia che le immagini in questione, raccolte da un drone, erano talmente vaghe che, anche dopo una lunga analisi, resta difficile capire se la persona tenuta in ostaggio fosse proprio Weinstein.

Oltre alla consapevolezza di costituire un bersaglio primario del terrorismo internazionale di varia provenienza, l’America deve fare i conti anche con la minaccia del terrorismo interno. Un uomo è stato arrestato perché aveva messo a punto un piano per esplodere una bomba al memoriale dell’attento a Kansas City in Missouri. Il sospetto è il ventenne, Joshua Ryne Goldberg, della Florida, voleva ricorrere ad una ordigno improvvisato formato da una pentola a pressione imbottita di esplosivo, chiodi e cuscinetti a sfera. Si tratta della stessa tecnica impiegata per l’attentato alla maratona di Boston del 15 aprile 2013.

Parlando di Siria, dove lo Stato Islamico occupa gran parte del territorio nazionale, secondo il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon «non esiste una soluzione militare» alla crisi di Damasco. Lo afferma nell’intervista rilasciata alla Radio Vaticana in prossimità della visita del Santo Padre all’Onu prevista il 25 settembre. «Stanno combattendo da oltre quattro anni e mezzo», spiega il segretario generale dell’Onu, «sono morte oltre 250 mila persone, ci sono 4 milioni di profughi e 12 milioni di persone sono coinvolte direttamente in questa crisi. Io ho ripetutamente chiesto di risolvere questa situazione con un dialogo politico».

«Nel mese di giugno 2012 c’è stato un buon accordo» prosegue il segretario generale dell’Onu, «stipulato a Ginevra, sulla scia del quale ho cercato, attraverso il mio inviato speciale Staffan de Mistura. di instaurare gruppi di lavoro in ambito militare e della sicurezza, di tutela e protezione, di riconciliazione e sviluppo delle infrastrutture, in ambito politico e costituzionale». Chiarisce Ban Ki-moon che «quello fu un tentativo di allargare lo spazio politico nell’ambito del quale risolvere il conflitto. Io chiedo con  forza ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza di riunirsi e di dimostrare la loro unità di intenti in questo momento difficile». Nonostante le parole del Segretario Onu, Mosca «continuerà a fornire materiale bellico alla Siria per garantire la sua capacità di difesa nella lotta contro la minaccia terroristica», ha detto il capo della diplomazia russa, Serghiei Lavrov.

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